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Sissel Tolaas

Foto Peter Rigaud

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Sissel Tolaas

Foto Peter Rigaud

#MaoTempoPresente: Sissel Tolaas

La rubrica di interviste con lɜ artistɜ che reinterpretano il museo torinese attraverso il contemporaneo, a cura di Chiara Lee e Alessandro Muner, in collaborazione con «Il Giornale dell’Arte»

Sissel Tolaas, Smell RE_searcher e artista, si interroga su ciò che il mondo rivela quando prestiamo attenzione ai suoi odori. Da decenni studia l’olfatto e le molecole odorose come fonti di conoscenza dei luoghi, dei corpi, della memoria e della cultura. Dal 1990 raccoglie, analizza, ricostruisce e presenta gli odori attraverso progetti che intrecciano arte e scienza. Nel 2002 ha fondato a Berlino lo SMELL RE_searchLab, centro di ricerca dedicato all’esplorazione del mondo olfattivo. Tra i suoi progetti, «Invisible Pompeii» indaga il patrimonio olfattivo del sito archeologico, esplorando le tracce del passato che sopravvivono al di là di ciò che è visibile. Il suo lavoro è stato presentato in importanti istituzioni e rassegne internazionali, tra cui la Biennale di Venezia, il MoMA di New York, la Serpentine Gallery di Londra e la Tate Modern.

L’abbiamo incontrata durante la sua residenza al Mao-Museo d’Arte Orientale di Torino per «Declinazioni Contemporanee», il programma di residenze d’artista e commissioni site specific del museo, mentre lavorava a «From Artefact to Real Fact», il suo intervento all’interno della rinnovata galleria cinese, che inaugura al Mao il 31 ottobre in occasione di Artissima. Attraverso un percorso narrativo ed esperienziale, Tolaas invita a guardare agli oggetti oltre la loro dimensione materiale: la loro presenza fisica e visibile diventa il punto di partenza per esplorarne la componente olfattiva e le storie che questa può ancora raccontare.

Chiara Lee: Ci racconti un po’ della tua pratica e del lavoro che stai portando avanti al Mao?
Sissel Tolaas: Sono una inbetweener professionista. Ho un background in chimica organica, linguistica e arte, e ciò che mi interessa è l’invisibile, tutto ciò che ci circonda continuamente senza essere visibile: l’aria che respiriamo, che condividiamo e di cui tutti facciamo parte. Le molecole presenti nell’aria, e in particolare quelle odorose, sono la materia che cerco di comprendere, replicare e riprodurre per molteplici scopi. La mia pratica combina ricerca scientifica e chimica investigativa, o meglio, forense, con il tentativo di mettere in relazione la scienza e la realtà attraverso l’arte e la creatività. Sono qui, al Mao, per cercare di andare letteralmente sotto la superficie di alcuni oggetti, manufatti e reperti della collezione cinese del museo. Sono oggetti che portano con sé una storia e un’eredità importanti: di una parte di questa eredità siamo a conoscenza, mentre di gran parte non sappiamo ancora nulla. Quello che cerco di fare è comprendere questi oggetti da una prospettiva diversa, andando letteralmente sotto la loro pelle, alla ricerca di sostanze volatili, composti organici e altri elementi che persistono nei materiali o all’interno degli oggetti stessi. La speranza è che queste informazioni possano aggiungere qualcosa alla storia di un oggetto, modificarla o addirittura raccontarne una diversa. Per me, poter condurre casi di studio direttamente all’interno di un museo di carattere enciclopedico è un’opportunità davvero interessante. Oggi, in tutto il mondo, chi lavora in musei di questo tipo si pone le stesse domande: come abbiamo acquisito gli oggetti? Come ce ne siamo occupati in passato, come ce ne occupiamo oggi e come ce ne occuperemo in futuro? Qual è la loro storia? Da quanto tempo li possediamo? Come li abbiamo ottenuti? Sono autentici o falsi? E così via. Tutte queste domande sono, in un certo senso, al centro del lavoro che stiamo facendo qui. Cerchiamo di utilizzare la chimica forense per trovare alcune risposte. Non si tratta di stabilire cosa sia giusto o sbagliato, ma di mostrare al mondo, e ai musei in generale, che esistono altri modi di presentare un reperto, un oggetto, oltre a chiuderlo in una teca e creare una distanza tra il pubblico e ciò che osserva. Quello che cerco di fare, quindi, non riguarda soltanto la ricerca scientifica, ma anche il modo in cui i suoi risultati possono essere applicati all’interno di un contesto espositivo. L’idea è esporre alcuni oggetti per un certo periodo di tempo, poi rimuoverli e lasciare soltanto il loro odore. Vorremmo capire quanto ricordiamo di quegli oggetti e in che modo il loro odore, attraverso una sorta di costruzione olfattiva, possa arrivare a sostituirli. Speriamo che, in questo modo, il pubblico possa entrare in relazione con la materia e con i temi affrontati in modo diverso. Perché ciò che l’olfatto fa, in maniera davvero geniale, è attivare immediatamente la memoria personale e, allo stesso tempo, le emozioni e, penso che, quando si comprende un tema anche attraverso le emozioni, non lo si dimentichi più e si possa entrare in relazione con esso in modo diverso.

