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Asta Klimt Fräulein Lieser 24.4.24 Im Kinsky

©Flavia Foradini

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Asta Klimt Fräulein Lieser 24.4.24 Im Kinsky

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La signorina Lieser di Klimt oggetto dell’ennesima causa

Venduto due anni fa, il ritratto era rimasto nei depositi della casa d’aste Im Kinsky perché un erede tedesco aveva mandato in frantumi il sogno di una vendita stellare. Ora ne richiede la restituzione un’erede americana

Quando apparve sul mercato dell’arte, per essere messo all’asta il 24 aprile 2024,  il «Ritratto della signorina Lieser» di Gustav Klimt venne celebrato come una scoperta sensazionale: se ne conosceva infatti l’esistenza ma lo si era creduto perduto. L’ultima presentazione pubblica risaliva al 1925 e dopo una breve riapparizione all’inizio degli anni ’60 era nuovamente scomparso. Frutto dell’ultimissima fase produttiva dell’artista viennese, aveva ammaliato gli osservatori per quei suoi colori accesi e per lo sguardo dolce della giovane immortalata, sul cui nome preciso si speculò per mesi.

A detta della casa d’aste Im Kinsky, alla quale era riuscito il colpaccio di poterlo mettere in vendita, tutto il necessario era stato fatto per garantire un tranquillo passaggio di proprietà, grazie a un accordo con la comunità degli eredi, per una non meglio precisata suddivisione dei proventi d’asta. E però qualcosa era andato storto già in quel giorno di fine aprile, visto che nella sala gremita dell’antico palazzo sede di Im Kinsky si era notato subito che doveva essere insorto qualche problema, visto che per un unico cliente asiatico, l’art adviser Patti Wong era riuscita ad aggiudicarsi il quadro in due minuti e senza alcuna competizione, per la somma di 30 milioni di euro, ragguardevole ma certo lontana dai normali esiti di opere di Klimt. Proprio appena prima dell’asta si era fatto avanti infatti dalla Germania un possibile erede che rivendicava il proprio ruolo, e aveva così mandato in frantumi i sogni di una vendita stellare. A nulla erano valsi nei mesi successivi i tentativi di chiarimento e di mediazione: nella primavera del 2025 l’acquirente asiatico aveva fatto uso della prevista clausola di recesso e la vendita era stata annullata.

Da allora è Im Kinsky che ha assunto la responsabilità dell’adeguata conservazione e sicurezza del dipinto, con spese ingenti per una piccola casa d’aste: una débâcle annunciata del resto già attorno alla fatidica asta, perché numerose autorevoli voci si erano levate, non solo a Vienna, per criticare le manchevoli ricerche sulla provenienza.

Ora quelle critiche sono state rinfocolate dall’annuncio della causa di restituzione intentata nello stato di New York contro la presunta proprietaria austriaca del dipinto e contro la casa d’aste Im Kinsky, da una degli eredi dei Lieser, Patricia J. Leahy, che afferma non solo di essere l’unica vera erede del capolavoro klimtiano e che si tratterebbe del ritratto della giovane Margarethe Lieser, ma che quel nome sarebbe stato tolto dal titolo del quadro.

Come valido aiuto per la ricorrente potrebbe fungere l’update dello Hear Act (Holocaust Expropriated Art Recovery Act) che il 13 aprile scorso ha annullato negli Stati Uniti la prescrizione delle richieste di restituzione degli eredi di vittime dell’Olocausto. Il nodo cruciale nell’intricata questione restano infatti gli anni tra il 1925 e il 1961, quelli cioè corrispondenti all’ascesa del nazismo, alla Seconda guerra mondiale e alla confusione anche legislativa dei primi decenni del secondo dopoguerra. Dalle ricerche effettuate non sono emersi documenti sul passaggio di proprietà dai Lieser al commerciante Adolf Hagenauer, membro della prima ora del partito nazista, che poi lasciò in eredità il dipinto alla propria famiglia. Certo soprattutto negli anni del secondo conflitto mondiale, per l’agiata committenza ebraica di Klimt molte cessioni di opere d’arte, oggetti di valore, beni mobili e immobili, là dove non registrate come confische, avvennero sovente in modo più che informale, sia per necessità quotidiane immediate di sopravvivenza o di fuga, sia sotto pressione di funzionari pubblici o mercanti.

Flavia Foradini, 19 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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