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Marta Cereda
Leggi i suoi articoliA Firenze, il rapporto con il contemporaneo è complesso: il Rinascimento è ovviamente sia eredità storico artistica sia immaginario continuamente cercato e riprodotto dal turismo, che orienta la percezione della città e le funzioni dei suoi spazi. Negli ultimi anni, alcune istituzioni hanno provato a colmare questa distanza. Palazzo Strozzi ha inaugurato il Project Space, con ingresso libero; il Museo Novecento ha avviato una residenza, offrendo alloggi e studi; Lo Schermo dell’Arte, con Visio produce opere di artisti che lavorano con le immagini in movimento. Manca ancora, però, una rete strutturata di gallerie e spazi del contemporaneo, capace di accompagnare gli artisti dopo la formazione e trattenerli sul territorio. In questo contesto, diventano particolarmente significative le iniziative fondate sulla condivisione di luoghi, risorse e relazioni. La Scuola di Santa Rosa, incontro settimanale dedicato al disegno nato su iniziativa di Luigi Presicce e Francesco Lauretta, ha costruito una comunità con una sede che si rinnova costantemente. Toast Project e La Veranda lavorano, invece, a partire da luoghi minimi, una portineria e un appartamento, trasformando i limiti architettonici ed economici in possibilità operative.
Project Space • Toast
L’idea è stata di Stefano Giuri (Neviano, 1991). Era il 2019 e si trovava in residenza negli spazi di Manifattura Tabacchi, quando decise di utilizzare quella che un tempo era stata la portineria del grande complesso industriale, ormai abbandonata. Si domandò se trasformarla in un dispositivo per una sua opera oppure, in modo lungimirante e generoso, aprire quello spazio ad altri artisti. Scelse la seconda strada.
Da allora ogni due mesi circa Toast Project ospita una mostra che rilegge quello spazio: un gabbiotto di vetro e ferro che riassume in pochi metri quadrati le contraddizioni che derivano dall’essere costantemente esposti.
La prima artista è stata Rebecca Moccia (Napoli, 1992), con un’installazione che evocava la figura di un custode assente; la più recente è Carolina Cappelli (Bologna, 1995), con un progetto che indaga la costruzione dei ruoli di genere nella narrazione cinematografica. Nell’intervallo, si sono susseguiti molti nomi e altrettante interpretazioni dello spazio, anche grazie alla collaborazione di Gabriele Tosi (Pistoia, 1987), diventato la seconda anima del progetto. Per esempio, Cecilia Mentasti (Varese, 1993) ne ha ripercorso la storia traducendo le venticinque mostre realizzate fino a quel momento in altrettante sculture di pane da toast; Enej Gala (Lubiana, 1990) l’ha trasformato in palcoscenico per burattini di segatura; Lucia Cristiani (Milano, 1991) ha rimosso il tetto e le finestre, creando una relazione tra le sue sculture e le sopravvivenze architettoniche.
Il progetto più significativo dell’ultimo periodo riguarda però la permanenza e la necessità di individuare strumenti capaci di trattenere in città un’energia creativa che spesso si disperde al termine dei percorsi formativi, perché molti artisti studiano a Firenze, vi soggiornano per qualche tempo, ma poi se ne vanno. Toast vuole creare le condizioni perché una comunità artistica possa invece radicarsi stabilmente nel territorio. Il metodo scelto è ancora una volta concreto: la creazione, sempre all’interno di Manifattura Tabacchi, di una serie di studi. Così, da pochi metri quadrati, Toast ha allargato il proprio raggio d’azione, con l’obiettivo di offrire le condizioni per restare. Dopo avere trasformato una portineria in un luogo di passaggio per immaginari, oggi vuole trasformare il passaggio in permanenza.
Toast
Via delle Cascine, 35, 50144 Firenze
Open House • La Veranda
Si sono conosciuti sui banchi dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, proprio quando avrebbero dovuto trovare un posto dove abitare, in un contesto nel quale la pressione turistica lascia poco spazio agli affitti a lungo termine. Hanno deciso subito di fare squadra e cercare casa insieme, ma La Veranda non è nata nel loro primo appartamento. Jacopo Bonella (Como, 2001) e Salvatore Gargiulo (Napoli, 2000) hanno dovuto traslocare perché il progetto prendesse forma. Si sono trasferiti in via Palazzuolo, strada centralissima di Firenze, eppure nota soprattutto per le sue condizioni di degrado.Hanno trovato una casa molto buia, illuminata quasi esclusivamente dalla luce proveniente da un locale vetrato: La Veranda, appunto.
Qui hanno iniziato a riflettere sulla casa come ambiente fatto di limiti e risorse, da trasformare di volta in volta. Un luogo dove i rapporti sono innanzitutto personali: l’obiettivo è trascorrere del tempo con gli artisti senza aspettative, gerarchie o pressioni, mantenendo spontanee le relazioni. La mostra finisce così per coincidere con l’inaugurazione, perché
La Veranda resta, prima di tutto, una casa. Se i materassi diventano schermi, le mollette e il filo da bucato si trasformano in chiodi, il salotto viene ricoperto da un prato e un tavolo è sollevato fino al soffitto, è inevitabile che, poco dopo, la dimensione quotidiana dell’abitare torni a prendere il suo posto. La fiducia e la libertà accordate agli artisti si riflettono anche nel metodo con cui vengono scelti i progetti, che procede per nuclei concentrici: ciascun artista invita il successivo, componendo una rete fondata sulle relazioni. La prima mostra è stata affidata a Milo Maricelli (Bellinzona, 2000) e Francesco Maggiora (Roma, 2002); chi trasformerà La Veranda in autunno, invece, ancora non si sa. Saranno gli incontri a decidere, di volta in volta, che cosa può diventare una casa.
La Veranda
Via Palazzuolo, 64, 50123 Firenze
Artista • Demis Rosa
«Da piccolo mi piaceva disegnare», racconta Demis Rosa (Fabriano, 2002), che vive a Firenze e studia all’Accademia di Belle Arti. La spontaneità di questa risposta, in cui non cerca una giustificazione concettuale al suo fare, si ritrova anche nella sua ricerca. I lavori nascono in modo intuitivo: da una scoperta, una conversazione o un’immagine che lo spingono a manipolare ciò che già esiste e a trasferirlo in un contesto dissonante, capace di modificarne la lettura.
«Oggetti rinvenuti», per esempio, nasce dalla navigazione nell’archivio digitale della Polizia di Stato dedicato ai beni rubati e recuperati. Qui telefoni, icone sacre, armi, denti di squalo sono fotografati, classificati e conservati secondo criteri istituzionali. Immagini all’apparenza fredde e funzionali lasciano però emergere dettagli imprevisti, una certa attenzione alla composizione e, soprattutto, l’eterogeneità di cose alle quali qualcuno ha attribuito un valore. L’artista le preleva dall’archivio e le dispone senza gerarchie, restituendo la meraviglia della scoperta e l’infinito potenziale narrativo di un insieme nato con finalità molto diverse.
Per Rosa, la cui pratica si amplifica nei progetti collettivi sviluppati insieme ad altri artisti, l’appropriazione diventa così uno strumento per interrogare i processi attraverso cui oggetti, immagini e gesti vengono selezionati, ordinati e caricati di significato.
Marta Cereda
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