Una delle attività di Sissel al Mao di Torino

C.L: Che cosa può raccontarci l’odore di un reperto museale che il suo aspetto visibile non ci permette di cogliere?
S.T: Che cos’è un reperto? È la rappresentazione di una forma di ritualità, di un modo di vivere proveniente da culture diverse. Ma che cosa significa davvero? Questa retorica è stata utilizzata per generazioni e, in qualche modo, ha perso il suo significato, il suo scopo. Quello che mi interessa, quindi, è andare alla ricerca del significato di un reperto e riportare il discorso a qualcosa di molto concreto. Va bene, parliamo di vita. Ma che cosa significa? C’è ancora della vita in questo oggetto? Con la metodologia che utilizzo, posso dimostrare che è così. Naturalmente, ci troviamo anche di fronte a diverse questioni legate al passato e al presente, al modo in cui conserviamo e preserviamo gli oggetti, ma anche al rischio di conservarli troppo. Si può arrivare a preservarli a tal punto da farli sembrare quasi falsi. E allora, dov’è il confine? Non si tratta soltanto di rivelare ciò che può essere ancora presente nell’oggetto, ma anche di mostrare quando si è intervenuti troppo: con la lucidatura, la riparazione delle lacune, i trattamenti del degrado e della patina, tutti aspetti così importanti nel lavoro di conservazione. La conservazione ha naturalmente una sua ragion d’essere, ma non è un caso che si chiamino conservatori: sono molto conservatori. Quando un oggetto entra in un museo di carattere enciclopedico come il Mao, il Metropolitan Museum o il British Museum, viene immediatamente trasformato in una sorta di bene museale, in un oggetto di valore. Il compito del conservatore è preservare lo stato dell’oggetto in quel preciso momento. Ed è qui che entro in gioco io, dicendo: «Ascoltate, niente è mai davvero immutabile. Anche un piccolo foro in un oggetto può fornire informazioni essenziali per comprenderlo, andando oltre il suo aspetto esteriore». L’idea è quindi condurre diversi casi di studio, esaminando vari oggetti della collezione cinese del museo, compresi quelli storici per i quali disponiamo di riferimenti e protocolli molto chiari. Prenderemo in considerazione anche materiali diversi: non solo ceramica e metallo, ma anche legno e pelle. In questo modo avremo una maggiore varietà e potremo, speriamo, raccogliere informazioni e dati di diverso tipo, che analizzeremo e cercheremo di interpretare una volta completate le registrazioni.

