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Da sinistra, Laura Biagiotti, Mario Valentino, Gianni Versace, Krizia, Paola Fendi, Valentino Garavani, Gianfranco Ferrè, Mila Schön, Giorgio Armani, Ottavio Missoni, Franco Moschino e Luciano Soprani: sono i 12 stilisti italiani, rappresentanti del Made in Italy, allineati davanti al Duomo di Milano nella fotografia pubblicata sulla cover di «Capital USA»

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Da sinistra, Laura Biagiotti, Mario Valentino, Gianni Versace, Krizia, Paola Fendi, Valentino Garavani, Gianfranco Ferrè, Mila Schön, Giorgio Armani, Ottavio Missoni, Franco Moschino e Luciano Soprani: sono i 12 stilisti italiani, rappresentanti del Made in Italy, allineati davanti al Duomo di Milano nella fotografia pubblicata sulla cover di «Capital USA»

Delicato squilibrio, maneggiare con cura

Aziende, giornalisti e il potere di scrivere la storia. Un editoriale sul giornalismo di moda di Alessio Vannetti

Alessio Vannetti

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Questo editoriale è personale, nel senso che nasce da una riflessione che avrebbe dovuto prendere forma all’interno di un contesto che trovo molto interessante: la conferenza creata da «Style Magazine» del «Corriere della Sera», voluta e costruita con visione dal direttore Alessandro Calascibetta e dal vicedirettore Michele Ciavarella. Un luogo di pensiero dove il giornalismo di moda torna a fare quello che dovrebbe fare: interrogarsi, scomodare, costruire. Ho iniziato scrivendo di musica come critico per diverse riviste. La recensione era un impegno autentico, libero da influenze pubblicitarie.

Poi mi sono spostato nella moda, lavorando per aziende, gestendo strategie e relazioni con la stampa negli ultimi 28 anni della mia carriera. Ed è proprio questa doppia prospettiva che mi ha insegnato una cosa fondamentale: il rapporto tra aziende e giornalismo è, e deve restare, un delicato squilibrio da maneggiare con cura. Non un’armonia ma un (dis)equilibrio instabile, che deve essere rispettato da entrambe le parti. Perché quando questo (dis)equilibrio si rompe, a perderci non sono né i marchi né tanto meno le redazioni, a perderci è la storia. C’è un’immagine scattata nel 1985 che tutti conosciamo molto bene: 12 stilisti italiani, la crème della moda nazionale, allineati davanti alle guglie del Duomo di Milano. È la fotografia del Made in Italy: Laura Biagiotti, Mario Valentino, Gianni Versace, Krizia, Paola Fendi, Valentino Garavani, Gianfranco Ferrè, Mila Schön, Giorgio Armani, Ottavio Missoni, Franco Moschino e Luciano Soprani. Nomi che da soli bastano a raccontare un’epoca e l’estetica italiana di quel periodo storico.

Quella fotografia, tuttavia, non fu scattata dove tutti credono. L’originale nacque all’Arco della Pace, nel cuore di Parco Sempione, un arco di trionfo, non privo di significato simbolico. Fu l’intuizione geniale di Adriana Mulassano, la storica critica di moda del «Corriere della Sera», a riunire quei nomi sotto quell’arco per dichiarare al mondo il trionfo della creatività italiana. «Capital USA» modificò l’immagine sostituendo lo sfondo con il Duomo, riconosciuto come simbolo di Milano e della moda, trasformando l’immagine in iconografia. Una manipolazione innocente? Forse. Ma era già il segnale di qualcosa: le immagini si costruiscono, le storie si scelgono e chi sceglie ha un potere enorme.

Ma c’è qualcosa che in quella fotografia non si vede, un nome mancante che, ogni volta che quell’immagine viene riproposta (e accade spesso) nelle pubblicazioni, sui social, nelle retrospettive, riscrive silenziosamente la storia agli occhi di chi non c’era: Nicola Trussardi. Si narra che Adriana Mulassano, che di quella convocazione era la mente e l’artefice, avesse escluso Trussardi per un dissapore tra i due. Alla radice dello scontro, una critica che Mulassano aveva pubblicato sul «Corriere della Sera»: scriveva, in sostanza, che Trussardi avesse bisogno di uno stilista, sottolineando una carenza creativa dell’imprenditore. Un giudizio durissimo, formulato con quella precisione chirurgica che era il suo marchio di fabbrica, un giudizio legittimo dettato dall’esperienza e non un pruno personale.

Secondo varie fonti ben informate, Trussardi avrebbe deciso di rivolgersi al direttore del giornale: una scelta errata, così come lo fu quella di escluderlo dalla fotografia, sempre che le cronache siano accurate. Una critica, per quanto sia dura, ha una vita precisa: viene pubblicata sul giornale e presto archiviata, ma soprattutto, quando la critica è costruttiva, aiuta a mettere a fuoco azioni future. Un’esclusione da una foto-simbolo, invece, rimane nel tempo; modifica la memoria collettiva e lascia un segno indelebile per il futuro. Nicola Trussardi era uno dei protagonisti della moda italiana degli anni Ottanta. Il marchio fondato sulla pelletteria bergamasca si era trasformato in un universo di stile riconoscibile in tutto il mondo, escluderlo da quella fotografia è stato un atto di cancellazione storica. Chi guarda quell’immagine oggi non vede una lacuna, non percepisce un’assenza, vede la moda italiana degli anni Ottanta, e Trussardi semplicemente non c’è, quasi come se in quell’epoca non avesse avuto significato.

