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Andrea Bruciati
Leggi i suoi articoliIl pensiero di Carlo Petrini detto «Carlin» (Bra, 1949-2026), scomparso il 21 maggio, e l’esperienza di Slow Food hanno trasformato il modo di parlare di cibo, territorio e tradizione, ma la loro influenza culturale va oltre la cucina. La filosofia della lentezza, della filiera corta e dei saperi locali trova oggi inaspettate assonanze con l’arte contemporanea. Sempre più artisti tornano a tecniche considerate obsolete o preindustriali: ceramica, tessitura, incisione, mosaico, tinture naturali e fotografia analogica. Non è nostalgia artigianale, ma una critica implicita alla velocità produttiva e alla smaterializzazione digitale del presente.
Nel 1989 Slow Food non nasce solo come difesa gastronomica, ma come critica all’omologazione globale: il sapere non è astratto, ma incorporato nei gesti, nei territori e nelle pratiche tramandate. Una conoscenza lenta, legata alla manualità e alla materia, che si riflette oggi in molte ricerche estetiche. Dopo decenni dominati dall’innovazione continua e dall’espansione digitale, numerosi artisti recuperano processi antichi. La ceramica e il tessile, a lungo considerati linguaggi minori, domestici o marginali, sono oggi protagonisti di importanti esposizioni internazionali, riattivati per recuperare un’esperienza diversa del tempo. In questo contesto la tecnica diventa una presa di posizione culturale. Lavorare lentamente, accettare l’errore manuale e adottare processi complessi significa opporsi alla logica dell’efficienza e della riproducibilità infinita. Come Slow Food difende la biodiversità contro l’omologazione alimentare, così l’arte difende una «biodiversità estetica» contro la standardizzazione delle immagini.
Esiste inoltre una forte componente territoriale comune. Come Petrini insiste sul legame tra cibo e luogo, molti artisti tornano a lavorare con materiali locali e tradizioni regionali marginalizzate dall’industria. Fornaci, laboratori tessili e botteghe di stampa si trasformano così in veri archivi culturali viventi. Questo connubio non riguarda solo gli studi d’artista, ma ridisegna anche le politiche istituzionali dei beni culturali: si pensi alla visione strategica realizzata a Villa Adriana (di cui l’autore di questo testo è stato direttore, insieme a Villa d’Este anch’essa a Tivoli, dal 2017 al 2025, Ndr), dove la tutela del patrimonio archeologico si è fusa con una vera e propria politica agricola museale, capace di riattivare gli uliveti storici del sito Unesco per produrre l’«olio dell’imperatore». Qui la terra e la storia non sono scenografie, ma una filiera corta culturale integrata.
Questa tendenza reagisce alla smaterializzazione dell’esperienza: immersi in immagini digitali istantanee, rivendichiamo il valore della presenza fisica, della superficie, della materia e della fatica. Il fare manuale introduce tempi incompatibili con l’immediatezza algoritmica (tempi di attesa, essiccazione, cottura), restituendo all’opera la dimensione di processo. Non si tratta di un rifiuto reazionario della contemporaneità, ma della produzione di nuove sensibilità: la tessitura si fa linguaggio politico, la ceramica interroga la memoria, la fotografia storica mette in discussione la perfezione digitale. Il passato non viene imitato, ma riattivato criticamente per interrogare il presente e la sostenibilità culturale della produzione. Oggi che anche l’arte rischia di ridursi a pura accelerazione visiva, la lezione di Petrini appare meno gastronomica di quanto sembri: riguarda il modo in cui scegliamo di abitare il tempo contemporaneo.
Andrea Bruciati
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