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Kamala Harris e Joe Biden, vicepresidente e presidente degli Stati Uniti dal 2021 al 2025

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Kamala Harris e Joe Biden, vicepresidente e presidente degli Stati Uniti dal 2021 al 2025

La promessa del futuro, ovvero come i giovani vengono esclusi dal sistema dell’arte

«Ha tutta la carriera davanti»; questo si dice delle giovani promesse nell’industria artistica e della curatela e della conservazione. Ma quando questo sistema che vede un’intera generazione come un insieme di promesse finisce per soffocare la spinta creativa di interi settori?

Alessio Vannetti

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C’è una frase che circola nei corridoi delle redazioni, nei backstage dei premi cinematografici e letterari, nelle case editrici, nelle case di moda, nelle meeting room dei musei, nelle anticamere delle gallerie d’arte, negli uffici dei direttori creativi e anche nei consigli di amministrazione delle fondazioni culturali. Una frase pronunciata con un tono che vorrebbe essere incoraggiante e che invece è, nella sua struttura profonda, il più elegante degli insulti che un sistema possa rivolgere a chi lo vuole cambiare. La frase è questa: «Ha tutta la carriera davanti». È una frase che si pronuncia senza intenzione malevola. Chi la dice, nella stragrande maggioranza dei casi, è convinto di fare un complimento e l’accompagna quasi sempre a una valutazione positiva: «Il talento c’è, senza dubbio», «il lavoro è interessante», «si vede la visione». Peccato che funzioni anche come chiusura consolatoria, oltre che come gentile rimando. È la frase con cui un selezionatore nega il premio a un venticinquenne brillante per assegnarlo a un sessantenne collaudato; è la frase con cui un direttore editoriale rimanda la proposta di un under trenta a «quando sarà il momento giusto»; è la frase con cui un curatore museale spiega perché la mostra del giovane artista si farà, sì, ma in un contesto minore, un satellite, un progetto collaterale, non nella sala principale. Forse è la frase che ha accompagnato la carriera di Glenn Close, alla quale l’Academy consegnerà un Oscar alla carriera dopo averle negato la statuetta per interpretazioni magistrali. Di sicuro, è la frase con cui un’intera generazione viene sistematicamente trasformata in promessa perpetua, in futuro sempre imminente e mai presente, in potenziale che non può realizzarsi adesso perché adesso è già occupato da qualcun altro. Il problema non è la frase in sé. Il problema è il sistema di valori che la frase tradisce

Prima di procedere, è necessario capire da dove viene questa logica, perché non nasce dal nulla e non è esclusivamente italiana, anche se in Italia ha trovato un humus particolarmente fertile per attecchire e proliferare. Nasce da una concezione del tempo creativo come accumulazione lineare: si parte da zero, si lavora per anni, si accumula esperienza, si costruisce una reputazione, e soltanto alla fine di questo percorso lungo, paziente, obbligatoriamente umile, si ha il diritto di pretendere spazio, riconoscimento, risorse. È il modello dell’artigianato elevato a paradigma assoluto: il garzone che diventa maestro dopo decenni di bottega. Un modello che ha senso per costruire una cattedrale gotica, ma che applicato alla creatività contemporanea produce qualcosa di molto simile a un sistema di controllo generazionale. Il tempo, in questo schema, non è neutro: diventa un argomento di potere. «Hai tempo» significa «io ho già occupato il tuo posto e non ho intenzione di cederlo presto». «Aspetta il tuo momento» significa «il mio momento non è ancora finito». «La carriera è lunga» significa «questo spazio non è tuo, non ancora, e chissà se e quando lo sarà». La retorica del futuro abbondante funziona come una promessa che non scade mai, come un assegno postdatato che viene continuamente spostato in avanti, come un orizzonte che arretra mentre ci si avvicina. C’è qualcosa di strutturalmente disonesto in tutto questo; chi dice «ha tutta la carriera davanti» non sta descrivendo una realtà: sta difendendo una posizione. In sintesi, sta usando la consolazione come dispositivo di esclusione. Sta trasformando la giovinezza, che dovrebbe essere un vantaggio, in un difetto temporaneo da correggere col tempo; e, ancora peggio, sta convertendo l’energia, la visione nuova e lo sguardo non ancora compromesso da decenni di sistema in inesperienza da superare.

