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Arushi Jain

Foto Perottino

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Arushi Jain

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#MaoTempoPresente: Arushi Jain

La rubrica di interviste con lɜ artistɜ che reinterpretano il museo torinese attraverso il contemporaneo, a cura di Chiara Lee e Alessandro Muner, in collaborazione con «Il Giornale dell’Arte»

Il nuovo appuntamento di #MaoTempoPresente ci porta a riscoprire una conversazione dal nostro archivio con Arushi Jain, incontrata nell’estate del 2023 a Radio Banda Larga, in occasione del suo concerto torinese per Evolving Soundscapes sulla terrazza del Museo d’Arte Orientale.

Arushi Jain è sound designer, cantante, produttrice, conduttrice radiofonica e ingegnere. La sua ricerca mette in dialogo la tradizione musicale indiana secolare con il suono, il ritmo e l’estetica della musica elettronica contemporanea. Cresciuta a Delhi, Jain si è avvicinata fin da bambina alla musica classica indiana e ad altre tradizioni musicali regionali. Successivamente si è trasferita in California per studiare Informatica alla Stanford University, dove ha approfondito il rapporto tra suono, tecnologia e sintesi presso il Centre for Computer Research in Music and Acoustics (Ccrma).

Nella sua musica gli antichi «raga»* dell’India settentrionale vengono reinterpretati attraverso gli strumenti e le tecnologie sviluppati nella sua ricerca nella Bay Area. I suoi album «Delight» (2024) e «Under the Lilac Sky» (2021), entrambi pubblicati da Leaving Records, hanno ricevuto il plauso della critica. Nel 2022 è stata inclusa nella prestigiosa lista 30 Under 30 di Forbes.

Chiara Lee: La tua ricerca musicale è profondamente personale. Che cosa guida la tua pratica?
Arushi Jain: Sono una sound designer e lavoro con i sintetizzatori modulari. Il linguaggio musicale che parlo è quello della musica classica indiana, in particolare della tradizione dell’India del Nord, l’Hindustani, che ho studiato come cantante mentre crescevo a Delhi. Quando, da adulta, mi sono avvicinata alla sintesi sonora, mi sono resa conto che quello era l’unico linguaggio musicale che conoscevo davvero. È stato quindi naturale portare con me tutto quello che avevo imparato, applicandolo al sound design e alla sintesi modulare: creare da zero le sonorità, le palette sonore legate a un’atmosfera, a un’emozione. E credo di essere riuscita a trovare qualcosa di davvero speciale e unico, perché la musica classica indiana è un universo immenso, di una ricchezza straordinaria. Io mi considero un’allieva, e credo che lo sarò per sempre: c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare. Più approfondisco questo genere, sia come cantante sia come strumentista, più si aprono nuove possibilità anche nella sintesi sonora e nel mio lavoro con il sintetizzatore. Perché, rispetto alla complessità della musica classica indiana, il sintetizzatore ha molti limiti. La domanda che mi pongo è: che mondo prende forma quando questi due universi, così distinti, così vasti e potenti ciascuno a modo proprio, vengono messi in relazione? Che cosa nasce, che cosa si manifesta, dal loro incontro? Che cosa succede, com’è il nuovo mondo che si crea? Può essere un mondo libero dalle tradizioni, dal carattere e dai codici propri dei due universi da cui nasce e diventare qualcosa di completamente nuovo, con una propria identità? È questo ciò che guida il mio lavoro musicale.

Arushi Jain. Foto Perottino

Mi interessa approfondire il lato più «nerd» del tuo lavoro. Come si incontrano, dal punto di vista tecnico, la musica classica indiana e la sintesi modulare?
Sì, lavoro con la sintesi modulare, canto musica classica hindustani e sono una programmatrice, e mi piace costruire cose. Quindi mi avvicino alla composizione e al sound design anche da una prospettiva molto razionale, per certi versi. Ma naturalmente bisogna poi tornare al corpo, a come ci si sente e a come il suono ci fa reagire. Mi piace molto però progettare strumenti, costruirli e occuparmi di questo genere di cose un po’ da nerd. E i modulari sono perfetti per questo, perché sono molto tecnici, ma puoi decidere tu quanto spingerti nell’aspetto tecnico. Puoi davvero progettare il sistema in base alle tue esigenze e, se vuoi, puoi andare molto in profondità. Se ci pensi, molto del contesto culturale di un genere musicale è determinato dallo strumento che lo produce, dalle potenzialità di quello strumento. Quando pensiamo alla musica classica indiana, per esempio, pensiamo al sitar, al sarod, a tutti quegli strumenti che in qualche modo definiscono il genere stesso. Sono così profondamente legati al genere che, cambiando semplicemente lo strumento, cambia naturalmente anche la natura stessa del suono che ne deriva. Però poi ci sono le teorie della musica classica indiana, il sistema dei raga, che, come dicono i miei insegnanti, impari a conoscere, come fossero persone: impari a conoscere un raga, la sua energia, il suo carattere, le sue sfumature. E quindi poi puoi trasferire tutto questo in palette sonore diverse. E al centro di tutto questo c’è, o dovrebbe esserci, mi correggo, la responsabilità del performer: fare del proprio meglio per mostrare questa persona, questo raga, nel modo più autentico possibile, nel modo più accurato possibile. Per me è qualcosa di nuovo, e non ci sono ancora arrivata del tutto. Ed è proprio questa la curiosità, la domanda: è possibile? Potrebbe anche non esserlo, potrebbe anche trasformarsi in qualcosa di completamente diverso. Ma va bene così, perché è proprio così che nascono cose nuove.