C.L: Hai parlato di «registrazioni». Come si svolge concretamente la tua ricerca sugli oggetti della collezione? 
S.T: Il mio lavoro qui consiste nel registrare le molecole odorose di 15-20 oggetti. Per ogni registrazione utilizzo compressori su misura, dotati di un tubo alla cui estremità si trova una piccola componente in vetro, chiamata 10x, con un filtro al carbonio. Questo filtro raccoglie tutte le particelle e le sostanze volatili emesse da qualsiasi superficie o fonte con cui entra in prossimità. In questo caso, il tempo di registrazione è molto più lungo rispetto a quello che utilizzerei normalmente. Questo dipende da un problema di contaminazione che ho riscontrato nel museo. La contaminazione si verifica quando gli oggetti non vengono conservati in condizioni adeguate. Un oggetto dovrebbe essere isolato in condizioni molto specifiche per evitare contaminazioni, ma la definizione di contaminazione varia da museo a museo. In questo caso, il problema è che nessuno ha considerato la possibilità che un oggetto possa essere contaminato dal punto di vista olfattivo. Si pensa alla contaminazione causata dalla luce o dalla temperatura, ma anche tutti gli odori presenti nell’ambiente circostante influenzano le sostanze contenute nell’oggetto stesso. Voglio quindi riuscire a distinguere quanta parte dei dati che raccolgo derivi dalla contaminazione esterna e quanta, invece, riguardi l’oggetto stesso. Questo tipo di analisi può anche rivelare quali sostanze chimiche sono state utilizzate per la conservazione e persino in quali quantità. Potenzialmente, mi permette quindi di assumere uno sguardo critico e dire: «Ascoltate, forse state facendo troppo. State intervenendo più del necessario». È molto più facile affermarlo con chiarezza quando lo si può dimostrare anche attraverso i dati.

