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Alessio Vannetti
Leggi i suoi articoliChe sia aggettivo o sostantivo, il significato della parola “comune” è comune. Dal latino commūnis — cum (insieme) e munus (dovere, incarico) — rimanda a una condivisione che non è solo appartenenza ma responsabilità reciproca. In origine designava persone legate dagli stessi compiti; con il tempo ha finito per comprendere tutto ciò che è pubblico, generale, condiviso. Il comune, dunque, non è semplicemente uno spazio: è una relazione regolata da obblighi impliciti. Oggi la questione del condiviso si misura nella qualità dell’esperienza. L’accesso è quasi sempre garantito, online come offline; ciò che varia è la densità di significato che quell’accesso riesce a produrre. Gli spazi comuni contemporanei esistono e hanno dimensioni globali, iperconnesse, coreografate. Il Salone del Mobile, Il Super Bowl, le sfilate, la Biennale d’Arte di Venezia, le fiere, i festival, i lanci musicali in streaming concentrano milioni di sguardi nello stesso istante. La presenza fisica non è più condizione necessaria: ciò che li accomuna è la possibilità di intervenire nel flusso, di commentare, di prendere posizione, di contribuire a una narrazione collettiva. La domanda, tuttavia, riguarda la natura di questa simultaneità: genera elaborazione condivisa o si esaurisce nella coincidenza temporale?
Quando, il 1° febbraio 1975, Pier Paolo Pasolini pubblica sul «Corriere della Sera» l’articolo «Il vuoto del potere in Italia», poi confluito in Scritti corsari, individua una trasformazione profonda: il potere non si manifesta più come occupazione visibile dello spazio pubblico, ma come interiorizzazione di codici, desideri, linguaggi. L’omologazione non passa dalla superficie bensì dall’intimità dei comportamenti. È in questa dinamica che lo spazio comune si restringe: non quando le differenze scompaiono, ma quando vengono amministrate dentro un lessico uniforme. La solitudine contemporanea ha un’altra qualità rispetto a quella evocata allora. Non coincide con un ritiro che permette di osservare con maggiore lucidità; è una condizione esposta, attraversata da rumore continuo, alimentata dalla necessità di performare un’identità coerente dentro il feed. Newsletter, commenti, community autoreferenziali costruiscono bolle abitative confortevoli, dove l’attrito si riduce e la conferma diventa regola. L’intervento è volto ad affermare il proprio pensiero anziché a creare dibattito, anche il bar dello sport risulta silenziato rispetto al fuorigioco fischiato per errore. Non si tratta di mitizzare un passato compatto. In altri momenti storici lo spazio era semplicemente necessario: la piazza organizzava la socialità, la televisione generalista sincronizzava l’attenzione, la sfilata — pur riservata agli addetti ai lavori — produceva un racconto che sedimentava nel tempo. L’evento implicava attesa e distanza; l’interpretazione richiedeva mediazione, quella di giornalisti professionisti, nella maggior parte dei casi. Oggi l’accessibilità è totale, la “commentabilità” immediata, l’engagement livella le gerarchie. Questa democratizzazione produce ampiezza ma rischia di comprimere la profondità. Il comune non coincide con il banale, e l’inclusività del pensiero non indebolisce l’eccellenza del risultato: anzi, la rafforza.
Quando ogni momento assume lo statuto di evento, il rito perde spessore simbolico. La moda rappresenta un osservatorio privilegiato di queste tensioni. Basti pensare all’arrivo di Matthieu Blazy alla direzione creativa di Chanel, la questione non riguarda soltanto l’estetica ma la possibilità di restituire a un marchio globale una funzione condivisa. La sfilata Métiers d’Art 2026, presentata il 2 dicembre 2025 in una stazione dismessa della metropolitana di New York, ha assunto la forma di un esperimento narrativo: il transito quotidiano trasformato in dispositivo scenico, la banchina come luogo di attraversamento sociale, il lusso immerso nell’attrito urbano. Il casting e la regia hanno costruito una coralità leggibile, in cui archetipi femminili si incrociavano come in un vero commute; l’artigianalità altissima si traduceva in guardaroba indossabile, tra trompe-l’œil e materiali ibridati, accessori sospesi fra necessità e ironia. L’operazione non cercava la citazione folkloristica della street culture, ma la riconnessione dell’immaginario a un’esperienza condivisa: muoversi nello stesso spazio senza conoscersi. In parallelo alle traiettorie del fashion system tradizionale, figure come Bryanboy (pseudonimo di Bryan Grey Yambao) incarnano un nodo cruciale nella transizione dall’iperconsumo di immagini a una vera e propria pedagogia pop del vedere. Tra i primi blogger ad affermarsi nel panorama globale — avviò il suo blog nel 2004 da Manila, quando quella pratica era ancora agli esordi — Bryanboy non si è limitato a commentare la moda: ha contribuito a ridefinirne le modalità di diffusione e partecipazione, anticipando dinamiche che oggi consideriamo strutturali nell’ecosistema dei social e dell’influencer culture. La produzione scritta e visiva dell’autore si caratterizza per uno stile giocoso, irriverente e autoironico, che ha contribuito a portare alla luce elementi solitamente marginali nell’ambito della moda. Il gesto distintivo di presentare una borsa con l’anca spostata in una posa marcata è divenuto un fenomeno virale, ripreso sia da appassionati che da professionisti del settore, fino a essere adottato anche da Fendi in una campagna pubblicitaria. In tale contesto, le sue performance e l’attenzione verso le real people — ovvero persone comuni che reinterpretano il linguaggio visivo della moda, così come celebrity e individui facoltosi che scelgono modalità di presentazione più accessibili — vanno oltre la mera rappresentazione della realtà: esse analizzano criticamente le narrazioni dominanti, evidenziando come la “realtà” sia frutto di una dinamica complessa tra autenticità, costruzione narrativa e dimensione spettacolare. Più che una semplice estetica dell’ironia, il suo linguaggio smonta la retorica della realtà quando questa si cristallizza in slogan, e riapre il codice della moda a un pubblico più ampio e plurale, senza addomesticarlo. L’ironia, in Bryanboy, non è una scorciatoia comunicativa ma una soglia d’ingresso: un modo per rendere attraversabile un linguaggio complesso senza impoverirlo, restituendo dignità alle forme di esperienza estetica extra élitaria. Questa prospettiva non è confinata alla dimensione digitale.
