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Giovanni Frangi, Ninfee (2024)

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Giovanni Frangi, Ninfee (2024)

La natura di Giovanni Frangi, tra ricordo e rappresentazione, in mostra ad Imola

Dal disegno alla pittura, dall’incisione alla fotografia, dal video alla scultura, il progetto presenta alcuni cicli di opere che proseguono senza soluzione di continuità

Marta Cereda

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Vera da pozzo è il nuovo progetto espositivo di Giovanni Frangi (Milano, 1959), ideato per il Museo San Domenico di Imola, dove è in mostra al 7 luglio 2026. Gli ambienti del Quadriportico ospitano quattro cicli di dipinti, legati all’attività più recente dell’artista, con l’obiettivo di mostrare come la sua pratica percorra strade parallele, solo apparentemente distanti tra loro, e sia in grado di rispondere alle sollecitazioni sempre diverse degli spazi. 

La ricerca di Frangi è costante: analizza e presenta il rapporto con la natura, il suo ricordo e la sua rappresentazione. Esplora questo soggetto con tecniche e mezzi differenti, dal disegno alla pittura, dall’incisione alla fotografia, dal video alla scultura, lavorando per cicli di opere che non si esauriscono con il concludersi di una serie, ma che rimangono aperti e su cui torna anche a distanza di lungo tempo.

Vera da pozzo è un itinerario circolare, apparentemente senza soluzione di continuità: Giovanni Frangi lo definisce come un modo per monitorare lo stato delle cose, una sorta di autoanalisi del proprio percorso.

Giovanni Frangi, Just a Bloody-Mary for me II (2024)

«Upstream» di Marta Cereda

Ogni volta che ho a che fare con una mostra di Giovanni Frangi imparo qualcosa di nuovo. No, anzi, non è vero. Nulla di nuovo. Ogni volta che ho a che fare con una mostra di Giovanni Frangi mi sovviene qualcosa che forse già sapevo, ma che certamente avevo dimenticato. Qualcosa che da sempre avevo sotto gli occhi, ma che non guardavo. 

In questo caso, non ho dovuto nemmeno vedere la mostra, nemmeno entrare nel Quadriportico del Museo San Domenico di Imola. Quando, per la prima volta, Frangi mi ha detto come avrebbe voluto intitolare questo progetto, ho pensato: Certo! Così si chiama. Lo sapevo, ma l’avevo dimenticato. E, nella mia testa, è subito Agnetti, con quel suo dimenticare a memoria, che, per me, è anche molto legato alla pratica di Frangi. Ma sto correndo troppo, me ne rendo conto. Forse come quando Frangi realizza le sue grandi tele, con il naso vicino al tessuto e non so se sia la miopia e non dico presbiopia, perché non vorrei mai inimicarmi l’artista. Si sa, gli artisti sono permalosi. Dicevo, forse sto correndo come quando Frangi realizza le sue grandi tele, tutto d’un fiato, e poi si allontana per vedere il risultato. 

Una volta ha detto, e vado a memoria, quindi potrei aver anch’io dimenticato e sbagliare, che i suoi lavori hanno bisogno di un lungo tempo di gestazione e di un veloce tempo di realizzazione, ma non credo sia esattamente così. 

Credo, infatti, che i suoi lavori abbiano bisogno di un lungo tempo di gestazione, ma che questo tempo sia la sua intera vita; una vita in cui il pensiero è veloce, lo sguardo è veloce, la mano è veloce, il pedale è veloce, come quando decide di fermarsi sul passo del Gottardo, alla prima curva buona, a uno di quei viewpoint con la sagoma delle montagne, i nomi e l’altitudine impressi su un cartello (magari c’è anche un cannocchiale ed è subito Sant’Andrea per chi già conosce il lavoro di Frangi e forse lo sarà d’ora in poi per chi avrà scoperto il lavoro di Frangi a Imola), per scattare decine e decine di fotografie; come quando, mattiniero, esce sul terrazzo della sua casa e vede Milano in fiamme di sole e decide di scattare, di nuovo, decine di fotografie, di esaurire quei paesaggi, quei panorami incandescenti nel suo sguardo. Poi li dimentica a memoria, pedala verso il suo studio senza paura che la ruota si incastri nelle rotaie del tram, si avvicina a una tela di tre metri per sei e, con segni rapidi come il suo pedalare, precisi e imprecisi insieme, mi fa scoprire ciò che avevo sotto il naso, ma che non riuscivo a vedere: una ninfea, un cigno, il blu di un lago di tessuto, un intreccio di rami, alcune radici, qualche sasso, una notte.