Una delle attività di Sissel al Mao di Torino

C.L: Questo quindi significa che i risultati della tua ricerca possono cambiare sia il modo in cui un museo conserva gli oggetti ma anche, come dicevi prima, come decide di esporre e raccontarli. So che in questo momento il tuo lavoro è ancora in divenire, ma come si passa dall’analisi delle tracce olfattive alla loro restituzione al pubblico? E come possono queste tracce aiutarci a raccontare le storie degli oggetti?
S.T: Sì, significa che il contesto in cui ci si prende cura di un oggetto è parte integrante del lavoro sull’oggetto stesso. Hai l’oggetto, hai uno spazio, un museo, un edificio, e tutto è circondato dall’aria. Come si possono utilizzare tutti questi elementi per esporre e raccontare l’oggetto, creando una situazione in cui sia l’oggetto stesso a parlare? Questo può avvenire a un livello molto non verbale. I composti chimici sono la prima forma di comunicazione sul pianeta Terra e, in un mondo in cui i pixel stanno uccidendo le immagini e le parole ormai non significano più nulla, forse è proprio la chimica il modo per raccontare una storia. Faccio questo lavoro da trent’anni. E quando un’esperienza funziona, funziona davvero: non dimentichi mai quello che hai appena vissuto. Raccolgo l’odore, le molecole odorose provenienti da una fonte, e lo scompongo nelle singole molecole che lo compongono. Poi le confronto con il mio database di Berlino, che contiene circa 20mila molecole e mi permette di replicare e riprodurre ciò che registro. Naturalmente non posso farlo con tutto: il mondo è fatto di miliardi di molecole e io ne catturo solo una frazione minuscola, ma significativa. Nei dati ci sono sempre dei picchi, che estraggo dallo spettro e sottopongo a ulteriori analisi di chimica forense. È proprio così che riesco a individuare le sostanze legate, per esempio, alla formaldeide, all’acetone o ai materiali utilizzati per la conservazione e il restauro: sostanze che non hanno nulla a che fare con l’oggetto in sé. Poi ci sono gli altri composti organici, che possono raccontarci, per esempio: «Ah, questo oggetto veniva utilizzato per bere birra», oppure «questo veniva utilizzato per quest’altra cosa», e così via. Queste sono le diverse tipologie di informazioni che spero di riuscire a ricavare dalla maggior parte degli oggetti. Il passaggio successivo alla raccolta dei dati sarà legato a una scelta, ed è proprio qui che entra in gioco la mia libertà individuale, nel rapporto tra scienza e arte. Nella scienza devo rimanere obiettiva. A una domanda segue una risposta, si scrive un articolo, lo si pubblica e si passa all’esperimento successivo. Io, invece, salto questo passaggio: porto la domanda fuori dal laboratorio e la metto alla prova nella realtà, attraverso la mia pratica artistica e la mia posizione soggettiva. Posso formulare una domanda e cercare la risposta direttamente nella realtà. È proprio questo che mi ha resa famosa: la capacità di colmare il divario tra scienza e arte, utilizzando una metodologia scientifica, trasferendo la domanda scientifica nella realtà attraverso l’arte e la creatività e riportando poi la risposta in laboratorio per proseguire la ricerca. Il mio punto di forza è diventato proprio questo: essere una sorta di catalizzatrice tra questi due mondi. Replicherò e riprodurrò quindi ciò che ritengo rappresentativo dei diversi oggetti. Quella molecola, o quell’insieme di molecole, sarà il punto di partenza per decidere come esporli nei diversi ambienti del museo. Ci saranno oggetti, non-oggetti e molecole odorose accessibili al pubblico. Stiamo ancora lavorando per capire esattamente come sarà organizzato il tutto, ma non vogliamo progettare uno spazio a priori: deve essere il contesto a funzionare. Se colloco un oggetto in uno spazio, lo spazio deve, in qualche modo, funzionare insieme all’oggetto. È una sensibilità che spesso manca in un contesto come quello museale, con le vetrine e tutto il resto. Quanto servono davvero gli elementi di supporto, i testi e così via? E quanto, invece, se ne può fare a meno? Vogliamo quindi provare a elaborare delle linee guida per capire come fare tutto questo. Anche questo fa parte dell’esperimento. Immaginiamo di ottenere un risultato molto interessante da una registrazione: a quel punto ci chiediamo come esporlo e quali fattori dobbiamo considerare per farlo nel modo giusto. Se rimuoviamo l’oggetto, con che cosa lo sostituiamo? E come lo facciamo? Per me è molto importante che il pubblico diventi parte di questo processo. Sarà quindi una situazione in divenire, che si svilupperà nell’arco di diversi mesi e stimolerà la curiosità del pubblico: «Oh, ho visto quell’oggetto, e ora sta lentamente scomparendo. E con che cosa viene sostituito?». In questo modo si apre un discorso diverso e si acquisisce una comprensione diversa. Alla fine, si tratta anche di educazione: educare il pubblico, il personale di sala e le persone in generale, in modo intelligente. Non nel senso di dire: «Noi vi stiamo raccontando qualcosa che non sapevate», ma coinvolgendo le persone e facendo sentire tutti parte del processo. Il processo diventa il prodotto. E chissà, alla fine questa situazione in divenire potrebbe protrarsi nel tempo, a seconda di quello che succederà. È un esperimento molto organico.