La storia della creatività occidentale è piena di esempi che confutano, con la brutalità dei fatti, la narrazione del tempo necessario. Non come eccezioni, ma come regola: i momenti più trasformativi della cultura sono stati generati da persone giovani, spesso giovanissime, che non stavano aspettando il loro momento, lo stavano creando. Wolfgang Amadeus Mozart compose la sua prima sinfonia a otto anni. A quattordici aveva già diretto opere liriche. Eppure, la sua esistenza fu una sequenza quasi ininterrotta di frustrazioni sistemiche. Il principe-arcivescovo Colloredo di Salisburgo lo tenne per anni in una condizione di servitù artistica umiliante, trattandolo come si trattava allora un domestico di talento: con rispetto sufficiente a non sprecarlo, ma senza mai riconoscergli l’autonomia che il suo genio richiedeva. La lettera di licenziamento che Colloredo gli fece consegnare nel 1781 attraverso il ciambellano Arco (di fatto, un calcio nel c...) fu l’atto finale di un sistema che non sapeva che cosa farsene di un genio deciso a non invecchiare nell’attesa del proprio riconoscimento. Mozart aveva venticinque anni. Non fu mai veramente libero di lavorare alle proprie condizioni. La commissione del «Requiem», l’opera incompiuta che accompagna la sua morte a trentacinque anni, arrivò da un nobile anonimo (oggi identificato come il conte Franz von Walsegg) che voleva farla passare per sua. Anche nella morte, il sistema cercava di appropriarsi della sua giovinezza. Rimbaud è un altro caso esemplare, e ancora più violento nei suoi contorni. Arthur Rimbaud aveva sedici anni quando scrisse «Il battello ebbro», che è tra le poesie più influenti della lingua francese. Aveva diciannove anni quando smise definitivamente di scrivere. L’intera opera poetica di uno degli autori fondamentali della letteratura moderna fu prodotta in meno di quattro anni, tra i sedici e i diciannove anni. Il sistema letterario parigino dell’epoca lo ricevette con una combinazione di ammirazione e terrore che si traduce, abbastanza puntualmente, nella stessa retorica del «ha tutto davanti». Verlaine lo amò, lo protesse, lo introdusse, ma lo fece anche in un modo che rivelava già la forma del problema; come una curiosità, un fenomeno, un prodigio da esibire e non un pari da cui imparare. Rimbaud, che era il più lucido di tutti, capì che il sistema non aveva spazio per lui nei termini in cui lui intendeva esistere, e smise. A diciannove anni andò a fare il commerciante in Africa e la sua assenza dalla letteratura è forse il più drammatico atto di critica che un poeta abbia mai compiuto contro le istituzioni culturali del suo tempo. Orson Welles aveva ventisei anni quando diresse «Quarto potere», che molti critici considerano ancora uno dei film più importanti della storia del cinema. Hollywood lo accettò, lo finanziò, gli concesse una libertà creativa senza precedenti e poi, quando il film non fu un successo commerciale immediato, cominciò sistematicamente a togliergli quella libertà, a boicottarne le produzioni successive, a rendergli la vita professionale abbastanza difficile da impedirgli di realizzare molti dei progetti che aveva in mente. Welles trascorse la seconda metà della sua carriera a cercare finanziamenti per film che non riuscì mai a completare, o che completò in condizioni di povertà creativa e materiale tali da sconfiggere chiunque. Il sistema non gli disse mai esplicitamente «ha tutta la carriera davanti», era già troppo famoso per questo, ma trovò altri modi per dirgli la stessa cosa: «aspetta», «non ancora», «non così», «non adesso». In letteratura italiana, Elsa Morante pubblicò il suo primo romanzo, «Menzogna e sortilegio», a trent’anni, dopo anni di rifiuti. Non era una questione di giovinezza anagrafica, ma la logica era identica: il sistema aveva già deciso chi poteva occupare lo spazio e chi doveva aspettare. La narratrice più importante del Novecento italiano aspettò. E vinse, alla fine, ma quanti aspettano e non vincono mai perché nel frattempo il sistema ha trovato il modo di esaurire la loro energia?

