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Foto dell’allestimento della mostra «Guido Guidi. 101 fotografie» allo Iuav di Venezia

Foto Luca Pilot. Courtesy: Università Iuav di Venezia

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Foto dell’allestimento della mostra «Guido Guidi. 101 fotografie» allo Iuav di Venezia

Foto Luca Pilot. Courtesy: Università Iuav di Venezia

Lo Iuav di Venezia festeggia cent’anni con 101 fotografie di Guido Guidi

Il centenario dell’ateneo veneziano è l’occasione per ripercorrere il lavoro del fotografo cesenate e il dialogo con l’architettura e l’urbanistica



 

Un edificio non è soltanto un’opera architettonica, così come una periferia non è semplicemente un margine urbano. Per Guido Guidi, fotografare significa sospendere le gerarchie che stabiliscono quali luoghi meritino di essere osservati e quali possano invece essere trascurati. Un muro, una strada, un dettaglio costruttivo o un cumulo di sassi possono diventare il punto di partenza di un’indagine, purché si conceda loro il tempo necessario. Nella sua fotografia, vedere non coincide con il riconoscere qualcosa di già noto: è un processo attraverso il quale il mondo acquista nuove possibilità di lettura.

È attorno a questa idea che si sviluppa «Guido Guidi. 101 fotografie», la mostra allestita dal 15 ottobre al 18 dicembre allo Spazio mostre del Magazzino 6 dell’Università Iuav di Venezia, nell’ambito delle iniziative per il centenario dell’ateneo. La ricorrenza offre l’occasione per ripercorrere una relazione che non riguarda soltanto la biografia del fotografo, ma investe più profondamente il suo metodo di lavoro e il rapporto tra cultura fotografica, architettura e ricerca sul territorio

Nato a Cesena nel 1941, Guidi si iscrive all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia nel 1959, seguendo le lezioni di Carlo Scarpa, Bruno Zevi, Bruno Munari e altri protagonisti della cultura progettuale del tempo. Negli anni ’70 lavora come tecnico e fotografo per il corso di laurea in Urbanistica; dal 2001 al 2014 insegna all’ateneo veneziano. In queste diverse esperienze, il confronto con docenti e ricercatori di altri ambiti disciplinari diventa una componente significativa di una ricerca che, dalla fine degli anni ’60, si concentra sul paesaggio contemporaneo e in particolare sui territori marginali della provincia italiana.

Curata da Stefano Munarin, Michele Buda, Antonello Frongia e Andrea Pertoldeo, con la collaborazione di Damiano Fraccaro, la mostra riunisce 101 immagini allestite in quattro sezioni: «In Veneto», «Ina-Casa», «I Maestri» e «I Magazzini». La selezione mette a fuoco alcuni momenti nei quali le richieste della ricerca universitaria hanno incontrato la particolare disposizione di Guidi a osservare lo spazio senza ricorrere a interpretazioni precostituite.

È soprattutto nel lavoro sul Veneto che questo rapporto appare determinante. Negli anni ’70 chiamato, in qualità di tecnico del Laboratorio di Fotografia del neonato Corso di Laurea in Urbanistica, a riprodurre materiali e documentare fenomeni già individuati dagli studiosi, nel decennio successivo Guidi comincia a sviluppare un’indagine più autonoma sulle trasformazioni territoriali. Le sollecitazioni di docenti e ricercatori come Giorgio Piccinato, Mariano Sartore, Giorgio Conti, Bruno Dolcetta, Marco Venturi e Bernardo Secchi lo portano a confrontarsi con insediamenti, infrastrutture e paesaggi che sfuggono alle rappresentazioni tradizionali della città. Le fotografie non illustrano semplicemente un’analisi urbanistica: introducono elementi che possono modificarne le premesse. L’attenzione si concentra su ciò che appare comune, talvolta persino insignificante, ma che proprio per questo rischia di rimanere fuori dai sistemi di classificazione. La ripetizione dei soggetti, le relazioni tra gli elementi e la costruzione delle sequenze rendono visibili forme e regole del territorio contemporaneo che un’immagine spettacolare o un punto di vista privilegiato difficilmente restituirebbero. La fotografia diventa così uno strumento di conoscenza, capace di porre domande anche a chi l’ha commissionata. Non si tratta soltanto di capire a cosa possa servire un’immagine negli studi di architettura e urbanistica, ma anche di riconoscere quanto queste discipline abbiano contribuito a orientare la ricerca fotografica. È uno scambio interdisciplinare non sempre immediato, i cui risultati si sono consolidati attraverso il lavoro e il confronto nel tempo.