Una delle attività di Sissel al Mao di Torino

C.L: Come sei diventata una SMELL RE_searcher?
S. T: Lavoro su questo tema da sempre. Voglio dire, fin dall’inizio mi sono dedicata con passione allo studio delle piccole molecole. Ero curiosa di quella realtà invisibile da cui dipendiamo così tanto e di cui tutti abbiamo bisogno. L’aria è qualcosa che condividiamo tutti. Ma che cosa significa, in fondo? È un concetto molto astratto. La chimica era la mia materia preferita a scuola. Non sapevo dove mi avrebbe portata, ma sapevo che mi stava portando da qualche parte. Alla fine, mi sono ritrovata a occuparmi di questioni come la sopravvivenza, l’aria e così via. Inoltre, soffrivo di un problema serio, l’asma, e ho iniziato a capire che l’aria non è semplicemente il nulla. Attraverso la chimica ho cominciato a comprendere che, quando qualcosa non va, almeno possiamo accorgercene attraverso l’odore. Sono arrivata molto presto a questa consapevolezza. Sono cresciuta in Scandinavia, al Nord, a stretto contatto con la natura, e questo mi ha fatto capire quanto siano importanti i sensi. Mi chiedevo in modo perplesso: perché guardiamo il mondo soltanto attraverso la vista, quando abbiamo così tanti altri «software», diciamo, o interfacce nel nostro corpo per comprenderlo? Percepiamo gli odori prima ancora di vedere. I sensi sono lì per aiutarci a comprendere il contesto e ciò che ci circonda. E l’evoluzione del corpo e dei sensi ci mostra chiaramente quanto tutti i sensi siano importanti per la sopravvivenza. Se vivi in mezzo a un campo e sei un cacciatore, e non usi tutti i sensi, vieni ucciso in un secondo. E invece noi stiamo lì a guardare i nostri schermi, ma i nostri iPhone non bastano davvero. Quando nasci, senti l’odore di tua madre prima ancora di vederla. Appena nasci, senti l’odore del deodorante prima ancora di quello del latte materno. Questa realtà contaminata e costruita, fatta di marketing e lontana dalla scienza, è sempre stata per me una provocazione. E allora mi sono detta: devi cambiare questa cosa. Ho quindi intrapreso questa enorme impresa: capire come cambiare il modo in cui il mondo comprende il senso dell’olfatto, partendo dall’evoluzione, dalla biologia, dalle neuroscienze, dalla chimica e così via. Passo dopo passo, ho cercato di capire, usando me stessa come cavia. Per sette anni ho fatto ricerca sul campo, chiedendomi: che cosa succederebbe se comprendessi il mondo attraverso l’olfatto, invece che attraverso la vista? Come cambierei? Come cambierebbero il mio equilibrio, il mio modo di stare al mondo e così via? E ancora e ancora tornavo all’infanzia, perché tutti conserviamo dentro di noi il bambino che siamo stati. Ciò che i sensi fanno, e che hanno sempre fatto così brillantemente, è questo: più avanti nella vita, dopo la pubertà, diventiamo molto più pragmatici, razionali e competitivi. Prima della pubertà, invece, impariamo, agiamo e comunichiamo attraverso le emozioni, la gioia e il gioco. E i sensi hanno un ruolo fondamentale in tutto questo. Dalla nascita alla pubertà è il periodo in cui impariamo di più. Questo significa che imparare attraverso la gioia e il gioco è fondamentale per l’apprendimento. Poi arriva la pubertà, la parte razionale del cervello prende il sopravvento, quella emotiva passa in secondo piano e iniziano i problemi. I sensi ci riportano a quella gioia, a quella dimensione ludica. Cambiano la narrazione: coinvolgere tutti i sensi nella percezione, nell’esperienza, nella comunicazione e nell’orientamento cambia tutto in modo radicale. Annusare la realtà è divertente, è qualcosa che dà gioia. Quando percepisci attraverso l’olfatto qualcosa che ti riguarda, non lo dimentichi più. E senza una reazione emotiva non c’è azione. Nel momento in cui senti l’odore della guerra, non lo dimentichi più. È come avere una cicatrice sul corpo: non dimentichi mai come te la sei procurata. È questo che fanno i sensi. Ed è anche così che le informazioni sensoriali vengono elaborate nel corpo e nel cervello. La prima volta che senti un odore, questo diventa un riferimento per tutta la vita. Quando lo sentirai di nuovo, più avanti, quel riferimento esisterà già. Il senso dell’olfatto è particolare proprio per questo: l’elaborazione avviene a livello inconscio. Non devi pensarci, semplicemente senti un odore. Ma se qualcuno ti chiede: «Che cosa hai appena sentito?», potresti rispondere: «L’odore della mia infanzia» oppure «L’odore di mia nonna». Perché quella è stata la prima volta che hai sentito quell’odore. E così, ogni volta che percepisci un odore nuovo, quel momento diventa un riferimento per tutto il resto della tua vita.

