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Dettaglio di «Untitled» di Jannis Kounellis

© Lucrezia Roda. Courtesy of Galleria Fumagalli

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Dettaglio di «Untitled» di Jannis Kounellis

© Lucrezia Roda. Courtesy of Galleria Fumagalli

La tragedia silenziosa dell’umano

Settanta cappotti appesi a ganci da macellaio trasformano l’installazione «Untitled» di Jannis Kounellis in un potente teatro dell’assenza: una riflessione su memoria, migrazioni, fragilità e dignità dell’esistenza

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Per la decima mostra del suo nuovo corso, promosso da Tiziana Fausti, la Galleria 10·Corso·Como ha scelto di presentare un’unica, grande installazione di Jannis Kounellis (Il Pireo, 1936-Roma, 2017), vero maestro dell’arte del secolo passato, le cui opere non smettono di interrogarci sui grandi temi della vita e sulle sfide che l’esistenza ci pone. L’opera, «Untitled», 2009, è composta da 70 di quei cappotti pesanti e sformati (gli stessi che amava indossare anche lui), appesi a feroci ganci da macellaio, che Kounellis intendeva come metafore o, meglio, come tracce di vite consumate silenziosamente: fantasmi di chi li aveva «abitati» più che indossati, impregnandoli delle proprie emozioni e dei propri vissuti. Perché nel lavoro di questo artista ateniese per nascita e romano per scelta di vita, profondamente radicato nella cultura mediterranea classica, che poneva al centro l’essere umano, è sempre l’essere umano la sorgente di ogni riflessione, e la misura cui tutto si riconduce (esemplare la presenza, così frequente nelle sue installazioni, delle reti metalliche dei letti, oggetti calibrati per definizione su proporzioni antropometriche), il che conferisce al suo lavoro una dimensione che è al tempo stesso umana e sacrale.

Jannis Kounellis, «Untitled» (dettaglio) .© Lucrezia Roda. Courtesy Galleria Fumagalli

Indumenti protettivi e avvolgenti, i cappotti diventano qui involucri vuoti, sorta di crisalidi abbandonate che, mentre marcano l’assenza di coloro che li hanno indossati, al tempo stesso si pongono come simulacri della loro memoria e come «segni» tanto più eloquenti oggi, in tempi di migrazioni, di esodi, di guerre, in cui la vulnerabilità dell’essere umano è centuplicata da questi tragici eventi. Ma, specie dopo Gogol’, il cappotto è anche un segno carico di valenze simboliche sociali, dal momento che nell’omonimo racconto (1842) dello scrittore russo il cappotto nuovo, conquistato dal protagonista dopo mille sacrifici, diventa la scintilla (effimera, perché gli sarà presto rubato, portandolo alla morte per ipotermia) del riscatto sociale del pover’uomo che lo aveva brevemente indossato. E, infine, questi cappotti consunti sono segni che appaiono tanto più eloquenti in un luogo come 10·Corso·Como, che è sì legato da sempre alla cultura visiva ma che trova la sua ragione prima nella moda più sofisticata. Una stratificazione di significati che colpisce nel profondo.

La mostra-installazione, curata da Alessio de’ Navasques e visibile dal 13 maggio al 16 giugno, è stata realizzata in collaborazione con la Galleria Fumagalli di Milano, che con l’opera di Kounellis ha una lunga consuetudine e presso la quale si conclude il 29 maggio la mostra, inedita e stimolante, «Kounellis | Warhol. La messa in scena della tragedia umana», realizzata con il Museo San Fedele di Milano, che conserva nella sua cripta «Senza titolo (Svelamento)», 2012, un capolavoro di Kounellis. Una mostra, quella di Fumagalli, nata da un’intuizione di Annamaria Maggi, che ha voluto porre a confronto il lavoro dell’artista greco-italiano con quello (non meno dolente, a dispetto della veste pop) di un altro genio tragico del XX secolo quale è stato Andy Warhol (1928-1987).

Ada Masoero, 13 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

La tragedia silenziosa dell’umano | Ada Masoero

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