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Chiara Lee
Leggi i suoi articoliVibrafonista e raffinato tessitore di paesaggi sonori ambient, Masayoshi Fujita inizia il suo percorso artistico con la batteria, per poi dedicarsi al vibrafono e sperimentare oltre i confini degli stili tradizionali. Attraverso l’uso di pezzi di metallo, strisce di alluminio e altri oggetti con cui prepara lo strumento, esplora nuove possibilità sonore, ampliandone lo spettro senza alterarne il carattere intrinseco.
Ha pubblicato cinque LP con l’etichetta culto di Londra Erased Tapes: «Stories» (2013), «Apologues» (2015), «Book of Life» (2018), «Bird Ambience» (2021) e «Migratory» (2024), e ha collaborato con musicisti e producer come Moor Mother, Jan Jelinek e Guy Andrews.
L’abbiamo incontrato a Torino in occasione di un evento di Evolving Soundscapes, curato da Chiara Lee e Freddie Murphy, nato dalla collaborazione tra Mao e Ogr nell’ambito dei public program delle mostre «The Soul Trembles» di Chiharu Shiota al Mao ed «Electric Dreams. Art & Technology Before the Internet» alle Ogr.
Chiara Lee: La tua musica evoca atmosfere intense, quasi cinematografiche. Come nascono le tue composizioni? Quando componi, ci sono immagini, concetti o paesaggi che guidano il tuo processo creativo?
Masayoshi Fujita: Fondamentalmente, parto sempre da un’immagine che nasce dal suono. Spesso suono il vibrafono liberamente, finché non sento un suono o un’armonia che mi colpisce particolarmente. Per me, un bel suono è qualcosa che genera un’immagine. Allora mi soffermo su quell’immagine e su quel suono e continuo a suonare, ancora e ancora. Così, tutto diventa sempre più chiaro, o più ampio. In molti casi, è proprio così che nasce la mia musica, è così che inizio a comporre un brano. Quindi, forse, si potrebbe dire che è per questo che la mia musica dà la sensazione di avere un’immagine alle spalle. Il punto è che il vibrafono è uno strumento piuttosto nuovo: sono passati quasi cento anni da quando è stato inventato, quindi, come strumento, è ancora relativamente giovane. E per me ha un enorme potenziale, che non è stato ancora sviluppato o esplorato fino in fondo. Strumenti come il pianoforte o la batteria hanno una storia molto lunga, quindi si sono evoluti moltissimo, sia meccanicamente sia dal punto di vista sonoro. Per esempio, il rullante ha quella cordiera metallica sotto la pelle, che immagino fosse un’idea molto sperimentale all’inizio, ma che oggi è diventata completamente standard, no? Il vibrafono, invece, è piuttosto semplice nella sua struttura, ma per me offre ancora tantissime possibilità e molto spazio per esplorare. Per questo cerco di sperimentare il più possibile con questo strumento. In passato ho provato tantissime cose e, nel tempo, ho selezionato alcune idee e alcuni oggetti che producono suoni davvero belli sul vibrafono. Alcuni li uso continuamente e penso che, in futuro, potrebbero persino diventare una sorta di standard nell’uso dello strumento.
Quanto incidono l’improvvisazione e lo spazio in cui suoni sul modo in cui prende forma la tua musica?
Recentemente ho inserito più improvvisazione nei miei set. Prima ero più orientato alla costruzione di uno spettacolo molto pianificato, con un’idea precisa di ciò che avrei fatto. Ma mi sono reso conto di essere più bravo a reagire a ciò che accade nel momento, ad ascoltare il suono e a lasciarmi venire delle idee sul momento. Inoltre, mi viene naturale giocare con l’acustica e con il riverbero, con il modo in cui suona lo spazio e con la sua atmosfera, e magari anche con la storia o il passato del luogo, dell’edificio. Soprattutto in un posto come questo, come oggi. Durante il soundcheck, per esempio, mi è venuta l’idea di camminare per questa stanza mentre suonavo. Sono proprio queste le cose che trovo più interessanti e significative per me, e che mi piace esplorare.
Masayoshi Fujita. Foto Giorgio Perottino
Hai vissuto a Berlino per molti anni e solo di recente sei tornato in Giappone. In che modo il passaggio da un luogo all’altro ha cambiato il tuo modo di pensare la musica e il suono?
Ricordo che quando vivevo a Berlino sentivo la mancanza di un legame con la terra in cui vivevo. Ero uno straniero: ci ho vissuto tredici anni e parlavo anche tedesco, non benissimo, ma comunque abbastanza. Però, a dire il vero, non sono mai riuscito a sentire davvero Berlino come casa. Mi sono sempre sentito un ospite, anche perché dovevo continuamente fare richiesta per il visto e avevo bisogno di un permesso per poter vivere lì. Questa cosa mi ha influenzato a livello inconscio: sentivo di non avere un vero legame con quel luogo. Questo è stato il motivo principale per cui volevo tornare, non proprio tornare, ma andare nella campagna giapponese, vivere lì, mettere radici. Volevo soprattutto vivere in campagna, immerso nella natura. Ora vivo in un piccolo villaggio sulle montagne, in una zona rurale, e mi piace l’idea di essere connesso alla natura e alla terra, perché la natura è uno degli elementi più importanti, se non il più importante, della mia musica. E penso che anche il luogo in cui vivo abbia avuto un effetto sulla mia musica. All’inizio non ne ero sicuro, ma ormai vivo lì da sei anni e posso dire che mi ha influenzato. Oggi, per esempio, faccio più musica ambient e uso molti meno beat, e anche un po’ meno noise e suoni aggressivi. Mi piacciono molto i beat e la musica elettronica, ma quando ascolto o suono quel tipo di musica in montagna, circondato dalla foresta e dalle montagne, in qualche modo non mi sembra adatta, non mi sembra connessa al luogo. Forse hai presente quella sensazione: vai nella foresta e all’improvviso ti rendi conto che stai indossando qualcosa di molto alla moda, magari dei vestiti da città, e senti che non stanno bene, che non si adattano alla natura. Ecco, provo una sensazione simile con la musica. Quando suono un beat o qualcosa di elettronico, non so, dell’harsh noise, nel luogo in cui vivo, sento che non si adatta davvero. Quindi, spontaneamente, tendo a creare dei suoni che in qualche modo risuonino con l’ambiente, che abbiano senso in quel contesto. In questo modo, penso che il luogo in cui vivo finisca per influenzare la mia musica.
A che cosa stai lavorando in questo periodo?
Sto lavorando a un duo con Jan Jelinek. È venuto in Giappone, ha visitato il mio studio e abbiamo registrato del nuovo materiale. Quindi lavoreremo su quello nel corso di quest’anno. E poi, quando tornerò in Giappone, lavorerò al mio nuovo album, e non vedo davvero l’ora di iniziare. Al momento sono ancora nella fase in cui cerco di capire che cosa fare e che cosa vorrei realizzare. Ho diverse idee, non tantissime, ma alcune, e vorrei rifletterci bene, assimilarle e trovare il modo giusto di svilupparle.
Masayoshi Fujita. Foto Giorgio Perottino
Intervista a cura di Chiara Lee
Riprese e montaggio a cura di Alessandro Muner
Chiara Lee
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