Da sinistra, Elsa Morante, vincitrice del Premio Strega con «L’isola di Arturo», e Maria Bellonci il 4 luglio 1957

Glenn Close in un ritratto del 2025

Detto questo, è necessario affrontare la specificità italiana, che non è una variante del problema universale ma ne è, in molti settori, la manifestazione più acuta e strutturata. L’Italia ha un sistema creativo che è invecchiato in modo più rapido e più profondo di quasi tutti i suoi omologhi europei, senza trovare i meccanismi di ricambio che altrove, in forme diverse, si sono sviluppati. I dati sono eloquenti, anche se raramente vengono letti insieme. L’età media dei direttori dei principali musei italiani è sistematicamente più alta di quella dei colleghi francesi, tedeschi o britannici. I premi letterari più importanti del Paese assegnano riconoscimenti di punta ad autori under trentacinque con una frequenza significativamente inferiore rispetto ai Booker Prize o ai Médicis francesi. Che le giovani menti creative straniere siano più qualificate di quelle nostrane? Tutto è possibile, anche se parrebbe che il sistema creativo italiano abbia sviluppato un’allergia strutturale al rischio generazionale. E il «ha tutta la carriera davanti» è il nome gentile di questa allergia. La differenza anagrafica è il punto esatto in cui il confronto si fa più interessante, e più scomodo per il sistema italiano. Lorde ha sedici anni quando ridefinisce il pop mondiale; Zadie Smith ha ventuno anni quando scatena una guerra d’aste tra i maggiori editori anglofoni con ottanta pagine di manoscritto; Greta Gerwig, dopo anni di rifiuti sistematici, ottiene la sua prima nomination all’Oscar alla regia a trentaquattro anni e viene ancora considerata una voce «giovane» del cinema americano. In Italia, i parametri si spostano tutti in avanti. Per citare un esempio emblematico di chi ha saputo aggirare il problema dell’età in modo radicale nel nostro Paese. Zerocalcare ha costruito e costruisce il suo pubblico fuori dal sistema editoriale, dalle fanzine fotocopiate ai centri sociali, e forza il riconoscimento istituzionale dal basso, a quasi trent’anni, dopo che il mercato aveva già stabilito quello che le istituzioni non erano ancora disposte ad ammettere. La differenza non è di talento, né di coraggio: è di sistema. In Gran Bretagna o in Nuova Zelanda, sedici anni possono bastare. In Italia, trenta è ancora considerato un esordio precoce.

