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© Martha Jungwirth / SIAE 2026. Courtesy Galerie Thaddaeus Ropac, London · Paris · Salzburg · Milan · Seoul

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© Martha Jungwirth / SIAE 2026. Courtesy Galerie Thaddaeus Ropac, London · Paris · Salzburg · Milan · Seoul

La stanza segreta di Freud nelle nuove pitture di Martha Jungwirth a Milano

Dal 24 novembre al 22 gennaio 2027, la galleria Thaddaeus Ropac di Milano presenta «Minna’s Bedroom», una mostra di dipinti recenti dell’artista austriaca ispirati all’appartamento viennese di Sigmund Freud e alla camera della cognata Minna Bernays. Un’indagine sul rapporto tra corpo, memoria e rappresentazione, attraverso il linguaggio gestuale di una delle protagoniste dell’astrazione europea del secondo Novecento.

Sophie Seydoux

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Un divano, una camera da letto e la pianta di un appartamento viennese diventano il punto di partenza per una nuova riflessione pittorica di Martha Jungwirth (Vienna, 1940), tra le figure più significative dell’astrazione austriaca del secondo Novecento. Dal 24 novembre 2026 al 22 gennaio 2027, la galleria Thaddaeus Ropac, nella sede milanese di Palazzo Belgioioso, presenta «Minna’s Bedroom», una mostra di dipinti recenti nati dalle visite dell’artista alla casa e allo studio di Sigmund Freud a Vienna. Il titolo rimanda a Minna Bernays, sorella della moglie dello psicoanalista, che viveva con la famiglia in una stanza raggiungibile soltanto attraversando la camera matrimoniale. Una disposizione domestica insolita, che ha catturato l’attenzione di Jungwirth per le implicazioni psicologiche e le ambiguità legate all’intimità familiare. La pianta dell’appartamento diventa così l’origine di una ricerca che mette in relazione lo spazio dell’inconscio, la memoria del corpo e la costruzione dell’immagine.

Nella casa di Freud, Jungwirth individua una corrispondenza tra due luoghi apparentemente distinti: il celebre divano sul quale i pazienti si distendevano durante le sedute psicoanalitiche e il letto della camera di Minna. Entrambi evocano una dimensione di abbandono, vulnerabilità e intimità, richiamando una tradizione figurativa che attraversa la storia dell’arte europea, dalla «Venere di Urbino» di Tiziano (1538) all’«Olympia» di Édouard Manet (1863). Nei nuovi dipinti, tuttavia, la figura umana scompare e rimane soltanto il divano, privato della sua funzione narrativa e trasformato in una presenza evocativa. L’assenza del corpo rappresentato trova un corrispettivo nella fisicità stessa della pittura, nei movimenti della mano, nelle tracce del pennello e nelle stratificazioni cromatiche. «Le mie opere sono registrazioni delle mie emozioni», afferma Jungwirth, che riconosce nel processo creativo una continua oscillazione tra controllo e imprevedibilità.

Formatasi all’Accademia di Arti Applicate di Vienna, dove in seguito insegnò dal 1967 al 1977, Jungwirth ha sviluppato nell’arco di oltre sessant’anni una ricerca autonoma rispetto alle principali correnti della pittura europea del dopoguerra. Nel 1968 fu l’unica donna tra i fondatori del gruppo viennese «Wirklichkeiten», insieme a Wolfgang Herzig, Kurt Kocherscheidt, Peter Pongratz, Franz Ringel e Robert Zeppel-Sperl, mentre nel 1977 partecipò a documenta 6 a Kassel. La sua pittura, costruita attraverso gesti rapidi, macchie di colore, trasparenze e improvvise concentrazioni materiche, mantiene un rapporto costante con la realtà visibile, pur sottraendosi alla rappresentazione descrittiva. Fotografie, architetture, animali, avvenimenti politici e capolavori della storia dell’arte costituiscono altrettanti riferimenti attraverso i quali l’esperienza del mondo viene tradotta in un linguaggio astratto e profondamente personale. L’interesse per Tiziano e Manet si inserisce del resto in una ricerca che negli ultimi anni ha trovato nuovi motivi di confronto anche nelle opere di Goya e Frans Hals.

La mostra milanese arriva dopo un importante percorso di riconoscimento istituzionale internazionale. Dalla retrospettiva all’Albertina di Vienna nel 2018, accompagnata dall’assegnazione del Premio Oskar Kokoschka, alla personale alla Kunsthalle Düsseldorf nel 2022, fino alla retrospettiva del Guggenheim Museum di Bilbao nel 2024 e alla mostra al Long Museum di Shanghai nel 2025, l’opera di Jungwirth ha conosciuto una crescente attenzione critica e museale. «Minna’s Bedroom» prosegue questa rilettura di una carriera sviluppatasi ai margini delle classificazioni stilistiche più consolidate, riaffermando la centralità del gesto pittorico come forma di conoscenza. Nelle stanze di Freud, la questione dell’inconscio diventa per Jungwirth una riflessione sulla pittura stessa, sulla sua capacità di conservare le tracce di ciò che sfugge alla rappresentazione e di rendere visibile, attraverso il colore, la dimensione fisica ed emotiva dell’esperienza.

Sophie Seydoux, 07 novembre 2026 | © Riproduzione riservata

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