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Roberto Diago, «Hombres Libres», Padiglione delle Repubblica di Cuba.

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Roberto Diago, «Hombres Libres», Padiglione delle Repubblica di Cuba.

La Biennale fuori Biennale: Venezia scopre i suoi padiglioni nascosti

Dai palazzi storici alle chiese sconsacrate, una mappa della Biennale oltre Giardini e Arsenale: nuovi Paesi, artisti e racconti attraversano la città seguendo l’invito di Koyo Kouoh ai «toni minori»

Micaela Zucconi

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L’appello ai toni minori, «In Minor Keys», lanciato dalla compianta curatrice Koyo Kouoh per la 61ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, è stato accolto dalla maggior parte dei padiglioni nazionali e in particolare dalla costellazione di quelli (46) presenti in città, al di fuori di Giardini e Arsenale. Qui ne proponiamo una selezione. L’orientamento predominante: ambienti emotivi e realtà meno conosciute; meno spettacolo e più contenuti, esperienze intimiste, immersive e meditative, spazio a filoni come identità, memoria, diaspora e migrazione, viaggio, tradizioni, suono e ascolto. In più di un caso si nota una consistente presenza di artisti italiani.
I padiglioni in città offrono inoltre un «vantaggio collaterale»: scoprire gioielli veneziani fuori dai circuiti turistici, se non di solito chiusi al pubblico, come chiese sconsacrate, palazzi privati e fondazioni. Al debutto alla Biennale la Repubblica della Guinea, all’Isola di San Servolo, nell’antico monastero poi lazzaretto e manicomio, con la mostra «Le Son de l’Art: l’Echo de la Matière» (a cura di Carlo Stragapede), in cui un gruppo di artisti guineani e italiani si confrontano tra linguaggi artistici diversi, memoria e contemporaneità. La poesia «La Guinea» di Pier Paolo Pasolini è stata lo spunto per l’installazione luminosa di Marco Nereo Rotelli.
Nel fascinoso Palazzo Donà dalle Rose è il turno invece della Guinea Equatoriale. In «Forest: The Undergrowth» (a cura di Joan Abelló) una selva di opere degli scultori Modest Gené (scultore ispano-catalano, naturalizzato guineano, 1914-63) e Fernando Nguema (1963-2008. è accompagnata da altri 22 artisti di varie nazionalità (italiani compresi). Il focus è il sottobosco delle foreste guineane, come legame tra natura e umanità.
Esordio anche per la Sierra Leone e per la Somalia. La prima (al Liceo Guggenheim) presenta «Mondi presenti», affidata principalmente a quattro artisti della Sierra Leone e a quattro dei Paesi dell’area Ecowas (Economic Community of West African States), con il fine di mappare la complessità dell’Africa Occidentale. La Repubblica Federale di Somalia (detta «Nazione dei Poeti») è ospitata nel quattrocentesco Palazzo Caboto, di solito inaccessibile, casa dei navigatori ed esploratori Giovanni e Sebastiano Caboto. «Saddexleey», a cura di Mohamed Mire e Fabio Scrivanti, si sviluppa su tre piani con tre artiste (Ayan Farah, Asmaa Jama e Warsan Shire) e tre temi (saddex significa tre): tessuti e sedimenti, film e pratiche di archivio, parole e poesie.
Presenti anche Etiopia, Senegal e Tanzania. A Palazzo Bollani l’artista etiope Tegene Kunbi (Addis Abeba, 1980) esplora il silenzio come condizione gerarchica e politica con «Shape of Silence» (a cura di Abebaw Ayalew) in 30 dipinti che uniscono pittura e tessuti di diverso tipo, a evocare asimmetrie politiche e diseguaglianze sociali.
A Palazzo Navagero l’artista senegalese Caroline Gueye, con «Wurus» («oro» in lingua wolof), a cura di Massamba Mbaye, espone opere progressivamente visibili tra strutture in ottone, specchi, polimeri bronzei e dispositivi luminosi, per raccontare che «il valore dipende dalle condizioni dello sguardo».
La Repubblica Unita della Tanzania si sdoppia tra le sedi suggestive della Gervasuti Foundation (Supernova e Palazzo Canova) a Cannaregio. Un progetto di largo respiro, dal titolo «Minor Frequencies: The Inner Life of a Nation», che ruota intorno a quattro linee di ricerca di altrettanti artisti tanzaniani in corale sintonia con 35 artisti europei e asiatici dei quali quasi la metà italiani.
Dall’Oriente arrivano per la prima volta la Repubblica di Nauru e il Vietnam. Il Padiglione dello Stato insulare più piccolo del mondo presenta, in Calle Bosello, una collettiva dal titolo «AIM Inundated: Imagining Life After Land» (curatori Khaled Ramadan e Camilla Boemio), dedicata al suo territorio, compromesso dall’estrazione intensiva di fosfati e minacciato dall’innalzamento del livello del mare. Con opere del nauruano Kauw Tsitsi e di artisti internazionali. Tra questi spicca l’italiano Stefano Cagol con la videoinstallazione «We are all Nauru» e con «The Ice Monolith-After Land», un blocco di ghiaccio alpino che si scioglie al sole, in Riva Ca’ di Dio.
La Repubblica Socialista del Vietnam propone invece uno spazio di ascolto e contemplazione, a partire da dimensioni culturali e spirituali: «Vietnam: Arte nel flusso globale» (curatore Do Tuong Linh), con, tra gli altri, le installazioni e le sculture monumentali dell’artista Le Huu Hieu.

