Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Michelangelo Tonelli
Leggi i suoi articoliAi Giardini della Biennale di Venezia quest’anno c’è un’opera che ha davvero fermato il pubblico. Non è un’installazione sonora in otto atti sul collasso dell’Occidente, né un video di quaranta minuti proiettato al contrario dentro una stanza buia. È un gabbiano. Con tre uova. E parecchia voglia di farsi rispettare. Durante l’anteprima VIP della Biennale, il consueto pellegrinaggio di curatori vestiti di lino, collezionisti e critici armati di espressione severa procedeva a ritmo sostenuto tra un padiglione e l’altro. Poi, all’improvviso, la processione rallentava davanti al Padiglione polacco per una madre gabbiano che ha deciso di fare ciò che nessun ufficio stampa aveva previsto: nidificare lì, in mezzo all’arte contemporanea.
Il personale del padiglione, con la solennità riservata di solito alle opere fragili o ai finanziatori importanti, ha persino allestito una barriera protettiva attorno al nido. Un cartello avvertiva i visitatori di non avvicinarsi troppo all’animale, descritto — con un certo understatement veneziano — come«irascibile» e dotato di «becco molto affilato». Traduzione: il gabbiano è pronto a difendere la sua maternità con più convinzione di un curatore davanti a una domanda sensata.
E in effetti la scena aveva qualcosa di irresistibile. Mentre dentro i padiglioni si discuteva di crisi climatiche, identità liquide e apocalissi post-capitaliste, fuori una creatura perfettamente reale covava tre uova ignorando del tutto il sistema dell’arte e le sue liturgie. In Biennale dove spesso bisogna leggere tre pagine di testo per capire se quello davanti a noi sia un’opera o un estintore, il gabbiano ha avuto il merito raro della chiarezza. Nessun concept, nessuna mediazione curatoriale, nessuna dichiarazione artistica. Solo una madre, tre uova e un istinto territoriale degno di un bodyguard all’ingresso del privé.
La natura sta guarendo? Forse no. Però ha capito benissimo dove ottenere visibilità internazionale.
Michelangelo Tonelli
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
Christie’s crea una divisione globale dedicata alla cultura pop dopo i 105,3 milioni di dollari realizzati con la collezione Jim Irsay. Sotheby’s, Bonhams e Heritage presidiano già da tempo il settore, mentre lusso, memorabilia, sport, musica e design assumono un peso crescente nei cataloghi. Dietro l’allargamento delle categorie emerge una trasformazione del modello delle major: intercettare nuovi pubblici, abbassare la soglia d’ingresso e accompagnare lo stesso cliente attraverso mercati differenti.
Tremila euro al mese di affitto hanno costretto Domenico Belletti, quasi 81 anni, a chiudere l’attività di famiglia aperta nel 1928, rimasta l’unica edicola di Lipari. Ma i giornali non sono scomparsi: Belletti ha trasformato un furgoncino rosso in un punto vendita itinerante. Una storia locale che racconta un fenomeno nazionale: in vent’anni l’Italia ha perso 15mila edicole e circa 5mila comuni non ne hanno più nemmeno una.
Giacometti e il suo rapporto con l’Italia, la prima ampia personale italiana di Doris Salcedo, i processi creativi di Bruno Munari, Giovanni Anselmo dopo la scomparsa, Soutine e la Scuola di Parigi, fino alla diffusione di Leonardo nell’Europa di Rubens e Rembrandt. Milano ha già scoperto buona parte delle carte per il 2027: un calendario che attraversa Palazzo Reale, PAC, Fabbrica del Vapore, Castello Sforzesco e le altre istituzioni civiche, con progetti destinati in alcuni casi a raggiungere il 2028.
Sette sculture di Enrica Salvadori raccontano le architetture di Italia ’61 e delle Olimpiadi del 2006. La mostra, curata da Guido Curto, è aperta sino al 15 novembre



