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Amore-Team, «Amore Postale», 2025, Basilea, Amore

Courtesy di Amore. Foto Charles Benjamin

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Amore-Team, «Amore Postale», 2025, Basilea, Amore

Courtesy di Amore. Foto Charles Benjamin

Basilea appare come un ecosistema esteso tra realtà temporanee e iniziative

In questa condizione diventano particolarmente visibili pratiche fondate su prossimità, cooperazione e costruzione di comunità artistiche distribuite tra lingue e geografie differenti, trasformando la frontiera in uno spazio di produzione culturale

Marta Cereda

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Nel raggio di pochi chilometri, la Svizzera incontra Francia e Germania, costruendo una macroregione in cui il Cantone Basel-Stadt dialoga con il Grand Est francese e il Baden-Württemberg tedesco. Per «Spazi&Satelliti», pagina mensile dedicata ai luoghi non convenzionali e alle realtà in cui l’arte contemporanea prende forma, siamo a Basilea, dove questa dimensione tri-nazionale si riflette nella scena artistica, dando vita a un sistema fondato su programmi condivisi e piattaforme comuni. Alcuni degli appuntamenti più significativi nascono proprio da questa condizione. È il caso, per esempio, di Regionale, programma diffuso che ogni anno riunisce decine di istituzioni tra Svizzera, Francia e Germania; di Kunsttage Basel, festival che connette musei, spazi indipendenti e gallerie; oppure delle giornate di Ateliers Ouverts, che aprono al pubblico studi d’artista lungo l’area transfrontaliera. Più che come una scena concentrata in città, Basilea appare come un ecosistema esteso, mappato dalla piattaforma Summe, per orientarsi tra realtà temporanee e iniziative. In questa condizione diventano particolarmente visibili pratiche fondate su prossimità, cooperazione e costruzione di comunità artistiche distribuite tra lingue e geografie differenti, trasformando la frontiera in uno spazio di produzione culturale.

Artist-run space • Amore

Trovare l’amore a Basilea è facile. Non è la pubblicità di una app di incontri o un annuncio per gli ultimi romantici, ma il suggerimento di visitare uno spazio indipendente, fondato e gestito da artisti. Si chiama Amore (appunto) e raggiungerlo, se ci si muove in treno, è comodo, perché si trova accanto alla Stazione centrale, all’interno di quello che era il centro di distribuzione postale della città. È qui, in Gartenstrasse, che nel 2021 Marilola Peter Saba (Basilea, 1995), Osama Alrayyan (Damasco, 1995) e Samuel Grand (Bülach, 1996), artisti il cui lavoro ha una consonanza metodologica, più che una somiglianza stilistica, hanno aperto questa associazione culturale. Qui mostre (ne hanno organizzate più di quaranta), studio visit, momenti conviviali e incontri informali convivono senza una separazione netta, perché l’obiettivo è offrire una piattaforma aperta, in cui esposizione, permanenza e socialità si sovrappongano. Per questo, se le mostre non hanno una periodicità definita e sono soprattutto personali, tra gli appuntamenti ricorrenti ci sono, invece, gli «Jour Fixe», gli incontri del venerdì sera: occasioni di aggregazione che contribuiscono a mantenere attiva una comunità temporanea, sicura di poter trovare spazio, dalle sei a mezzanotte, anche senza sapere prima se ci sarà una conversazione, una proiezione o semplicemente il desiderio e la possibilità di avere un luogo aperto e di confronto. Anche durante Art Basel, Amore cercherà di uscire dalla logica della personale, per presentare «Amore Slide-Show», una collettiva che raccoglie i lavori di una cinquantina di artisti, proposti attraverso questo dispositivo. D’altra parte, che cos’è Amore se non condivisione?

Amore
Gartenstrasse 143, 4052 Basilea

Casa condivisa e spazio espositivo • Palazzina

C’era una volta, al numero 321 di Baslerstrasse, una casa dai muri gialli con tre cucine, sette bagni, quattro docce, balconi e un giardino. Dentro vivevano artisti, curatori e architetti arrivati da città differenti, che dividevano stanze, fornelli, proiettori per le serate cinema e pezzi delle proprie giornate. Si chiamava Palazzina ed era un progetto fondato nel 2019 dalle artiste svizzere Noemi Pfister (Locarno, 1991) e Victoria Holdt (Uster, 1992). Prima di arrivare in questo quartiere, Palazzina aveva occupato e attivato altri indirizzi della città: Schweizergasse tra il 2019 e il 2020, poi Alemannengasse dal 2020 al 2022.

