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Kawauchi Rinko, «Untitled», 2004; dalla serie «the eyes, the ears»

Courtesy the artist and Aperture

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Kawauchi Rinko, «Untitled», 2004; dalla serie «the eyes, the ears»

Courtesy the artist and Aperture

Le fotografe giapponesi che hanno fatto la storia dell’arte

A New York gli scatti di ventotto artiste raccontano delle soluzione tecniche e poetiche che, nel silenzio della critica, hanno innovato il linguaggio fotografico

Camilla Sordi

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Per decenni, la storia della fotografia giapponese del secondo dopoguerra, come tante altre, è stata raccontata come una vicenda prettamente maschile. Un canone rigido e consolidato che ha lasciato in ombra la produzione delle artiste, confinandole ai margini di una storiografia visiva che pure le vedeva protagoniste. Celebrazione che arriva finalmente da New York, con l'International Center of Photography che, dal 15 ottobre 2026 all'11 gennaio 2027, presenta la mostra I'm So Happy You Are Here: Japanese Women Photographers from the 1950s to Now.

Organizzato da Aperture e curato da Lesley A. Martin, Takeuchi Mariko e Pauline Vermare, il progetto presenta per la prima volta negli Stati Uniti l'opera di ventotto artiste di diverse generazioni. Non si tratta di una semplice operazione di recupero o di un'antologia riparatoria, bensì di un necessario riallineamento critico. Il percorso espositivo mette infatti in luce come le artiste nipponiche abbiano impresso una deviazione fondamentale al linguaggio fotografico, anticipando pratiche e codici che in seguito avrebbero segnato l'arte contemporanea.

Si parla, per intendersi, di un contributo decisivo su nodi centrali. Dall'introduzione e affermazione della fotografia a colori alla legittimazione dell'autoritratto come dispositivo performativo, fino alla decostruzione visiva dei processi di mercificazione del corpo femminile.

L'esposizione si snoda quindi lungo tre direttrici concettuali: uno sguardo crudo e al contempo intimo sulla quotidianità, l'analisi spietata delle strutture di genere e dei ruoli sociali in un Giappone in cambiamento, e ka costante sperimentazione sulle forme e i supporti del mezzo fotografico. Dalle macerie del dopoguerra all'occupazione americana, fino all'emergere dei movimenti femministi e all'esplosione della pop culture contemporanea, la mostra ripercorre settant'anni di storia attraverso stampe d'epoca, cimeli editoriali, installazioni e video.

Il nucleo delle opere esposte - che affianca le ricerche pionieristiche di Yamazawa Eiko e Ishiuchi Miyako agli sguardi di Kawauchi Rinko, Sawada Tomoko, Hiromix, Narahashi Asako e Yanagi Miwa - restituisce così l'immagine di una scena complessa e in continuo aggiornamento. Nell'intreccio tra sguardi generazionali differenti, l'ICP lascia emergere una riscrittura più ampia e stratificata della storia della fotografia globale.

Ishikawa Mao, Kin, «Koza (present - day Okinawa City), Okinawa Prefecture», 1975 – 77; dalla serie «Akabanaa (Red flower)». Courtesy Nap Gallery, Tokyo, and Aperture

Yanagi Miwa, «Elevator Girl House 1F», 1997; dalla serie «Elevator Girl». Courtesy the artist and Aperture

Camilla Sordi, 29 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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