Il Giardino Bianco-Art Space e Ásta Fanney Sigurðardóttir, «Portrait no. 2 of Creature Zero», 2026, Padiglione dell’Islanda, Docks.

Nella Scuola Internazionale di Grafica di Venezia (Cannaregio, Calle Seconda del Cristo) ecco l’Indonesia con «Printing The Unprinted», a cura di Aminudin TH Siregar. Sette artisti indonesiani di diverse generazioni hanno realizzato, durante una residenza di due mesi nella scuola, ventuno incisioni che descrivono un viaggio immaginario via mare, dall’Indonesia a Venezia. Spunto per toccare temi come memoria, interazione sociale e differenze culturali.
Dal cuore dell’Asia, il Padiglione dell’Azerbaigian (Campo della Tana) è tutto un tappeto con l’artista azero Faig Ahmed (a cura di Gwendolyn Collaço). «The Attention» è un percorso visivo e tattile che va oltre la reinterpretazione della tradizione artigianale, sconfinando nel digitale. I tappeti diventano un fil rouge metafisico che spazia dal pensiero filosofico di Imadaddin Nasimi, mistico turco della fine del XIV secolo, alla fisica quantistica.
Il Kirghizistan (Convitto Foscarini, ex Chiesa di Santa Caterina) con l’installazione «Belek» (dono, in kirghiso) di Alexey Morosov, a cura di Geraldine Leardi della Galleria Borghese di Roma, ci trasporta tra le montagne, i ghiacciai, i fiumi e le gigantesche dighe brutaliste del Paese, che hanno modificato il paesaggio nella seconda metà del ’900, messe in relazione con la memoria della civiltà nomade e l’antico gioco equestre Kok-Börü.
La cosmologia kazaka è al centro del Padiglione del Kazakistan (Museo Storico Navale) con «Qoñyr: the Archive of Silence». Il termine qoñyr ha molti significati: evoca il colore marrone, l’odore della terra, il silenzio, ma anche una composizione strumentale del XX secolo che abbraccia tonalità minori (rispetto a quelle maggiori, usate in passato).
«Modern Argonauts-Georgian Crossroads», al Padiglione della Georgia (Palazzo Querini), curatori Shalva Khakhanashvili e Nino Metreveli, parte dal mito degli Argonauti e propone una rilettura del ruolo storico e simbolico della Georgia come crocevia culturale. Tra gli artisti, il veneziano Silvano Rubino.
Per l’America Centrale, segnaliamo il battesimo veneziano di El Salvador (Palazzo Mora), con «Cartographies of the Displaced», curatrice Alejandra Cabezas. Le sculture dell’artista José Oscar Molina, soprattutto la serie «Children of the World», sono dedicate alle geografie della diaspora salvadoregna, tra storia personale e collettiva.

Interessante il Padiglione di Cuba (Il Giardino Bianco-Art Space) con «Hombres Libres /Free Men», di Juan Roberto Diago Durruthy (curatore Nelson Ramírez de Arellano Conde). L’artista affronta il tema dell’eredità della diaspora africana con un’installazione di teste di dimensioni diverse, in legno e materiali di recupero, metalli ossidati e plastica, come cicatrici, per ricordare che l’uomo libero è chi ha il coraggio di mostrare i propri segni e la propria precarietà.
Per l’Europa: l’Islanda (Docks Cantieri Cucchini, San Pietro di Castello) con «Universo tascabile» (curatori Margrét Áskelsdóttir e Unnar Örn). Un’esposizione multidisciplinare dell’artista, poetessa, compositrice e regista Ásta Fanney Sigurðardóttir, finalizzata alla trasformazione delle aspettative attraverso speranza e immaginazione. «Credo che le piccole cose possano innescare grandi azioni. A volte basta un’idea, un tocco di speranza o di fede, una visione», sottolinea l’artista.
Il Padiglione della Repubblica di Bulgaria (Sala Tiziano, Centro Culturale Don Orione Artigianelli) è concepito come un laboratorio di ricerca nell’ambito di un immaginario politico orientato alla cura, in un XXI secolo in cui sono diventate visibili per la prima volta le condizioni del futuro. «The Federation of Minor Practise» (a cura di Martina Yordanova, con gli artisti Gery Georgieva, Maria Nalbantova, Rayna Teneva e Veneta Androva), pensato come un videogioco, presenta quattro film realizzati per l’occasione.
La Croazia trova casa a Palazzo Zorzi, con l’installazione site specific di Dubravka Lošić «Compelled by Fright and Beauty», in cui sono esposte le serie realizzate nel corso di quarant’anni, riadattate al luogo, in dialogo tra la geografia emotiva di Dubrovnik (Ragusa), città dell’artista, e l’ambiente veneziano.
La Repubblica di San Marino, infine, è rappresentata dall’irlandese Mark Francis con il progetto «Sea of Sound» (a cura di Luca Tommasi) che indaga le relazioni tra arte, suono e scienza. Un video introduttivo, grandi dipinti astratti e un corollario di suoni (Tana Art Space, Fondamenta della Tana).

Micaela Zucconi, 16 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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