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Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliAi Weiwei ha appena aperto la sua prima mostra personale in India, a New Delhi, in un momento tutt’altro che neutro dal punto di vista politico e culturale. L’esposizione, allestita presso la galleria Nature Morte e visitabile fino al 22 febbraio, riunisce opere che attraversano oltre quattro decenni della carriera dell’artista e attivista cinese, confermando il suo ruolo di osservatore critico dei rapporti tra storia, autorità e libertà individuale.
La mostra, priva di titolo, presenta una selezione compatta ma significativa: grandi opere in Lego ispirate a capolavori della storia dell’arte occidentale accanto a nuovi lavori concepiti appositamente per il contesto indiano. Tra questi, reinterpretazioni dei Pichwais, le tradizionali pitture devozionali su tessuto, e omaggi a figure centrali del modernismo indiano come V.S. Gaitonde e S.H. Raza. È una strategia ormai tipica del lavoro di Ai Weiwei: innestare la propria pratica globale su tradizioni visive locali, senza mai ridurle a citazione decorativa. Il risultato è un dialogo che tiene insieme appropriazione, rispetto e tensione critica, mettendo in relazione culture, sistemi di potere e narrazioni storiche.
Tra le opere presentate per la prima volta figura l’installazione Whitewashed Remnants of History of the State of Emerging Future Works, in cui Ai interviene su oggetti d’antiquariato locali ricoprendoli di pittura bianca. Un gesto che richiama pratiche già sperimentate in passato dall’artista e che continua a interrogare il rapporto tra conservazione, cancellazione e riscrittura della memoria. Accanto a questa, F.U.C.K. (2024), realizzata con bottoni metallici cuciti su barelle militari, espone senza mediazioni il linguaggio diretto e provocatorio che caratterizza la sua produzione più recente. Ma è soprattutto il contesto politico a rendere questa mostra particolarmente significativa. L’India sta attraversando una fase di crescente restrizione della libertà di espressione, con un aumento documentato degli episodi di censura nei confronti di giornalisti, attivisti e intellettuali. In questo scenario, la presenza di Ai Weiwei assume una valenza che va oltre l’evento espositivo. La sua capacità di tenere insieme l’antico e il contemporaneo, la forma e la critica, la bellezza e la brutalità del reale, rende il suo lavoro uno strumento di lettura del presente, in un Paese in cui le questioni di identità, memoria e potere sono vissute quotidianamente e non come astrazioni teoriche.
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