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Manina (1918-2010), Angelo nostro spirito [Angel our spirit], 1969

© The Estate of Manina. Courtesy of Richard Saltoun Gallery, London, Rome & New York

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Manina (1918-2010), Angelo nostro spirito [Angel our spirit], 1969

© The Estate of Manina. Courtesy of Richard Saltoun Gallery, London, Rome & New York

Manina è una delle scoperte più interessanti ad Art Basel 2026

Nome d'arte che evoca una carezza infantile, Manina era la firma di Marianne Tischler, voce dimenticata del Surrealismo del dopoguerra

Davide Landoni

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In una fiera scoperte artistiche e affari vanno spesso di pari passo. Nome poco conosciuto, prezzo contenuto: una nuova storia da raccontare insieme a un'opera da acquistare. Certo, la questione si fa più complessa quando la fiera in questione è Art Basel, il cui accesso vale un lauto tributo e l'investimento invita alla prudenza da parte dei galleristi, solitamente inclini a calmierarlo presentando nomi noti, idealmente sicuri, che riescano a spiccare col favore del conosciuto in una selva di proposte. D'altra parte, ci sono espositori che scelgono una via più coraggiosa, provando a conquistare l'attenzione del pubblico attraverso la sorpresa, offrendo varchi verso la scoperta.

Rientra in questa categoria la galleria Richard Saltoun, che ad Art Basel 2026 rievoca una voce dimenticata del Surrealismo del dopoguerra. A distanza di trent'anni dalla sua ultima apparizione espositiva, e a sedici dalla scomparsa avvenuta a Venezia, l'opera di Manina viene restituita al pubblico grazie a una selezione di otto lavori rarissimi, provenienti direttamente dal suo archivio privato. Un'operazione filologica che si inserisce nel più ampio e necessario processo di riscoperta delle grandi interpreti femminili del Novecento.

Manina, nome d'arte che evoca una carezza infantile, era la firma di Marianne Tischler. Nata a Vienna nel 1918 in un milieu culturale d'eccezione, figlia di un pittore espressionista e di un soprano, visse la giovinezza nella Parigi degli anni Trenta, dove a soli sedici anni divenne la musa del fotografo dadaista Erwin Blumenfeld, che la immortalò nel celebre scatto «Manina / L’âme du torse». L'ascesa dell'antisemitismo in Francia la costrinse però a fuggire nel 1938 verso Los Angeles insieme al marito sceneggiatore. Fu solo alla fine degli anni Quaranta, dopo un viaggio in Messico e un incontro folgorante con Frida Kahlo, che Manina iniziò a disegnare, guidata, come avrebbe confessato in seguito, da una forza esterna, quasi in uno stato di trance.

I dipinti e i disegni presentati a Basilea, realizzati tra gli anni Quaranta e Sessanta, tracciano l'evoluzione di una pratica profondamente simbolica e onirica. Elementi ricorrenti come alberi della vita, conchiglie, uova, occhi e soli radiosi compongono una cosmologia poetica in cui il mondo spirituale e quello fisico si fondono senza soluzione di continuità. Figure femminili dai volti riflettenti e dai corpi in metamorfosi emergono da campi cromatici luminosi, sospese tra la visione pura e il peso della memoria. Un vocabolario visivo che attirò l'attenzione dei grandi del tempo. Nel 1951 espose alla Hugo Gallery di New York accanto a René Magritte e l'anno successivo Jean Cocteau le aprì le porte della sua galleria a Parigi.

Manina (1918-2010), Altare alla libertà (Sapienza) [Altar to freedom (Wisdom)], 1968

Manina (1918-2010), Sacrificial Mask, 1963

Il legame profondo con il nucleo storico del Surrealismo si consolidò a metà degli anni Cinquanta, dopo il suo trasferimento definitivo a Venezia e il matrimonio con il poeta francese Alain Jouffroy. Fu André Breton in persona a introdurre la sua mostra parigina del 1957 alla Galerie Fürstenberg, definendo Manina come l'incarnazione della poesia pura, una surrealista nata. L'artista prese così parte alla storica Esposizione Internazionale del Surrealismo del 1959, espandendo i confini del movimento oltre la sua originaria matrice parigina attraverso tele di grandi dimensioni che esploravano scale tonali profondo e forme mistiche.

Il percorso creativo di Manina subì una drammatica svolta nel 1960, quando la tragica e violenta morte della figlia ne scosse l'esistenza. Da quel momento, la sua produzione abbandonò ogni residuo di leggerezza per acquisire un'intensità introspettiva e spirituale ancora più radicale. I motivi geometrici e organici, l'omaggio all'amico Max Ernst in composizioni come «Vol de volupté», i serpenti e i volti simili a maschere divennero strumenti di trasmutazione interiore, attingendo all'alchimia, al pensiero junghiano e alle tradizioni esoteriche. La pittura si trasformò in un rituale catartico, un viaggio svincolato dai limiti del tempo e dello spazio.

La sua presenza nelle Biennali di Venezia del 1964 e del 1986, quest'ultima su invito di Arturo Schwarz per la storica mostra «Arte e Alchimia», non era bastata a sottrarla a un progressivo isolamento culturale negli ultimi anni di vita. Eccola quindi ricomparire nel luogo per certi versi più improbabile, Art Basel, l'olimpo del mercato che raramente lascia spazio al nuovo. Ma che, nelle occasione in cui trova l'intraprendenza per farlo, ha la forza di consacrarlo in un lampo sui palcoscenici più prestigiosi. Chissà che a breve ritroveremo Manina in un contesto espositivo d'eccellenza.

Manina (1918-2010), Untitled, 1950

Manina (1918-2010), Acqua alta [High water], 1956

Davide Landoni, 19 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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