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L’interno del Kunawong House Museum a Bangkok

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L’interno del Kunawong House Museum a Bangkok

Le nuove esperienze culturali di Bangkok che guardano al futuro degli spazi d’arte

Sulle rive del Chao Phraya, la capitale della Thailandia è la nuova frontiera dell’arte contemporanea, tra nuovi musei, collezionisti privati e gallerie d’arte

Micaela Zucconi

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Templi dorati e palazzi scintillanti, e la capitale thailandese che cresce vertiginosamente andando verso il futuro. Il vento del cambiamento coinvolge anche l’arte contemporanea, tra riverberi della tradizione e avanguardie, in un crescendo di nuovi musei e gallerie d’arte che imprimono uno slancio aperto sul mondo. Un cambiamento guidato da istituzioni e mecenati visionari. Come Purat (Chang) Osathanugrah, uomo d’affari e collezionista, che ha concretizzato la visione del padre Petch Osathanugrah, inaugurando il 21 dicembre scorso il Dib Bangkok, diretto da Miwako Tezuka, primo museo di respiro internazionale dedicato all’arte contemporanea dagli anni Sessanta ad oggi. «Stiamo registrando un crescente interesse da parte di istituzioni e gallerie europee, anche italiane, e americane», sottolinea la curatrice Ariana Chaivaranon. La mostra in corso «In(visible) Presence» (fino al 3 agosto) propone 80 opere di 40 artisti, tra i quali Jannis Kounellis, Anselm Kiefer, Montien Boonma, Sho Shibuya e Rebecca Horn. Filo conduttore: le relazioni mutevoli tra materia, memoria e l’invisibile. La raccolta, nel suo insieme, accoglie circa mille lavori di 200 artisti, tra cui alcuni italiani, come Francesco Clemente (oltre a Kounellis). All’esterno l’esposizione continua con «Pars pro Toto» (2020): 11 sfere monumentali in pietra di Alicja Kwade che invadono il cortile, e l’installazione «Straight Up» (2025) di James Turrell, su due piani: al pianoterra una «camera obscura» che riflette il cielo sul pavimento, al piano superiore, in cima a una lunga e ripida scala, uno degli «Skyspace» dell’artista con un’apertura fa «scendere» il cielo nell’ambiente. Un’esperienza intensa soprattutto al tramonto. Il progetto dell’edificio, che sfrutta un ex deposito, è dell’architetto thailandese Kulapat Yantrasast di WHY Architecture, con sede a Los Angeles, in collaborazione con lo studio di design thailandese Architects 49 (A49). Per la cronaca: «dib» in thailandese significa autentico, naturale, e riflette l’etica che anima la missione del museo Dib Bangkok. 

È invece attiva dal 2024 la Kunsthalle, nome tedesco che designa l’istituzione votata all’arte, nata dalla volontà della mecenate e collezionista sudcoreana-thailandese Marisa Chearavanont, con l’architetto e curatore italiano Stefano Rabolli Pansera, dal curriculum costellato di progetti internazionali. È proprio Rabolli Pansera che riflette su come Bangkok si stia avviando a diventare la nuova Los Angeles dell’arte contemporanea. Un caso o un destino che il nome locale della capitale thailandese sia «Krung Thep», città degli angeli? La sede della Kunsthalle è nei tre edifici, ora riuniti, di un’ex tipografia distrutta da un incendio nel 2001, nella zona di Yaowarat, a Chinatown. La visitiamo, camminando tra installazioni e tracce della devastazione inflitta dalle fiamme. «Non vogliamo imporre un’architettura, ma far crescere un intervento, una vera epistemologia architettonica», spiega Rabolli. Accompagnata da una ricerca continua, con mostre come «The preservation of Fire», dell’artista di etnia Akha Busui Ajaw, che nel suo intervento artistico indaga una cultura a rischio di estinzione (fino all’1 novembre). O la permanente «Dial-A-Poem» (2026) a cura di Mark Chearavanont, sviluppata da Bangkok Kunsthalle in partnership con Giorno Poetry Systems: una sfida alle convenzioni poetiche con poesie registrate al telefono. Il progetto culturale della Kunsthalle comprende anche, a tre ore e mezzo da Bangkok, quello della Khao Yai Art Forest, 65 ettari nell’ambito del Parco Nazionale di Khao Yai, un’area collinare molto amata dai bangkokiani per trascorrere il weekend, da visitare anche in giornata. Inaugurata lo scorso anno con la presenza straordinaria dell’opera «Maman» di Louise Bourgeois (prestata dalla National Gallery di Ottawa, in Canada, dove è ora rientrata), la Khao Yai Art Forest svela, lungo un itinerario da percorrere liberamente, sei lavori site specific, firmati da alcuni dei più noti artisti della scena internazionale, che interagiscono con il paesaggio, a volte in modo inaspettato. Spettacolare l’opera della artista giapponese Fujiko Nakaya: la sua fitta nebbia artificiale ci avvolge e proietta in un mondo evanescente e onirico. «Invitiamo gli artisti, internazionali e thailandesi a visitare il luogo e chiediamo di loro creare qualcosa che si connetta con la natura, continua Kuhn (Signora) Marisa. Qui, come in tutti i nostri progetti cerchiamo di rendere accessibile l’arte a tutti. Si crea un circolo positivo, un’energia che si trasmette e che ritorna». Far partecipare e coinvolgere la comunità è un altro mantra. Esercizio di cui è maestra Ploenchan «Mook» Vinyaratn (spesso coinvolta nelle attività della Kunsthalle) con le sue grandi opere tessili realizzate con i più disparati materiali riciclati, lavorati al telaio nel suo atelier insieme alle donne del quartiere. 

