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Angelica Kaufmann
Leggi i suoi articoliLa Project Room di Ca' Pesaro accoglie Per sempre, fino alla fine, nuova installazione site-specific di Giuseppe Di Liberto, artista palermitano classe 1996 che vive e lavora a Venezia. Curata da Marta Cereda e Giulia Mariachiara Galiano, grazie al sostegno fondamentale di Galleria Poggiali e Kindof, la mostra prosegue il percorso di ricerca che negli ultimi anni ha portato l'artista a interrogare i temi della morte, della dissoluzione e delle narrazioni apocalittiche, trasformandoli in dispositivi percettivi capaci di coinvolgere direttamente il visitatore.
Al centro dello spazio espositivo si trova una grande lastra sospesa di calcestruzzo, apparentemente compatta e silenziosa. A intervalli regolari una nebulizzazione d'acqua investe la superficie facendo emergere temporaneamente un'immagine destinata a svanire pochi istanti dopo. La scultura vive così di continue apparizioni e sparizioni, sottraendosi alla fissità monumentale per assumere il carattere di un organismo instabile, in cui la materia registra il passaggio del tempo e rende visibile la precarietà dell'immagine stessa.
Il progetto nasce da una riflessione sul concetto di fine inteso non come evento conclusivo, ma come stato permanente di attesa. Venezia diventa il paradigma di questa condizione: una città che da secoli convive con la fragilità del proprio equilibrio fisico e simbolico, sospesa tra conservazione e possibile scomparsa. Più che evocare una catastrofe imminente, Di Liberto indaga quella tensione continua che accompagna ogni forma di permanenza, trasformando l'incertezza in una componente strutturale dell'esperienza.
L'installazione amplia questa dimensione attraverso un intervento olfattivo sviluppato con Alessandra Avanzi. Una fragranza composta da sentori di carbone e legno bruciato si diffonde nello spazio, costruendo una narrazione sensoriale che estende la percezione oltre l'immagine e rende il visitatore parte integrante dell'opera. L'odore diventa memoria, anticipazione e traccia di qualcosa che è già accaduto o potrebbe ancora accadere. L'immagine che emerge dal cemento rimanda alla tradizione tipografica veneziana del Quattrocento. Attraverso materiali rintracciati nelle biblioteche della città, Di Liberto ricompone un archivio di iconografie storiche che vengono rielaborate in una forma contemporanea. Il riferimento non assume una funzione citazionista, ma mette in evidenza la persistenza delle visioni apocalittiche nella cultura occidentale, mostrando come ogni epoca abbia costruito le proprie immagini della fine.
Anche il catalogo diventa parte integrante del progetto espositivo. Pensato come prosecuzione dell'installazione, è presentato attraverso un display che restituisce un senso di instabilità e incombenza, rafforzando la continuità tra opera, spazio e apparato editoriale. Con Per sempre, fino alla fine, Giuseppe Di Liberto conferma una ricerca che intreccia antropologia, memoria e pratiche installative, privilegiando esperienze in cui il pubblico è chiamato ad abitare uno stato percettivo piuttosto che osservare un oggetto. L'opera non rappresenta l'apocalisse, ma il tempo sospeso che la precede: una condizione in cui ogni immagine, come ogni equilibrio, resta inevitabilmente provvisoria.
Angelica Kaufmann
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