C:L: In una società in cui gli odori vengono spesso mascherati o neutralizzati, tu proponi un modo diverso di rapportarti a essi. Quali possibilità apre questo approccio, non solo nella percezione del mondo, ma anche nel modo in cui entriamo in relazione con gli altri?
S.T: Ci sono moltissime possibilità. Possiamo lavorare sull’olfatto in modo molto più sofisticato rispetto a quanto è stato fatto finora nelle applicazioni commerciali. Finora, infatti, il senso dell’olfatto e la chimica degli odori sono stati utilizzati soprattutto per scopi commerciali, per «coprire» il mondo. Non sappiamo nemmeno più che cosa ci sia davvero intorno a noi: detersivi, profumi, deodoranti e ogni genere di prodotto vengono usati per mascherare gli odori esistenti. Ma noi vogliamo conoscere la verità. Mettiamo quindi l’olfatto, la scienza degli odori, al servizio di uno scopo diverso. Ed è qui che entro in gioco io, cercando di rompere questo schema e lavorando con le grandi aziende. Dico loro: «Ascoltate, avete una responsabilità. Chi ha bisogno di un’altra miscela astratta, dentro un contenitore dall’aspetto terribile? Nessuno. Tiriamola fuori dal contenitore e vediamo che cosa possiamo fare per rendere il mondo più sicuro di sé, più tollerante». Penso che il mio lavoro abbia molto a che fare con il restituire fiducia all’umanità. Tutti abbiamo un corpo. Qualunque cosa venga fatta a quel corpo può essere profondamente traumatica, ma può anche produrre l’effetto opposto. In qualche modo, però, siamo tutti dotati di qualcosa di straordinario: i sensi. Il corpo è l’hardware, i sensi sono il software. In un modo o nell’altro, anche quando le nostre capacità sensoriali sono compromesse, i sensi sono comunque lì, a nostra disposizione, gratuitamente. Tutto il resto costa. Quindi, se come istituzione o come individui riusciamo a trasmettere questo messaggio, possiamo dire: «Sì, forse non sei in grado di comprendere questa scultura o questo vaso appartenente a una certa dinastia, ma se ti permettiamo almeno di sentirne l’odore, forse puoi entrare in relazione con esso». Questo è, in parte, lo scopo di quello che stiamo facendo qui: essere più inclusivi, più tolleranti, più aperti. Penso che oggi sia necessario cambiare la narrazione, superare questo modo monotono di guardare il mondo, concentrato soltanto sulle superfici, senza riuscire nemmeno a ricordare, due minuti dopo, che cosa abbiamo guardato. Quindi sì, è ambizioso. E, a essere sincera, la mattina mi sveglio e sono felice di essere viva, perché sento di poter lavorare continuamente: c’è sempre qualcosa da respirare e qualcosa di mio da lasciare nell’aria. Voglio dire, l’aria è qualcosa che condividiamo tutti. Respiriamo e percepiamo tutti molecole che ci arrivano da Giulio Cesare e da tutto ciò che è venuto prima di lui. Quando lavoro a Pompei e porto alla luce il terreno e la polvere del 79 d.C., succede qualcosa. Anche se tutto questo avviene a livello inconscio, l’effetto è enorme. Ed è proprio questo che mi interessa: come possiamo utilizzare meglio tutto ciò che è custodito nella nostra memoria inconscia per comprendere il mondo al di là di come appare?

Intervista a cura di Chiara Lee
Riprese e montaggio a cura di Alessandro Muner

Chiara Lee, 16 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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