Le ragioni sono molteplici e si intersecano in modo non lineare. C’è una componente culturale profonda: l’Italia è un Paese in cui il rispetto dell’anzianità ha radici che vanno molto al di là del semplice conservatorismo, attingendo a una tradizione di trasmissione del sapere artigianale e accademico che valorizza l’esperienza accumulata sopra quasi tutto il resto. C’è una componente economica: la precarizzazione del settore culturale ha reso le posizioni stabili così rare da trasformarle in beni da difendere strenuamente, il che significa che chi le occupa ha pochissimi incentivi a cederle o a creare spazio per chi viene dopo. C’è una componente istituzionale: le fondazioni, i musei pubblici, le istituzioni culturali italiane sono governate da logiche di nomina politica e clientelismo che privilegiano la continuità sul rinnovamento, la sicurezza sull’azzardo, il nome già conosciuto sull’energia non ancora verificata. C’è un meccanismo specifico attraverso cui il sistema creativo italiano gestisce il talento giovane che non riesce a ignorare: si chiama istituzionalizzazione della promessa. Funziona così: quando un talento giovane è abbastanza evidente da non poter essere ignorato, il sistema lo incorpora, lo celebra, lo premia; ma lo premia nella categoria «giovane promessa», quasi fossimo in un costante Festival di Sanremo, non nella categoria artista, designer, scrittore, autore. La distinzione è fondamentale. Premi giovani, sezioni under quaranta, premi rivelazione, borse di studio, residenze, programmi di mentorship: tutto questo è visibile, fotografabile, comunicabile, serve a dimostrare che il sistema si occupa del ricambio generazionale. Ma resta separato. È una stanza d’attesa ben arredata, non un posto al tavolo principale. Il costo meno ovvio è la distorsione psicologica che il rinvio produce sul talento stesso. Essere costantemente definiti come promessa futura, anziché come presenza attuale, genera una forma sottile di alienazione dall’urgenza del proprio lavoro. Se il sistema ti dice sistematicamente che il tuo tempo non è ancora arrivato, a un certo punto cominci a credergli. Cominci a rivedere il tuo lavoro non per quello che è, ma per quello che dovrebbe diventare quando sarai «pronto». Cominci a rimandare le scelte più radicali, le scommesse più grandi, i gesti più audaci; non perché non li senti necessari, ma perché hai interiorizzato l’idea che l’audacia sia un privilegio dell’esperienza, non un diritto del talento. Il sistema ti insegna l’automoderazione come forma di sopravvivenza, e questa è forse la perdita più grande: il talento che impara a ridursi.

Il costo collettivo è ancora più difficile da quantificare, ma è quello che dovrebbe preoccupare di più chiunque abbia a cuore la qualità del sistema creativo nel suo insieme. Ogni volta che un’istituzione sceglie la sicurezza dell’esperienza sulla vitalità dell’urgenza giovane, rinuncia a qualcosa che non potrà recuperare in nessun altro modo: la possibilità di essere trasformata, invece di limitarsi ad amministrare sé stessa. È un esercizio utile, e non meramente nostalgico, chiedersi quando le cose sono cambiate. O, più precisamente: c’è stato un momento in cui il sistema creativo, italiano e non, ha funzionato diversamente? In cui la giovinezza era una qualificazione e non un’obiezione? Risposta retorica a domanda retorica: sì, e l’evidenza storica è abbondante. Gli anni Sessanta e Settanta, in quasi tutti i settori creativi occidentali, producono un numero straordinario di casi in cui persone giovanissime raggiungono posizioni di influenza e responsabilità creativa piena in tempi brevissimi. Non perché fossero più bravi di quelli di oggi, ma perché il sistema aveva bisogni e strutture diverse. Vale la pena, in chiusura, allargare leggermente la prospettiva e guardare questo problema non solo come questione interna al sistema creativo, ma come questione di posizionamento competitivo dell’Italia nella cultura globale. In un contesto in cui le imprese creative sono tra i settori economici in crescita più rapida e tra i principali vettori dell’influenza culturale di un Paese nel mondo, il ritardo generazionale non è soltanto un problema estetico o sociologico: è un problema di competitività. L’Italia ha accumulato un patrimonio creativo straordinario, riconosciuto e invidiato in tutto il mondo. Ma un patrimonio si gestisce, non si crea; e gestire il passato senza investire nel presente significa consumare lentamente un capitale senza rinnovarlo. I Paesi che hanno capito questo, e non sono pochi, dalla Corea del Sud alla Danimarca, dai Paesi Bassi alla Francia, hanno costruito sistemi di supporto e promozione del talento giovane che non funzionano come carità nei confronti di chi aspetta, ma come investimento strategico in chi costruirà la reputazione creativa del paese nei prossimi decenni. Hanno capito che il momento giusto per investire in un talento è quando quel talento è al suo massimo di urgenza e rischio, non quando è già abbastanza maturo da essere rassicurante. La retorica del «ha tutta la carriera davanti» è, in ultima analisi, il sintomo di un Paese che ha paura del presente e che preferisce la certezza del già visto alla sorpresa del non ancora visto

Alessio Vannetti, 01 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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