Dal canto suo Trussardi avrebbe potuto accettare l’opinione, per quanto forte, e su quella imbastire una riflessione più ampia su dove posizionare la sua azienda per gli anni a venire. «La Papessa», così appellavano Mulassano gli stilisti tra riverenza e timore, fu qualcosa di straordinario nel panorama del giornalismo italiano. Le sue recensioni delle sfilate sul «Corriere della Sera» erano imprescindibili: si dice che fuori dalle edicole gli stilisti aspettassero l’uscita del giornale per leggere il suo verdetto definitivo, secco. Il suo non era giornalismo di servizio, era critica di moda fondata su una cultura onnicomprensiva: storia dell’arte, sociologia, cinema, antropologia del costume.

Prima di lei, nelle pagine dei quotidiani italiani, la moda era materia da «pagine rosa», relegata a curiosità femminili. Adriana Mulassano la trasformò in disciplina intellettuale. Formatasi a New York accanto a Richard Avedon, poi a Parigi nella redazione di «Elle», ma soprattutto all’interno di «Amica», nella sua versione settimanale, sin dal numero zero elaborato nel 1961 e pubblicato solo l’anno successivo. La migrazione al «Corriere» di via Solferino avviene nel 1968, dove rimane sino al 1990. Dice Mulassano in un’intervista ad Antonio Mancinelli pubblicata su «Rivista Studio» nell’agosto del 2020: «Ho cominciato semplicemente a scrivere. Nessuno ha mai detto: “Stai attenta, è un inserzionista”. Sono venuta via dal “Corriere” nel 1990, come una cameriera, anzi peggio: non ho dato neanche gli otto giorni di preavviso. Alla quinta telefonata dell’ufficio pubblicità e il cazziatone a mezzanotte e cinque del socio di un famoso stilista, furibondo per una mia recensione, me ne sono andata. Se devo limitare la mia libertà di critica, scrivere non fa più per me. Non ce la faccio. Preferisco fare altro. E infatti ho fatto altro».

Dictum factum, la scrittrice passò dall’altra sponda del fiume, diventando la direttrice della comunicazione di Giorgio Armani dal 1992 al 2000. La sua carriera giornalistica è la prova vivente di quanto gli scritti sulla moda possano, e debbano, essere qualcosa di più di una cronaca delle sfilate. La critica di moda è un’azione culturale, un lascito importante per chi arriverà dopo e vorrà approfondire il passato per disegnare il futuro. Se esiste una morale in questa storia che trova qualche riscontro ma non tutte le certezze, di certo non è la ricerca della colpa. Senza essere troppo democristiani, entrambi hanno avuto sia ragione sia torto.

La morale riguarda il potere, quando lo si ha, si può scrivere la storia e quella responsabilità è più grande di qualsiasi punto di vista personale. Il tempo che passa insegna che c’è una cosa che in molti faticano ad accettare: per quanto potente sia, un’azienda da sola non ha la forza di lasciare un’eredità leggibile, i brand e le maison hanno bisogno di interpreti e punti vista autoriali per poter stabilizzare la loro eredità nel futuro. Le aziende producono oggetti, immagini, fatturati, posti di lavoro, fanno cose straordinarie, ma sono le parole scritte con distacco critico a costruire la memoria collettiva di un’epoca.

C’è anche un secondo piano su cui questa riflessione (morale) s’innesta urgentemente: quello generazionale. I Millennial, la generazione che oggi sta prendendo le redini delle aziende di moda, delle redazioni, delle agenzie, hanno goduto di un empowerment straordinario da parte di tutte le generazioni precedenti. Non tutto è andato come auspicato: molti sogni si sono infranti contro la realtà sociopolitica di questi anni, ma è innegabile che i «quarantenni» abbiano ricevuto un testimone, una legittimazione, un investimento nel loro potenziale.

La Generazione Z, per contro, viene spesso descritta con una collezione di stereotipi impietosi: pigra, disattenta, senza gusto, incapace di sostenere uno sforzo prolungato, ossessionata dai social ma priva di profondità, incapace di fedeltà professionale, refrattaria alla gerarchia, con un’attenzione da pesce rosso digitale e una propensione al «quiet quitting» che farebbe rabbrividire qualsiasi HR manager cresciuto con l’etica del sacrificio. Troppo sensibile, troppo liquida, troppo tutto per essere inquadrata nelle categorie che il sistema conosce.

E se invece fosse, semplicemente, un cambio di paradigma? E se questi ragazzi non fossero rotti, ma stessero usando un sistema operativo diverso, uno che le generazioni precedenti non hanno ancora imparato a leggere? La Gen Z privilegia l’autenticità, evita le etichette e sostiene cause collettive, distinguendosi per «diversità». La sua moda è «multiversica», sociale e non convenzionale, riflettendo un nuovo gusto che sfida il già noto. Il giornalismo di moda deve comprenderla e raccontarla senza i bias delle generazioni passate.

Proprio per questo, chi svolge il lavoro di editorialista oggi, nella moda, ma in generale, ha un dovere preciso: restituire un pensiero critico distante dal gusto personale, o quanto meno che aggiunga a quel gusto personale un livello più calato nell’oggi, più capace di intercettare il momento attuale. Il caso Mulassano-Trussardi insegna ancora oggi: nell’epoca in cui le immagini si manipolano con un prompt e le narrazioni si costruiscono in tempo reale, la tentazione di controllare il racconto è fortissima. Ma la storia della moda, come tutte le storie, non sopravvive alla propaganda, sopravvive alla critica. Per questo aziende e giornalisti devono continuare a maneggiare con cura quel delicato squilibrio: abbastanza vicini da capire, abbastanza lontani da poter dire la verità.

La versione originale della fotografia scattata davanti all’Arco della Pace di Milano nel 1985

Alessio Vannetti, 06 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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