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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliFare un progetto per i giovani, organizzare un’attività per gli over 65, costruire un percorso insieme a una comunità con background migratorio. Sono pratiche ormai presenti nel lavoro di molte istituzioni culturali. Il punto, però, è capire che cosa succede a queste esperienze una volta concluse: quanto riescono a entrare nella struttura ordinaria di un’organizzazione, diventando parte del suo modo di lavorare e di costruire relazioni con i pubblici? È questa la domanda da cui parte la nuova ricerca «Le istituzioni culturali del Nord-Ovest e la partecipazione culturale: dinamiche e impatti», promossa dalla Fondazione Compagnia di San Paolo e realizzata con Promo PA Fondazione ed ESG Impact – Università di Parma.
La ricerca sposta così l’attenzione dalla presenza di attività rivolte ai pubblici alla capacità delle istituzioni di renderle continuative. Perchè un’organizzazione può essere molto attiva, avere numerosi progetti e sperimentare linguaggi e modalità diverse di coinvolgimento, ma non avere ancora le condizioni organizzative per trasformare quelle esperienze in pratiche stabili. Ed è in questa distanza, tra attivazione e capacità di engagement, che si concentra uno dei risultati centrali dello studio. Per osservare questa capacità in modo più preciso, la ricerca ha infatti messo a punto un indicatore che considera insieme le diverse condizioni necessarie a costruire relazioni durature con i pubblici. È l’Engagement Capacity Score (ECS), uno strumento che permette di andare oltre il semplice conteggio delle attività realizzate e di leggere quanto un’organizzazione sia effettivamente attrezzata per progettare, sostenere e consolidare nel tempo il rapporto con determinati pubblici. L’indicatore unisce diversi elementi: il riconoscimento strategico dei pubblici da parte della governance, le attività realizzate, le risorse economiche, la continuità dei progetti, la maturità organizzativa e la capacità operativa. Considerati insieme, questi fattori permettono di distinguere tra organizzazioni che sperimentano attività di engagement e quelle che hanno costruito le condizioni per renderle parte stabile del proprio lavoro.
La maggior parte delle istituzioni analizzate si colloca in una fascia intermedia: ha sviluppato pratiche significative, ma non sempre dispone delle condizioni necessarie per stabilizzarle. Quando invece la capacità di engagement è più elevata, ricorrono alcuni elementi precisi: il lavoro sui pubblici è riconosciuto dalla governance come una priorità, esistono progettualità consolidate e risorse dedicate, le attività sono integrate nella programmazione ordinaria e le relazioni territoriali risultano più strutturate. È questa differenza a mostrare perché il numero delle iniziative, preso da solo, dica poco sulla capacità di un’istituzione di costruire relazioni durature con i propri pubblici.
Per comprendere come queste differenze si manifestino nella pratica, la ricerca prende in esame 111 istituzioni culturali di Piemonte e Liguria, selezionate all’interno di un universo di 127 enti finanziati dalla Fondazione Compagnia di San Paolo nell’ambito dell’Obiettivo Cultura nei due anni precedenti alla rilevazione, con ricavi annui superiori a 350mila euro e almeno due dipendenti. Alla parte quantitativa, svolta attraverso un questionario strutturato, si affiancano 25 interviste qualitative. Il lavoro, condotto tra dicembre 2025 e marzo 2026, osserva tre gruppi considerati prioritari: giovani adulti tra i 19 e i 34 anni, persone over 65 e persone con background migratorio. Sono tre pubblici che presentano condizioni di accesso, forme di partecipazione e bisogni differenti, e proprio il confronto tra questi casi mostra come la capacità di engagement dipenda anche dalla natura delle relazioni che un’istituzione riesce a costruire. I giovani sono quelli a cui le istituzioni dedicano più attività, ma anche il gruppo nel quale la sperimentazione è più intensa. La ricerca distingue inoltre due fasce: tra i 19 e i 24 anni il rapporto con le istituzioni culturali passa più frequentemente da contesti educativi e formativi strutturati; tra i 25 e i 34 anni le iniziative specificamente dedicate diminuiscono e il pubblico tende più spesso a essere intercettato all’interno della programmazione rivolta agli adulti – per consolidare questo rapporto servono infatti continuità delle risorse, personale dedicato, competenze specifiche e reti capaci di sostenerlo nel tempo. Con gli over 65 il quadro è quasi speculare: le iniziative sono meno numerose, ma risultano più frequentemente integrate nelle attività ordinarie. Qui il tema indicato dalla ricerca riguarda soprattutto la continuità della partecipazione e il ruolo che le persone anziane possono assumere nella costruzione delle comunità, nella trasmissione dei saperi e nelle relazioni. Le esperienze più stabili sono spesso quelle che fanno parte da tempo della programmazione e sono riconosciute come coerenti con la missione dell’ente. Più complesso è il rapporto con le persone con background migratorio: le iniziative rivolte a questo pubblico vengono frequentemente costruite all’interno di progetti inclusivi rivolti a gruppi misti, mentre sono meno diffuse quelle specificamente dedicate. Diventano quindi decisive competenze di mediazione, continuità, fiducia e capacità di lavorare con le reti territoriali, perchè la qualità della collaborazione con i soggetti del territorio può infatti incidere sulla possibilità stessa di costruire una relazione duratura.