Hai progettato un sistema che permette alla tua voce di dialogare direttamente con il sintetizzatore. Come funziona e che cosa ti permette di esplorare musicalmente?
Si può rilevare l’intonazione della voce ottenendo un valore in Hertz, la frequenza fondamentale, e poi convertire quel dato numerico in un voltaggio di controllo. Questa conversione può essere fatta in diversi modi. Io la faccio usando un MIDI frazionario; anche se probabilmente dovrei farlo in analogico, sarebbe più semplice. Esiste un modulo Eurorack che fa questa cosa, ma a me piace costruirmi gli strumenti. E, come dicevo, sono una programmatrice, quindi ho semplicemente deciso di fare da me. Una volta che la frequenza è convertita in MIDI frazionario, calcolo tutti i dati relativi al pitch bend e li invio al sintetizzatore attraverso Max. Anzi, prima usavo Max. Ora invece utilizzo il modulo FH2 di Expert Sleepers, che è un’azienda fantastica. Non ricordo dove abbia sede, ma realizza molti moduli che integrano Eurorack e computer: è proprio questo il loro ambito. Sono moduli molto programmabili: per esempio, una delle uscite CV del modulo può diventare qualsiasi cosa tu voglia, un LFO, un envelope pitch, un controllo dell’intonazione... praticamente qualsiasi funzione. Utilizzando sistemi di questo tipo, ho scoperto che posso personalizzare davvero molto il modo in cui lavoro con il sintetizzatore, ed è una cosa bellissima: avere questo livello di controllo e questa possibilità di intervenire sullo strumento. E poi posso cantare qualcosa e il sistema segue semplicemente la mia voce, riproducendola attraverso il sintetizzatore. Il risultato è un po’ strano: ha un suono che ricorda un po’ quello di un theremin. All’inizio mi ha spiazzata, ma sperimentare è questo. L’unico modo in cui so davvero pensare alla musica è attraverso quel linguaggio. È come parlare in inglese invece che in hindi: il modo in cui pensi cambia.

«Under the Lilac Sky», il tuo album d’esordio, ha un’atmosfera sospesa, quasi crepuscolare. Come è nato?
«Under the Lilac Sky» è stato sostanzialmente concepito poco prima della pandemia, ma è stato poi scritto nel periodo del Covid. Vivevo nel quartiere Castro, a San Francisco, e dopo il lavoro facevo spesso lunghe passeggiate, semplicemente andando in giro per il quartiere. I parchi della California sono davvero magnifici. I cactus erano rigogliosi, i tramonti erano bellissimi. Volevo scrivere qualcosa per quella magia, per ricordare che la magia può esistere anche quando tutto il resto sembra non funzionare. Non era davvero un progetto pianificato in quel modo, ma a un certo punto ho pensato che sarebbe stata una buona idea creare un’opera musicale completa, pensata per essere ascoltata una sola volta. Se lo ascolti dall’inizio alla fine è come intraprendere un viaggio, come fare una passeggiata. Facevo queste passeggiate di circa un’ora per il mio quartiere e volevo semplicemente una colonna sonora per quei momenti. Ecco, è più o meno così che il progetto ha preso forma, in modo abbastanza libero. Alcune persone potrebbero dire che gli stati d’animo non contano, che il momento della giornata non conta. Per altre persone, invece, conta eccome. È molto soggettivo. Riesci a percepire quell’attimo della sera quando stai eseguendo questo raga specifico? Se non lo senti, forse per te non è destinato a essere così. Oppure forse stai semplicemente trovando in questo raga una forma diversa dagli altri. È qualcosa di profondamente soggettivo, ma fa anche parte di una lunga tradizione orale. Ed è vero che molte cose, in fondo, non sai davvero se siano vere. Puoi solo credere a ciò che ti viene insegnato dai tuoi maestri. E poi, quando hai acquisito abbastanza conoscenza, puoi scegliere se continuare a crederci oppure no. Io mi sento sicuramente, al cento per cento, sempre un’allieva. E volevo esplorare proprio questo: i sentimenti che evocano questi raga, i momenti della giornata a cui sono associati, sono davvero quelli giusti? Mi sembra di sì. Voglio dire, questo avrebbe potuto essere un album da ascoltare più tardi nel giorno, magari un album per le nove di sera, ma per me la sensazione è che sia un album per le sei. Alla fine credo sia una questione di sensazioni. È tutto quello che puoi fare. L’unica verità è ciò che stai facendo, ed è una cosa molto complessa.