Questa velocità non è assenza di controllo. Frangi padroneggia il gesto, le sbavature sono consapevoli, sceglie di affidare le cuciture del tessuti, il cui formato è spesso così grande da rendere inevitabile l’assemblaggio, alla manualità di chi, per cinque euro, normalmente si occupa dell’orlo dei pantaloni degli abitanti della grande città dove vive.

La vera da pozzo, ecco cosa mi ha fatto imparare, scoprire, ricordare, Giovanni Frangi, questa volta. La struttura architettonica in pietra che circonda e protegge un pozzo e che spesso si confonde con il pozzo stesso, per metonimia. Quello che sto guardando, allora, in mezzo al cortile, non è quel che credevo. Il pozzo lo si può vedere solo se non si teme l’infinito, l’abisso, il buio di una notte senza stelle, forse vicino a un fiume, in cui il proprio nome urlato viene ripetuto da una ninfa loquace e punita. 

Quando si osserva la pittura di Giovanni Frangi, si pensa di guardare semplicemente una pianta, un cigno, una radice, una notte. In realtà si sta ricordando qualcosa che era stato dimenticato, qualcosa che si conosceva, ma che non si sapeva più vedere.

Giovanni Frangi, Albatros VII (2012)

Giovanni Frangi

Giovanni Frangi è un artist-peintre, così si è definito più volte. Quando gli hanno chiesto: «Sei un pittore?», ha risposto: «Sono un artist-peintre, sono un artista che dipinge».

Eppure, non dipinge soltanto. Qualche volta scolpisce, qualche volta costruisce, incide, crea scenografie, assembla, realizza video. Spesso, molto spesso, fotografa. Un artist-peintre, il cui percorso è iniziato negli anni Ottanta tra le aule dell’Accademia di Brera, a Milano, dove, recentemente, è tornato a insegnare. Non subito il suo soggetto privilegiato fu la natura. Ci furono alcune figure, alcune infrastrutture. Poi arrivò una foresta, allestita nel Refettorio del Palazzo delle Stelline di Milano (Il richiamo della foresta, 1999): fu la prima occasione in cui utilizzò le opere per portare il pubblico in uno spazio che non era più quello espositivo, ma quello della memoria. 

Tra i tanti progetti, si possono citare alcuni snodi, come Nobu at Elba (2004) nelle scuderie di Villa Panza a Varese, dove creò, attraverso tele di oltre sedici metri, sculture e un sistema di illuminazione temporizzata, un’installazione ambientale per offrire la sensazione di essere sulle sponde di un fiume, all’imbrunire. Un’opera talmente significativa da essere ricreata a oltre vent’anni di distanza nella Sala Stirling di Palazzo Citterio – Grande Brera a Milano (Nobu at Elba. Redux, 2025), di nuovo con la curatela di Giovanni Agosti, presenza costante nel percorso personale e professionale di Frangi. Anche a Bergamo con MT2425 (ex oratorio di San Lupo, 2008) cercò di far sprofondare il pubblico nella sua visione, realizzando un terreno lunare di resina poliuretanica e vernici industriali accompagnato da una colonna sonora con la registrazione di un torrente e dell’abbaiare di alcuni cani.

Frangi non solo inserisce le persone in ambienti, grazie alla monumentalità dei suoi interventi, ma crea anche dispositivi per modificare, forzare o distorcere un punto di vista. È il caso di View-Master (Poggiali e Forconi, Firenze, 2006), due diorami in cui ricreò il disgelo e il fondo del mare, o di Sant’Andrea (Palazzo Fabroni, Pistoia, 2017), una “macchina celibe” che permette una visione distorta su ciò che viene osservato.

Se l’utilizzo delle fotografie ha accompagnato da sempre la produzione di Frangi, come fonte e archivio analogico di spunti su cui tornare a distanza di tempo, dal 2007 le immagini furono stampate anche come opere, non solo come materiale di lavoro, ed esposte: emulsionate, ingrandite, retinate, virate, colorate. 

La prima sperimentazione con il video risale, invece, al 2014, come tentativo di riflettere sul movimento e sulla percezione, e tornò ne Le mille vite di Showboat (Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea, Arezzo, 2024) e in Panorama (Aeroporto di Milano Malpensa, 2025). Studioso onnivoro, come dimostrano i titoli delle sue opere e delle sue mostre, che spaziano da citazioni musicali a riferimenti enogastronomici, da rimandi alla storia dell’arte a omaggi cinematografici, Frangi ha lavorato da sempre anche con le tecniche incisorie, con una predilezione per il carborundum, che, grazie alla polvere di silicio conferisce alla stampa un effetto vellutato.

In questo continuo attraversamento di linguaggi e tecniche, Giovanni Frangi continua a definirsi un artist-peintre: un artista che, qualunque cosa faccia, dipinge.

Marta Cereda, 04 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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