Ogni trasloco coincideva con una diversa configurazione del progetto, che manteneva, però, una caratteristica costante: la sovrapposizione tra casa condivisa e spazio espositivo. Le mostre si sviluppavano dentro ambienti abitati quotidianamente e le stanze della vita domestica erano anche quelle che ospitavano opere, incontri e pubblico. Anche il funzionamento della casa seguiva questa dimensione collettiva. Gli annunci pubblicati online per cercare nuovi coinquilini parlavano esplicitamente di una comunità costruita attorno alla cucina condivisa, alle serate di proiezioni, alla possibilità di stare insieme. Più che presentarsi come una semplice residenza per artisti, Palazzina sembrava una forma di convivenza estesa, in cui abitare e produrre si intrecciavano costantemente. Questa impostazione si rifletteva anche nella programmazione, tra artisti emergenti e figure più consolidate, con un’apertura costante all’esterno, perché l’obiettivo non era coinvolgere solo il sistema dell’arte, ma anche e soprattutto le comunità locali. Con il passare del tempo, il progetto aveva iniziato a uscire dalle mura dipinte di giallo: nel 2023 era nato Palazzina On Foot, un padiglione modulare mobile, realizzato con attenzione alla sostenibilità dei materiali e concepito per essere installato in luoghi indipendenti dalla casa. La prima volta era apparso nel cortile; poi, durante Art Basel 2024, a Basel Social Club. Oggi Palazzina non organizza più attività pubbliche. La casa però esiste ancora, abitata dalle stesse persone e attraversata dalle stesse relazioni. «Palazzina si sta prendendo una pausa», racconta l’artista Simone Holliger (Aarau, 1986), tra le figure chiave di questa esperienza. «Per il momento. Forse, un giorno, ritornerà». Come nelle fiabe migliori, il finale di questa storia rimane sospeso, anche se confidiamo in un lieto fine.

Palazzina
Baslerstrasse 321, 4123 Allschwil

Artista • Alessandra Leta

Ha una formazione come fotografa, ma ha scelto di non fotografare, come spesso accade a chi lavora con le immagini e si trova immerso nella sovrapproduzione visiva contemporanea. Alessandra Leta (Milano, 1997) si è trasferita a Basilea per studiare Urban Studies e ha scelto, per il momento, di rimanere in questa città. Per il momento perché, dopo essere stata in residenza in Francia alla Fondation Fiminco grazie al bando «Nuovo Grand Tour», è tornata a Basilea in uno studio che sarà demolito alla fine del 2027. La gestione è, infatti, affidata ad Unterdessen, associazione che lavora come piattaforma di mediazione tra municipalità, proprietari immobiliari, istituzioni e utenti, con l’obiettivo di attivare progetti temporanei a carattere culturale e sociale, rimettendo in uso alcuni edifici inutilizzati o destinati a essere smantellati. In questa stanza di una quindicina di metri quadrati, Leta parte da immagini trovate o reperti d’archivio per inserirli in una produzione che sta assumendo via via caratteristiche sempre più scultoree e installative. È il caso di «Dramma da camera», nuovo ciclo di lavori che nasce dalla relazione tra progetto architettonico e ambiente costruito e che cerca di situarsi proprio nell’interstizio tra ciò che viene immaginato e ciò che viene realizzato, interrogandosi su come un luogo possa continuare a generare immaginazione. Impossibile allora non collegare questa sua pratica alla sua attuale collocazione. Da questa ricerca, al momento, è nato un paravento, ma la riflessione dell’artista è ancora agli inizi, quindi resta solo da attendere per vedere che cosa nascerà. Un’altra serie in progress, intitolata «Shiny Things in Dark Rooms», è legata a una storia curiosa, uno di quegli episodi di cronaca che sembrano inventati: per oltre dieci anni un cittadino svizzero ha rubato piume di uccelli rari dai musei di Storia Naturale di tutta Europa. Dalla scoperta di questa vicenda, Leta ha creato una serie di lavori che parlano del collezionismo, di possesso e di dominazione, ricordando che l’atto del guardare non è mai neutro.

Marta Cereda, 18 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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