Arushi Jain. Foto Perottino

Il fatto che i raga siano legati a momenti precisi della giornata e a determinate stagioni crea un rapporto molto particolare tra musica, tempo e stato d’animo. Che cosa cerchi quando ascolti la musica degli altri?
Ascolto soprattutto il sound design: come il suono si trasforma, come fa emergere la melodia e il ritmo essenziali e come questa continua variazione attraversa il brano. Se dovessi sedermi e mettermi ad ascoltare musica in modo più analitico, penso che la ascolterei proprio in questo modo. È buffo, però: in realtà non ascolto (o almeno, ultimamente non ho ascoltato) molta musica, perché ho appena finito di scrivere un nuovo album e, quando compongo, non riesco ad ascoltare altra musica. Ho semplicemente ascoltato molta musica classica indiana. Credo di aver ascoltato quasi esclusivamente voce classica indiana e sitar nell’ultimo anno e mezzo. Per me è una forma di ricerca: ascoltare questa musica fa parte del mio processo di studio. La amo davvero molto, ma, allo stesso tempo, adesso ho la sensazione di stare uscendo da una sorta di incantesimo. E sto tornando ad ascoltare musica nuova: la musica dei miei amici o semplicemente musica che arriva da mondi completamente diversi. Sono rimasta sconvolta da quanta musica straordinaria e bellissima sia uscita nell’ultimo anno e mezzo. Credo che in fondo quello che cerco nell’ascolto sia questo: riesco a essere me stessa, a vivere la mia vita, a fare le cose che faccio e allo stesso tempo restare in relazione con questa musica? Posso ascoltare questo brano e anche un altro? Quel brano riesce a rimanere in me così tanto da permettermi di coesistere, in qualche modo, in questi mondi diversi? È quella sensazione che cerco.

Qualcosa che possa rimanere in te e coesistere con il tuo mondo. Ti è mai capitato che la musica o gli strumenti entrassero nei tuoi sogni?
Non credo di sognare più, il che è un po’ triste, ma probabilmente dovrei cambiare alcune cose nel mio stile di vita perché questa dimensione possa tornare nella mia vita. Però alcuni sogni a cui penso spesso con grande affetto risalgono a quando ho iniziato a lavorare con i modulari, intorno al 2017. Avevo appena scoperto questo strumento e ne ero completamente affascinata. Ero in quella fase di innamoramento con lo strumento, perché all’improvviso mi aveva dato un senso di potenzialità enorme: era come se avessi scoperto una sorta di segreto sacro. Mi dava una capacità incredibile di sperimentare, di creare cose dal nulla. Non so davvero come spiegarlo in altro modo. Ero ossessionata: lo sognavo continuamente, leggevo tutto quello che potevo al riguardo. Lo sognavo nel senso letterale del termine: sognavo i patch. I miei coinquilini mi prendevano in giro perché facevo questi sogni. E quando ci ripenso mi dico: ok, allora a quel tempo riuscivo ancora a sognare. Fantastico. È una cosa piuttosto nerd, ma penso che fosse anche un segnale del fatto che quello strumento era qualcosa di importante per me. E sono felice di aver seguito quella direzione. Credo che i sogni siano un luogo davvero meraviglioso, in cui le cose possono unirsi e prendere forma in modi che, nel mondo fisico, probabilmente non riusciresti mai nemmeno a immaginare. Ma è anche il luogo in cui nascono molte idee e in cui avviene, scusate il termine, una sorta di problem solving. Quando qualcosa non ha senso nel mondo reale e ti chiedi: «perché non funziona? perché non riesco a capirlo?», in qualche modo nei sogni tutto può trovare un collegamento. Anche quando studiavo informatica, per esempio, mi capitava di lavorare su esercizi e problemi che non riuscivo a risolvere. Poi andavo a dormire e, in qualche modo, al mattino avevo la risposta. I sogni hanno proprio questa capacità. E in quel periodo ero stata introdotta a un mondo completamente nuovo, pieno di cose che non riuscivo ancora a comprendere. Mi chiedevo: cos’è il control voltage? Perché questo modulo va da zero a otto volt, mentre quest'altro va da zero a cinque volt? Qual’è il sistema che sto cercando di capire? Erano più o meno questo tipo di domande, forse un po’ bizzarre, che mi facevo in quel periodo. Ma è passato un po' di tempo e ne avevo davvero tante. Era proprio una fase della vita in cui stai cercando di capire qualcosa di nuovo. E poi diventa quasi un'ossessione. È sempre con te. È una curiosità, una domanda che continua a tornare: ci pensi costantemente e finisce per entrare anche nei tuoi sogni.

* I raga sono strutture musicali della tradizione classica indiana, utilizzati per evocare emozioni e stati d'animo specifici. Proprio come un dipinto usa i colori, un raga utilizza note e ritmi per dare forma alle emozioni. I musicisti eseguono i raga in momenti precisi della giornata e in determinate stagioni dell'anno, creando così un legame diretto tra l'ascoltatore e una particolare atmosfera emotiva.

Intervista a cura di Chiara Lee
Riprese e montaggio a cura di Alessandro Muner

Chiara Lee, 15 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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