ART CLUB2000, «Untitled (Times Square/Gap Grunge 1)» 1992-93, New York. Courtesy Artists Space.2
Dopo anni di presenza influente nel sistema moda, Bryanboy ha assunto un ruolo di primo piano nell’editoria come International Editorial Director di «Perfect Magazine», la rivista fondata e diretta da Katie Grand, per poi diventarne editor in chief nel 2022. In questa posizione ha lavorato sulla convergenza tra sensibilità digitale e oggetto cartaceo, trasferendo nella struttura editoriale di una pubblicazione indipendente quella stessa tensione tra immediatezza, cultura visiva e costruzione critica che aveva caratterizzato la sua traiettoria online. Nel suo doppio statuto — icona originaria del fashion blogging e direttore di una rivista cartacea — si legge una trasformazione più ampia: la moda contemporanea non è più solo un sistema di immagini da contemplare, ma un dispositivo da rimettere costantemente in discussione. Un discorso analogo riguarda Jonathan Anderson alla guida di Dior ma anche autore del marchio omonimo JW Anderson e creativo prestato, di tanto in tanto, a Uniqlo. La sua pratica si è sempre mossa nella tensione tra cultura visiva e abito, archivio e presente, memoria personale e sistema. Inserita nella grammatica Dior, questa attitudine produce un campo di domande: come reinterpretare un’eredità stratificata senza cadere nel revival, come concepire il défilé come testo tridimensionale capace di attivare mente e sensi. Le recenti haute couture, pensate come ambienti immersivi, configurano la sfilata come editoriale che articola conversazione più che semplice viralità. In un mercato del lusso attraversato da rallentamenti selettivi, la costruzione di una griglia di merchandising guidata dalla creatività ha mostrato segnali economici coerenti con questa visione: intercettare clientela ad alto potere d’acquisto e riattivare segmenti aspirazionali senza appiattire il linguaggio. Anderson è sicuramente uno degli autori principali degli anni Venti, capace di catturare lo Zeitgeist nell’aria, con il suo lessico elaborato e sofisticato si è messo a disposizione del cinema per fare da costumista a Luca Guadagnino in «Queer» e «Challengers». In questo senso, il creativo made in UK, ha sviluppato un luogo delicatissimo, un ambiente comune nato dalle intersezioni tra cinema, alta moda e collezioni premium. La questione di fondo resta la capacità di abitare questi spazi come luoghi di pensiero.
La presenza di Bad Bunny sul palco dell’ultimo Super Bowl ha introdotto un lessico identitario nel cuore di un evento simbolicamente centrale per gli Stati Uniti. L’operazione ha ampliato la rappresentazione e ridefinito l’immaginario dominante; al tempo stesso si è iscritto dentro un format già consolidato, che stabilisce cornici e limiti. L’inclusione simbolica può coincidere con una trasformazione effettiva, ma non la garantisce. Uno scettico potrebbe osservare che non abbiamo mai avuto così tanti luoghi di incontro, misurabili in visualizzazioni e interazioni. È vero; resta aperto il problema della qualità del pensiero generato. La simultaneità non implica comunità, e l’accesso non coincide con partecipazione. Se l’elaborazione si riduce a reazione immediata, l’evento produce esposizione più che sedimentazione. L’omologazione contemporanea opera in modo meno evidente: segmenta, personalizza, moltiplica le nicchie entro architetture proprietarie che regolano tempi e priorità. La promessa è quella della differenza; l’effetto è una pluralità amministrata. Condividiamo lo stesso flusso, raramente lo stesso spazio di senso. Non si tratta di rimpiangere le piazze perdute, ma di individuare quelle operative: contesti in cui l’attenzione collettiva possa tradursi in confronto reale. Un grande evento sportivo o culturale concentra attenzione e la trasforma in racconto di potere: decide chi rappresenta chi, quale lingua entra nel mainstream, quale corpo assume valore simbolico. Questa concentrazione ha una dimensione sociale prima ancora che spettacolare. La sua efficacia si misura nella capacità di generare domande durevoli, non soltanto trending topic. Viviamo in una saturazione permanente: non mancano le relazioni, abbondano gli stimoli. Ogni evento viene metabolizzato e archiviato con rapidità; la velocità attenua il desiderio e ostacola la sedimentazione. Forse lo spazio comune più efficace è quello che introduce una pausa nell’accelerazione, che sospende l’obbligo di coerenza e apre una frattura interpretativa. La differenza decisiva non è tra consenso e dissenso, ma tra conferma e trasformazione. Gli eventi che rafforzano convinzioni preesistenti circolano con facilità; quelli che introducono ambiguità richiedono tempo e accettano il conflitto. Il comune, inteso come campo di tensione, non è armonico per definizione: è attraversato da differenze reali. La misura non sta nel numero di sguardi concentrati su uno schermo, su una passerella, a una mostra o a un concerto ma in ciò che rimane quando l’immagine si dissolve. Se resta soltanto una sequenza visiva, abbiamo attraversato superfici. Se resta una domanda capace di riattivarsi nel tempo, allora lo spazio è tornato a essere realmente comune.
Alessio Vannetti
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