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Uno degli spazi di Studio Venezia: lo studio di Jure Kastelic

Foto © Mare Karina

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Uno degli spazi di Studio Venezia: lo studio di Jure Kastelic

Foto © Mare Karina

Spazi&Satelliti: le realtà veneziane a metà tra mercato e istituzioni

Per la nuova rubrica de «Il Giornale dell’Arte» il focus ricade su spazi indipendenti, project space, residenze, appartamenti, studi condivisi e iniziative temporanee che operano in condizioni di incertezza, con un alto grado di libertà e precarietà. Il primo episodio ha al centro la città lagunare

Marta Cereda

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Una parte consistente del sistema dell’arte sfugge alle sue forme più visibili. Si colloca in una zona intermedia, tra mercato e istituzioni, spesso priva di una definizione stabile. È un territorio fatto di spazi indipendenti, project space, residenze, appartamenti, studi condivisi e iniziative temporanee che operano in condizioni di incertezza, con un alto grado di libertà e precarietà

La sezione «Spazi&Satelliti» nasce come osservatorio su questo ambito: una pagina mensile curata da Marta Cereda dedicata ai luoghi e alle pratiche in cui l’arte prende forma prima della sua legittimazione. Più che una mappatura esaustiva, propone uno strumento di segnalazione e orientamento, capace di rendere leggibile ciò che resta spesso disperso o episodico, offrendo al lettore alcune coordinate per riconoscere dinamiche, traiettorie e protagonisti. L’interesse risiede in questo scarto temporale: seguire ciò che si sviluppa prima, o accanto, al mercato, in spazi fluidi tra formazione e istituzionalizzazione, dove si costruiscono reti informali e si colgono, talvolta in anticipo, direzioni e presenze. Il calendario segue i movimenti del sistema, attraversando geografie e momenti in cui queste energie risultano più leggibili e offrendo al lettore occasioni di visita. Ogni numero si articola come una costellazione di casi, con un focus su una città o un’area: uno spazio indipendente radicato nel contesto locale, una realtà espositiva in un ambiente non convenzionale, un artista under 30 da seguire. A questi si affianca, quando pertinente, un elemento di memoria dedicato a luoghi nati in modo informale che nel tempo hanno cambiato natura o contribuito a ridefinire un contesto.

In questo primo episodio: Venezia.

 

Studio • Lama farfalla

Non ci si può sbagliare. Si supera il ponte di legno, si danno le spalle alle mura dell’Arsenale, quelle che cintano il Giardino delle Tese delle Vergini, con il Padiglione Italia poco oltre. Di fronte c’è un prato e la facciata bianca di una chiesa, che alla memoria richiama subito Palladio. È la Basilica di San Pietro di Castello (e no, non è Palladio), che prima di San Marco fu sede del Patriarcato di Venezia. Ma questa è un’altra storia; il motivo per cui siamo qui, se c’è bel tempo ed è ora di pranzo, si può intuire da una tavolata apparecchiata nel prato; se, invece, come spesso accade nella settimana di apertura della Biennale, la primavera è bagnata di pioggia, bisogna andare ancora un poco oltre. Si spinge una porta di ferro, quella più vicina all’acqua, e si accede ai cantieri navali. Qualche barca, una falegnameria e, soprattutto, Lama farfalla: uno studio condiviso da sei artisti. Era il 2023 quando l’hanno fondato Anouk Chambaz (Renens, Svizzera, 1993), Giuseppe Di Liberto (Palermo, 1996), Benedetta Fioravanti (Ascoli Piceno, 1995), Valentina Goretti (Lecco, 1994), Angelo Licciardello (Catania, 1990) e Pier Paolo Petruzzelli (Bari, 1996). Con il passar del tempo e gli andirivieni della Serenissima, alcuni sono partiti, altri sono arrivati, i nomi sono cambiati: Melania Fusco (Napoli, 1987), Rebecca Loro (Asolo, Tv, 1996), Victor Ortuño (Yecla, Spagna, 1995), Sebastiano Zafonte (Petralia Sottana, Pa, 1994) hanno affiancato Di Liberto e Licciardello nella gestione di uno spazio che si propone di «vivere alla giornata», intendendo questa espressione come scelta filosofica, postura operativa e sensibilità condivisa. Questo luogo si chiama Lama farfalla, con un nome tra il dada e la trap: uno studio d’artista, uno spazio di produzione e di incontro, dove lo scambio, l’urgenza e l’imprevisto sono alla base e alimentano continuamente i processi di creazione. L’affinità non riguarda il mezzo espressivo o il contenuto della ricerca, quanto l’attitudine alla precarietà e la disponibilità alla contaminazione, tanto che questo animale ibrido e affilato ha deciso di accogliere anche presenze esterne, organizzando, senza regolarità, una residenza aperta anche ad altre pratiche: arti performative, poesia, antropologia, che vengono documentate e trasmesse grazie a una collaborazione con un’altra realtà locale, No Stress Press, centro di stampa in risograph che ha sede al Lido. Fluidità e informalità si ritrovano anche nella programmazione. Che cosa succederà qui nei giorni della Biennale sarà una sorpresa. Le intenzioni sono quelle di offrire una sosta, una sorta di defaticamento: finita la maratona dell’Arsenale, attraversato il Ponte dei Pensieri, l’idea è che il pubblico possa arrivare da Lama farfalla e rilassarsi con performance, proiezioni, giochi di società progettati da artisti. Ancora non sappiamo se succederà davvero. Quello di cui siamo certi è che Lama farfalla non è una chimera.