Una dinamica analoga emerge nella sezione «Ina-Casa», realizzata nel 1999 nell’ambito di una ricerca di Paola Di Biagi sui quartieri costruiti in Italia tra il 1949 e il 1963 attraverso il «Piano Ina-Casa», un programma di edilizia residenziale pubblica. Tra maggio e settembre Guidi attraversa il Paese, da Ivrea a Udine, da Milano a San Giovanni Rotondo, osservando insediamenti progettati da architetti noti e da professionisti meno celebri. Il suo compito non è celebrare retrospettivamente il piano, né formulare un giudizio complessivo sulla sua riuscita, ma interrogare i luoghi così come si presentano dopo decenni di trasformazioni e di vita quotidiana. Il risultato si allontana dal reportage architettonicointeso come documentazione degli edifici e delle loro caratteristiche formali. A emergere sono frammenti, dettagli inattesi, tracce d’uso e relazioni tra costruito e abitanti. Le fotografie restituiscono un paesaggio urbano e umano nel quale le intenzioni originarie del progetto convivono con le modificazioni introdotte dal tempo. L’architettura non è isolata dal contesto, ma osservata attraverso le pratiche che la trasformano in ambiente abitato.

Nella sezione «I Maestri» Guidi si confronta invece con alcune opere centrali della storia dell’architettura moderna: il memoriale Brion di Carlo Scarpa, edifici di Mies van der Rohe a Chicago e cinque architetture di Le Corbusier. Il passaggio dal territorio ordinario agli edifici canonici non comporta una sostanziale modifica del metodo. Anche davanti a opere ampiamente studiate, il fotografo parte dalla necessità di vedere che cosa c’è, senza affidarsi in anticipo all’apparato dei testi critici. La macchina di grande formato, una Deardorff da 8x10 pollici, accompagna un processo di osservazione lenta, fatto di soste, ritorni e verifiche. La luce, i materiali, la continuità tra spazi interni ed esterni diventano elementi di una lettura che non cerca l’immagine definitiva dell’edificio. Piuttosto, le sequenze mettono alla prova ciò che si credeva già acquisito, mostrando come anche un’architettura conosciuta possa rivelare aspetti inattesi se osservata da una prospettiva diversa. La fotografia non si limita a rappresentare l’opera: contribuisce a costruire un sapere su di essa.

La quarta sezione, «I Magazzini», riporta infine il visitatore negli ambienti stessi della mostra. Le fotografie furono realizzate nel maggio 2001, prima del recupero dei Magazzini Ligabue, poi destinati a ospitare attività dell’università. Muri, finestre, strutture metalliche e materiali abbandonati documentano uno spazio in una fase di transizione. Il confronto tra le immagini e il luogo attuale introduce una dimensione temporale concreta: ciò che nelle fotografie appartiene a un edificio in disuso è oggi parte di un ambiente universitario, trasformato ma ancora riconoscibile in alcuni dettagli. È forse qui che il metodo di Guidi si manifesta con maggiore immediatezza. Perché fotografare un angolo trascurato, un residuo materiale o un sasso? La domanda non trova risposta nell’importanza convenzionale del soggetto, ma nel processo che conduce a riconoscerlo come degno di attenzione. In un testo dedicato al proprio lavoro, Guidi ricorda che non avrebbe iniziato alcuni progetti senza aver trovato almeno un sasso: un’affermazione che restituisce bene la sua disponibilità a lasciarsi guidare dalle cose, anziché imporre loro un significato in partenza.

Accanto alle fotografie, la mostra presenta libri, disegni, appunti e testi di lavoro, insieme al documentario «Da Guido», un’interpretazione visiva dell’universo creativo e materiale di Guidi raccontato attraverso la sua casa-studio-archivio a Ronta di Cesena dal videoartista Alessandro Toscano e già proiettato al MaXXI di Roma, nell’ambito della mostra «Col tempo». Questi materiali ampliano il discorso alla costruzione delle sequenze e dei libri, nonché all’attività didattica del fotografo. L’insegnamento emerge come un ulteriore ambito di trasmissione di un metodo fondato sulla pratica, sulla precisione tecnica e sulla capacità di interrogare ciò che si osserva.

Il rapporto con lo Iuav non si esaurisce dunque in una collaborazione professionale o in una successione di incarichi. Le ricerche universitarie hanno aperto a Guidi nuovi campi di indagine, mentre le sue immagini hanno restituito a urbanisti e architetti strumenti diversi per leggere i luoghi. È in questo scambio che la mostra trova il proprio significato: non tanto nel celebrare una relazione istituzionale, quanto nel mostrare come il dialogo tra discipline possa trasformare il modo di guardare.

Stephen Shore, «Guido Guidi a Spilimbergo», 1997

Grazia Mazzarri, 16 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Grazia Mazzarri

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