La facciata della Bangkok Kunsthalle, 2024. Foto di Andrea Rossetti, Courtesy Bangkok Kunsthalle

Capofila dei musei privati d’arte di Bangkok è però il MOCA, Museum of Contemporary Art, fondato nel 2012 dal tycoon e appassionato d’arte Boonchai Bencharongkul. L’edificio (progettato dall’architetta thailandese Rachaporn Choochuey) si presenta come scolpito in un monolite di granito, con interni minimali e luminosi. Sono esposte circa un migliaio di opere, che ripercorrono l’evoluzione dell’arte thailandese moderna e le influenze dell’arte occidentale. La collezione, avviata circa trent’anni fa, comprende artisti thai (uno dei più noti è Thawan Duchanee) e internazionali. Al pianterreno campeggia la scultura in bronzo che ritrae lo scultore italiano Corrado Feroci (1892-1962), alias Silpa Bhirasri in thai, considerato il padre dell’arte moderna thailandese. Approdato alla corte dei re del Siam Rama VI nel 1923, non lasciò più la Thailandia. Fondatore negli anni Trenta della prima scuola d’arte del Paese, poi Silpakorn University, è diventato un nume tutelare: gli studenti usano deporre fiori ai piedi della sua statua all’università prima degli esami. Nel tempo la città sul fiume Chao Phraya è stata un porto accogliente per altri artisti e architetti italiani (ma questa è un’altra storia). Scopro un’imponente scultura di Feroci al Kunawong House Museum (aperto al pubblico solo la domenica): un Garuda (divinità custode, ibrido di uomo e aquila, simbolo nazionale) alto circa 5 metri in bronzo dorato, che campeggia in un’immensa sala di ricevimento. La collezione, dedicata soprattutto all’arte thailandese antica, moderna e contemporanea, occupa, oltre agli ambienti del museo, il Giardino della Vita, con sculture e sculture e un santuario buddhista, e la stessa residenza privata del collezionista, l’eclettico Sermkhun Kunawong, tra alto antiquariato thai incontra disinvoltamente il design europeo. Nella sala da pranzo echeggiano le note della napoletanissima «Santa Lucia» (inno ufficiale dalla Silpakorn University in omaggio a Feroci che, pare, la cantasse lavorando). 

Il contrasto tra passato e presente si ripropone al Jim Thompson House Museum, tradizionale abitazione thailandese, già domicilio dell’imprenditore della seta americano e collezionista di arte tradizionale thai, scomparso nel nulla nel 1967. Lo stesso compound accoglie il Jim Thompson Art Center, che ospita rassegne di creativi contemporanei (come l’artista Som Supaparinya, presente con installazioni e un video di denuncia sull’impatto del progresso sull’ambiente), incontri e conferenze. Altra tappa, il Bacc, Bangkok Art and Cultural Center, dall’iconica architettura circolare dell’architetto americano Robert G. Boughey, fervido di interessanti programmi artistici, musicali, teatrali, cinematografici e di design, completato da caffè e negozietti (c’è persino un liutaio). Sono molte, poi, le gallerie d’arte, come Varin Lab, con la direttrice Fon Nakasem, cui mi introduce Irma Go, collezionista e proprietaria del Siri Sala, antica casa tradizionale thailandese aperta all’ospitalità. La galleria presenta opere di artisti thailandesi (e non solo), come il duo Jiandyin (Jiradej Meemalai e Pornpilai Meemalai) con una ricerca sulle conseguenze dello sfruttamento di una miniera. Loredana Paracciani, curatrice del Padiglione di Timor Est alla Biennale di Venezia 2026, di base a Bangkok, mi accompagna invece alla Sac Gallery (Subhashok Arts Centre), uno dei poli di arte contemporanea più dinamici della città, fondata nel 2012 da Subhashok Angsuvarnsiri, che promuove artisti thailandesi sulla scena internazionale. Da citare, tra le molte altre, Bangkok City City Gallery, di caratura internazionale, fondatrice con Studio 150 della Bangkok Book Art Fair e successivamente di Open Field, organizzazione non profit che supporta la cultura contemporanea e iniziative come la triennale di video e performance GHOST. È curata da Korakrit Arunanondchai, artista che espone in molte prestigiose istituzioni da Parigi a New York, dove trascorre lunghi periodi, in Italia al Museion di Bolzano e più di recente alla 12ma edizione di Site Santa Fe International.

Nell’intreccio di collaborazioni che si profilano tra istituzioni thailandesi e altri Paesi, rientra anche l’Italia con l’Istituto Italiano di Cultura di Bangkok, aperto da poco più di un anno. La direttrice Maria Sica ha portato Renato Leotta, artista che sarà presente alla quinta Bangkok Art Biennale (29 ottobre-28 febbraio 2027), l’effervescente manifestazione internazionale sotto la direzione artistica di Apinan Poshyananda, uno dei più noti e autorevoli curatori dell’area asiatica. Il tema di questa edizione, «Angels & Mara», esplorerà la tensione tra i guardiani della luce e il lato oscuro della natura umana (Mara nella cosmologia buddhista). In tema con una città «degli angeli».

Fujiko Nakaya, «Fog Landscape #48435», 2025, Bangkok, Khao Yai Art Forest. Foto Andrea Rossetti

Micaela Zucconi, 31 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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