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Alberto Camogli
Leggi i suoi articoliNel cuore di Milano, al civico 5 di Via Morozzo della Rocca, c’è un palazzo razionalista che dal 1939 custodisce una porzione fondamentale della storia dell’architettura italiana. Per decenni è stato l’atelier di Piero Portaluppi, fucina di quell'eleganza colta e un po' enigmatica che ha disegnato il volto borghese della città. Oggi, dopo due anni di lavori, l’indirizzo riapre i battenti inaugurando una seconda vita che rifiuta la polvere del museo per scommettere sul dinamismo dell'officina contemporanea.
A firmare la metamorfosi è l’architetto Filippo Taidelli, che di Portaluppi è il pronipote. Un passaggio di consegne in linea ereditaria, ma soprattutto una scommessa culturale: trasformare lo storico studio nella nuova casa del proprio studio professionale (Filippo Taidelli Architecture) e, al contempo, dare vita a Studio Portaluppi, un laboratorio di ricerca e cultura materiale curato da Julia Koropoulos. L'obiettivo dichiarato non è celebrare un culto nostalgico del passato, ma riportare l'architettura alla sua dimensione più fisica e artigianale, fatta di materiali, risonanze sensoriali e contatto con lo spazio.
L'intervento di Taidelli si muove sul filo dell'equilibrio, schivando sia l'accanimento conservativo sia la cancellazione della memoria. Gli ambienti originali sono stati riscritti per accogliere le esigenze del lavoro contemporaneo, con lo studio privato del maestro milanese trasformato nella sede operativa del team, mentre l'atrio, le sale riunioni e la corte interna si aprono ora a una dimensione collettiva. I confini con l'esterno si ammorbidiscono, con la vegetazione del cortile che penetra visivamente negli uffici, mentre i dettagli e le finiture storiche vengono reinterpretai con uno spirito lieve e disincantato, del tutto fedele all'ironia che fu dello stesso Portaluppi.
La sorpresa più suggestiva dell'operazione si nasconde però nelle viscere dell'edificio. Scendendo sotto il livello del suolo si incontra l'antico rifugio antiaereo risalente alla Seconda Guerra Mondiale. Riaperto verso la corte e completamente rifunzionalizzato, il bunker sotterraneo si spoglia della sua eredità bellica per convertirsi in uno spazio polifunzionale destinato a mostre, installazioni e performance.
Proprio nel sotterraneo prenderà il via a novembre «C’est l’heure de bien faire», il palinsesto culturale ideato da Koropoulos per riannodare il filo tra spazio, suono e memoria. Il debutto è affidato ad «Ascolto», una serata che vedrà la pianista Elena Lasala eseguire nel bunker alcuni brani del «Quatuor pour la fin du temps» di Olivier Messiaen, capolavoro composto nel 1941 all'interno di un campo di prigionia tedesco. Un'inaugurazione simbolica che misura la cifra del nuovo corso: non un monumento chiuso nel ricordo della propria grandezza, ma uno spazio stratificato, vivo e restituito alla città.
Studio Portaluppi & Filippo Taidelli Architecture
Studio Portaluppi & Filippo Taidelli Architecture
Studio Portaluppi & Filippo Taidelli Architecture
Julia Koropoulos e Filippo Taidelli
Alberto Camogli
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