Il tema delle reti, a questo punto, attraversa trasversalmente il lavoro con tutti e tre i pubblici e diventa una delle infrastrutture individuate dalla ricerca per sostenere la partecipazione. Collaborare con scuole, servizi, istituzioni, Terzo Settore e realtà territoriali permette agli enti di raggiungere pubblici più difficili da intercettare, mettere in comune competenze differenti e dare continuità ai progetti. Anche in questo caso, però, conta la struttura della relazione: le reti stabili e coordinate risultano associate a una maggiore capacità organizzativa, mentre le collaborazioni occasionali restano più spesso legate alla singola progettualità. Nelle interviste questo elemento emerge con ancora maggiore chiarezza. Le reti più mature vengono descritte come ecosistemi territoriali fondati sulla reciprocità, sul coordinamento e sulla responsabilità condivisa. In questo sistema assumono un ruolo particolare le cosiddette «figure ponte»: mediatori culturali, educatori e altri attori territoriali capaci di creare fiducia e abbassare le soglie di accesso alle istituzioni. Il paradosso individuato dalla ricerca è però significativo: proprio gli enti che hanno maggiore bisogno delle reti per lavorare con i pubblici più complessi possono essere anche quelli maggiormente esposti alla loro fragilità.
Accanto alla capacità di costruire relazioni esterne, emerge poi una questione interna alle istituzioni: quanto conoscono effettivamente i propri pubblici? La raccolta di dati quantitativi è ormai diffusa, mentre risultano meno consolidate le pratiche di analisi, segmentazione e valutazione degli impatti. Ancora più occasionale è il coinvolgimento dei pubblici nei processi di co-creazione. La ricerca suggerisce quindi di ampliare lo sguardo: sapere quante persone entrano in uno spazio culturale è una cosa; comprendere se tornano, quale relazione costruiscono, quanto si sentono parte di una comunità e che cosa cambia attraverso quell’esperienza è un’altra. Anche il confronto tra Piemonte e Liguria restituisce un quadro fatto più di differenze di approccio che di contrapposizioni nette. Il Piemonte presenta mediamente una capacità di engagement più elevata, mentre lo scarto complessivo tra i due territori rimane contenuto. Cambiano però alcuni elementi: gli enti piemontesi operano più spesso anche in contesti periurbani, interni e montani; quelli liguri sono maggiormente concentrati nelle aree urbane. In Liguria assumono maggiore rilievo partenariati, reti e bisogni espressi da quartieri e comunità; in Piemonte è più frequente partire dall’analisi dei pubblici già raggiunti e da scelte interne all’organizzazione. Il confronto tra territori e pubblici conduce così alla questione più ampia posta dalla ricerca: quanto un’istituzione è capace di imparare dalle esperienze che realizza e di trasformarle in parte della propria struttura? Infatti affinchè una pratica possa consolidarsi servono una visione strategica dei pubblici, competenze e risorse dedicate, strumenti di ascolto, reti territoriali solide e la possibilità di dare continuità alle sperimentazioni. Il principale punto critico individuato dal report riguarda la continuità delle condizioni organizzative che sostengono l’engagement: personale dedicato e continuativo, competenze interdisciplinari e risorse adeguate.
La partecipazione culturale diventa quindi anche una questione di organizzazione. Il passaggio indicato dalla ricerca è da progetto a processo, dall’attenzione diffusa alla scelta strategica, dall’evento alla relazione che può continuare nel tempo. Le istituzioni culturali più consolidate possono arrivare a funzionare come «infrastrutture civiche», luoghi capaci di generare relazione, appartenenza e sviluppo sociale. Ma la sfida individuata per il futuro riguarda le condizioni che permettono alle esperienze efficaci di entrare stabilmente nel funzionamento delle organizzazioni culturali, trasformando il rapporto con i pubblici in una componente strutturale del loro modo di pensare, progettare e lavorare.
Nicoletta Biglietti
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