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Margherita Panaciciu
Leggi i suoi articoliUun’ostinazione antica e feconda attraversa l’immaginario di Jan Fabre, erede fiammingo di una stirpe di visionari per cui la pittura e la scultura trasmutano alchemicamente la realtà. Con «Death Keeps me Awake (La morte mi tiene sveglio)» (fino al 22 gennaio), personale ospitata negli spazi milanesi della Galleria Gaburro con la curatela di Melania Rossi, l’artista belga orchestra una liturgia visiva in cui il congedo estremo è principio di attenzione estrema. Il titolo stesso, desunto da una confessione vergata a Bogotà nell’aprile del 2000 all'interno dei suoi Giornali notturni (Cronopio), enuncia un sovvertimento etico e filosofico: «La morte mi tiene sveglio, attento. Senza la morte, non c'è consapevolezza». Fabre scardina la rimozione della fine operata dalla modernità occidentale, restituendo alla morte la sua potenza germinativa che impedisce la sonnolenza della coscienza e impone l'incessante ricerca di senso. Il percorso, sospeso in una quiete vigile, trae sostanza da una condizione intima dell'autore: l’insonnia. Per Fabre non si tratta di una patologia ma di uno spazio liminare in cui la razionalità non si spegne nel sonno e l’immaginazione può attingere direttamente alla grammatica degli archetipi.
Su questa superficie notturna si dispiega il materiale principe della sua cosmologia: le elitre di scarabeo gioiello. Già vertice monumentale in capolavori come «Heaven of Delight» (2002) al Palazzo Reale di Bruxelles, questo medium organico rifrange la luce incidente attraverso microstrutture fisiche, generando una cangiante pelle luminosa. L’esoscheletro, corazza protettiva di una creatura estinta, diviene così ossimoro di splendore e precarietà, forza tellurica e vulnerabilità estrema.
Attorno a questa materia vivente della memoria si articola un pantheon simbolico coerente e rigoroso. Troviamo la croce che rifiorisce in albero della vita, una nicchia-slitta e un'urna destinate a traslare o custodire spirito e materia, fino ai teschi che aggiornano il tema seicentesco della vanitas convertendosi in reliquie della storia. La figura dello scarabeo è però quella che condensa il nodo concettuale più denso della rassegna. Animale sciamanico e ponte tra mondo ctonio e sfera celeste, nella rilettura fabriana è metafora a reincarnazione dell’eroe dell’assurdo: Sisifo. Come lo scarabeo stercorario spinge instancabilmente una massa di materia organica enormemente superiore al proprio peso, così Sisifo sfida Thanatos moltiplicando lo slancio ascensionale del suo masso.
È qui che l'opera cardine dell'esposizione, «A sphere of sleeplessness», svela la propria complessa architettura concettuale. La sfera-globo è visualizzazione plastica del concetto greco di próblēma (da probállō, gettare davanti), l'ostacolo materiale, il masso gettato lungo il cammino che esige di essere continuamente spinto. Fabre recupera l'intuizione di Albert Camus, «il destino gli appartiene. Il macigno è cosa sua», trasformando la condanna della fatica in un supremo atto di libertà e di perseveranza creatrice. La sfera del tormento insonne diventa il globo dell'opera, il peso da cui scaturisce la grazia. In questa dialettica continua tra gravità ed elevazione, finitudine e anelito all'immortalità, il percorso espositivo non «consola» l'osservatore ma ne acuisce lo sguardo. Attraversando le sale della galleria si percepisce chiaramente come, per Jan Fabre, fare arte coincida con il rifiuto di chiudere gli occhi: un corpo a corpo con il limite da cui scaturisce, intatta e iridescente, la forma.
Jan Fabre, «Skull with Bacongo Cross (Blue)», 2018. Courtesy di Galleria Gaburro
Margherita Panaciciu
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