Lama farfalla
San Pietro di Castello 73, 30122 Venezia

 

Studio Venezia. Foto © Tiziano Ercoli

Nuovo spazio • Studio Venezia

È stata prima una fabbrica di pesce in scatola, poi una maglieria, oggi è Studio Venezia. Un passaggio che racconta più di una semplice riconversione: in una città in cui gli spazi vengono sempre più spesso destinati a funzioni espositive temporanee, a prescindere dalla qualità della proposta, o a sedi di collezioni private, la scelta lungimirante e coraggiosa è creare un ambiente di lavoro per artisti e creativi che scelgono di risiedere e lavorare a Venezia.

Il progetto nasce dalla collaborazione tra due realtà attive nell’ambito della produzione: Mare Karina, spazio espositivo e piattaforma di project development fondata da Marta Barina, e We Exhibit, società di exhibition design. L’intuizione è stata immediata: uno spazio con queste caratteristiche, raro nel contesto lagunare, poteva rispondere a una necessità concreta e colmare una lacuna, seguendo modelli europei come Poush a Parigi e Set a Londra, contesti in cui la produzione artistica si intreccia con modelli organizzativi strutturati. L’obiettivo altrettanto chiaro: trasformare questo luogo in un’infrastruttura di lavoro grazie alla presenza di spazi ampi, tanta luce, una porta d’acqua, un giardino, un cortile. E poi, nelle vicinanze, perché siamo a Cannaregio, ci sono la stazione, un carpentiere e Vino Vero, altro punto di riferimento ibrido in città, tra vini naturali e le mostre della serie «Vetrina». Gli spazi sono nove e, al momento in cui si scrive, il progetto è ancora in una fase iniziale, quasi riservata. A inaugurarlo sono Jure Kastelic (Novo Mesto, Slovenia, 1992) e Aaron Ford (Londra, 1994), primi artisti a scegliere Studio Venezia come luogo di lavoro. Se nel caso di Kastelic la pratica pittorica si misura con una forte consapevolezza teorica e si traduce nella creazione di un immaginario estetico altrettanto definito, il lavoro di Ford si declina a partire dall’analisi dei processi di migrazione e cambiamento, delle persone, delle merci, delle idee. A partire da maggio lo spazio sarà più affollato: sono appena arrivati altri artisti, tra cui Clelia Cadamuro (Milano, 1995), Matteo de Mayda (Treviso, 1984) e Joe Habben (Brighton, 1996), che hanno in comune la scelta della fotografia come mezzo espressivo d’elezione. Come sempre accade e come quando si è invitati per la prima volta a casa di qualcuno, per chi viene qui in visita (e durante la Biennale si possono organizzare studio visit su appuntamento, è sufficiente inviare una mail e specificare chi si voglia incontrare: info@studiovenezia.studio) la curiosità è cercare corrispondenze tra la ricerca e la personalità, nelle scelte organizzative di un luogo che deve avere una duplice natura: da un lato spazio di creazione da custodire, proteggere e preservare, dall’altro ambiente inevitabilmente esposto, per le dinamiche del sistema dell’arte, in cui si costruiscono relazioni, si attivano reti, si definiscono possibilità professionali. Ecco, allora, l’obiettivo di Studio Venezia è proprio collocarsi in una posizione intermedia tra studio e piattaforma, preservando l’individualità, ma inserendo gli artisti in un contesto relazionale e cercando in questo modo di rispondere a una condizione strutturale del lavoro artistico contemporaneo. In una città che tende a trasformarsi in superficie di rappresentazione, Studio Venezia crea un ecosistema che restituisce a Venezia una dimensione operativa troppo spesso trascurata: quella del fare, del rimanere, della costruzione nel tempo.

Studio Venezia
Fondamenta de la Sensa 3219, 30121 Venezia

 

Artista • Greta Maria Gerosa

Si chiamano così perché furono i mercanti veneziani a importarle, perfezionarle e diffonderle in Europa, tra XVII e XVIII secolo. Le veneziane nascono come dispositivi di controllo: regolano la luce, filtrano lo sguardo, proteggono senza chiudere del tutto. È in questa ambiguità che si inserisce il lavoro di Greta Maria Gerosa (Lecco, 1997; vive a Venezia): le lamelle diventano superfici che mostrano immagini di interni prelevate da filmati di videocamere di sorveglianza accessibili online. Sono case mai abitate dall’artista, ma attraversate da remoto, grazie a un punto di vista scelto da altri. Gerosa indaga la supposta protezione, l’occultamento, la distanza tra sguardo e azione. Questa ricerca prende forma non solo in installazioni, ma anche in video, audio, sculture, performance, che hanno l’obiettivo di esplorare le implicazioni estetiche e socio-politiche delle immagini generate da dispositivi di sorveglianza e tecnologie di uso comune, spesso domestiche. Negli ultimi anni ha presentato il suo lavoro in diversi contesti veneziani: Fondazione Bevilacqua La Masa, dove è stata in residenza nel 2025; zolforosso terzospazio, con una mostra personale curata da Giulia Mariachiara Galiano e Martino De Vincenti nel 2024; Panorama, il cui spazio luminoso è stato oscurato dalle sue stampe su tessuti habutai giapponesi. Un altro modo di interrogare l’iperesposizione e la vulnerabilità della sfera privata in una città costruita sul confine tra visibile e invisibile, che deve trovare il modo di non farsi consumare dagli sguardi.

Studio Venezia. Foto © Tiziano Ercoli

Marta Cereda, 12 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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