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Sophie Seydoux
Leggi i suoi articoliCome si rappresenta un ricordo? E soprattutto, è possibile tradurre in immagine il funzionamento stesso della memoria? Sono le domande che attraversano la ricerca di Marthe Lazarus, protagonista della mostra allestita da Mémoire Magnétique, che riunisce una quarantina di fotografie, opere a tecnica mista, lavori inediti e le edizioni autoprodotte di TIME MACHINE.
L'esposizione mette in dialogo produzioni recenti e serie realizzate in anni precedenti, restituendo la continuità di una pratica che utilizza la fotografia come strumento di ricostruzione mentale piuttosto che come semplice registrazione del reale.
La memoria costituisce infatti il nucleo della ricerca di Lazarus. Le sue immagini non cercano di documentare eventi o persone, ma di dare forma ai processi attraverso cui il ricordo si costruisce, si modifica e si stratifica nel tempo. La fotografia diventa così il punto di partenza di una continua rielaborazione visiva, nella quale esperienza personale e immaginazione finiscono per sovrapporsi.
L'artista alterna autoritratti, ritratti di persone a lei vicine, immagini costruite in studio e fotografie recuperate da Internet, dando vita a un archivio eterogeneo che viene costantemente smontato e ricomposto. La ripetizione, la sovrapposizione e il montaggio assumono un ruolo centrale, fino a costruire un linguaggio visivo che riflette il carattere discontinuo e frammentario della memoria stessa.
Accanto alla fotografia, Lazarus sperimenta collage, photo-film e forme ibride che ampliano continuamente il campo della sua ricerca. L'intervento sull'immagine non rappresenta una fase successiva allo scatto, ma costituisce parte integrante del processo creativo. Ogni opera resta aperta alla possibilità di essere modificata, trasformata o ricontestualizzata, seguendo una logica che ricorda il modo in cui i ricordi vengono continuamente riscritti dalla mente.
«Ho bisogno che le mie immagini siano attraversate da molteplici strati, proprio come il nostro cervello è costantemente attraversato da ricordi, pensieri e immagini mentali», afferma l'artista. È una dichiarazione che sintetizza efficacemente il suo metodo: la fotografia non come superficie stabile, ma come spazio attraversato da livelli temporali differenti.
In questa prospettiva le opere funzionano come dispositivi di rivelazione più che come documenti. Ogni immagine mette in scena una memoria ricostruita, trasformando il dato autobiografico in una forma di finzione intima. L'archivio personale si apre così a una dimensione universale, nella quale il ricordo non viene rappresentato nella sua presunta fedeltà ai fatti, ma nella sua natura instabile, soggettiva e continuamente mutevole.
La mostra conferma il crescente interesse della fotografia contemporanea per i temi dell'archivio, della memoria e dell'identità, inserendo la ricerca di Marthe Lazarus all'interno di una riflessione che supera il documento fotografico tradizionale. Le sue immagini mostrano il continuo processo di trasformazione, rendendo visibile ciò che normalmente resta invisibile, il lavoro incessante della memoria sulla costruzione della nostra esperienza.
Sophie Seydoux
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