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Particolare della realizzazione della capigliatura di uno dei personaggi intorno al Cristo come esempio di uso di un pennello a più punte

Copyright © Governatorato SCV - Direzione dei Musei e dei Beni Culturali

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Particolare della realizzazione della capigliatura di uno dei personaggi intorno al Cristo come esempio di uso di un pennello a più punte

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La manutenzione straordinaria del «Giudizio universale» nel nuovo libro dei Musei Vaticani

In un libro le voci dei protagonisti che si sono trovati a tu per tu con la «terribilità» del genio fiorentino sui ponteggi nella Cappella Sistina. Rimosso lo strato di lattato di calcio, la potenza espressiva è tornata a risplendere

Il «Giudizio universale» di Michelangelo è un capolavoro universale. Grande è quindi la responsabilità dei vertici dei Musei Vaticani per assicurare la sua persistenza nel tempo. E forti le emozioni che accompagnano questo compito. È quanto dichiarato, nel volume appena pubblicato dalle Edizioni Musei Vaticani, da tutti gli attori della manutenzione straordinaria svoltasi in Cappella Sistina da inizio febbraio a fine marzo 2026: Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani, Giandomenico Spinola, vicedirettore artistico scientifico, Alberto Albanesi, vicedirettore gestionale-amministrativo, Fabrizio Biferali, curatore del Reparto per l’Arte dei secoli XV-XVI, Francesca Parrilla, assistente del medesimo Reparto. E poi i protagonisti della componente scientifica: Paolo Violini, capo restauratore del Laboratorio di restauro Dipinti e Materiali lignei dei Musei Vaticani, Fabio Morresi, direttore del Gabinetto di Ricerche Scientifiche,Marco Maggi, responsabile dell’Ufficio del Conservatore. 

Un lavoro di squadra, un’impresa corale, che ha visto, grazie al sostegno dei Patrons of the Arts in the Vatican Museum,oltre 30 restauratori operare sui 7 piani del ponteggio eretto a cospetto del colossale affresco, senza precludere ad altri (studiosi e giornalisti) la possibilità di accedervi. Per tutti un tuffo nel mare in tempesta di corpi in movimento sul vuoto, e quindi la vertigine del rapporto diretto con la «terribilità» michelangiolesca, con le possenti nudità, la sterminata sequenza di gesti e posture, e poi quelle maschere di sgomento e dolore nei volti, quegli sguardi fissi e allucinati, sguardi atterriti di chi sta percependo, in senso sia fisico che metafisico, l’infinità che coincide con la Fine dei tempi. E tutto questo a un palmo da chi guarda. D’altronde, il libro, secondo Barbara Jatta, è nato proprio «per condividere le considerazioni e i “mutui colloqui meravigliosi” che tanti di noi hanno avuto con un capolavoro assoluto».

Al centro dell’immane macchina di nudi nello spazio, il Cristo giudice, unica figura imperturbabile, isolata nel suo «distacco divino», come spiega Giandomenico Spinola, sorta da una fusione figurale di tre capolavori esposti negli anni della realizzazione del «Giudizio» sistino, tra il 1536 e il 1541, nel Cortile delle Statue, istituito da Giulio II sulla sommità del Belvedere vaticano: l’«Apollo del Belvedere», per la «quieta grandezza» dei tratti idealizzati, il «Torso», per il portentoso corpo seduto, il «Laocoonte» (che vide proprio Michelangelo sovrintendere al recupero nel 1506 in una vigna sul Colle Oppio), per la torsione del busto, pienamente ellenistica. Il tumultuoso insieme dell’opera rappresenta l’apoteosi della poetica michelangiolesca del nudo, ovvero una filosofia dell’immagine che vede il nudo come mito e totalità, come simbolo assoluto, capace di rappresentare da solo, nelle sue variegate movenze, l’infinità della realtà. Il primo Rinascimento aveva individuato nel corpo umano la misura di tutte le cose, Michelangelo l’ha elevato a punto di incontro di umano e divino.

Ma in Cappella Sistina qualcosa si era rotto, e a raccontarci cosa, è Paolo Violini, capo dei restauratori: «Una patina bianca impalpabile, simile a un velo semitrasparente, aveva ricoperto l’intera superficie dell’affresco sulla parete d’altare della Cappella Sistina. Formatasi durante i 30 anni dall’ultimo restauro del secolo scorso, in maniera diffusa e uniforme,aveva gradualmente abituato il nostro sguardo ai contrasti attenuati e a una certa opacizzazione dei cromatismi originali,tanto da portarci a ritenere che quelle che vedevamo fossero le reali tonalità dell’affresco. Da diversi anni, tuttavia, il “Giudizio universale” non provocava più in me quell’impressione forte, come un pugno nello stomaco, che ricordavo bene quando, più di 30 anni fa, fu riscoperto nella nitida potenza del disegno e nel suo vivido fulgore coloristico dal restauro condotto da Gianluigi Colalucci (…) tra il 1990 e il 1994. In quegli anni anch’io mi trovavo sul ponteggio (…).

Operazioni di pulitura del «Giudizio Universale» con acqua distillata e carta giapponese. Copyright © Governatorato SCV - Direzione dei Musei e dei Beni Culturali

Ad accorgersene è anche Marco Maggi, responsabile dell’Ufficio del Conservatore, organismo preposto, dal 2010, alla manutenzione ordinaria, fondata sul principio, tanto caro all’ex direttore dei Musei Antonio Paolucci, della conservazione preventiva. Interviene il Gabinetto di Ricerche scientifiche. Un’approfondita indagine chimica permette di individuare la natura di questo filtro opalescente: è lattato di calcio. «Questo sale è il risultato della reazione tra un acido organico (l’acido lattico) e il calcio presente normalmente nella malta della muratura», spiega Fabio Morresi, a capo del Gabinetto scientifico. L’acido che ha formed il sale ha quindi un’origine biologica. Conclude Morresi: «L’acido lattico viene eliminato dall’organismo tramite reazioni metaboliche, ma è anche presente nei prodotti della respirazione e,soprattutto, della traspirazione». A sbiancare il ciclopico capolavoro è stato l’uomo che l’ammira rapito, e che continua a farlo anche con l’aumento delle temperature globali. Si interverrà con modifiche dei parametri dell’impianto di climatizzazione, ma il velo frutto di interazione antropica andava rimosso da subito. Un lavoro svolto in meno di due mesi, perché per fortuna, elementare: essendo solubile in acqua, il lattato di calcio è stato rimosso stendendovi sopra e poi asportando carta giapponese imbevuta di acqua deionizzata.

Ma l’osservazione da pochi centimetri ha permesso di addentrarsi in altri segreti di Michelangelo, come quello che spiega la stesura di striature parallele e regolari sull’epidermide, ad accentuarne l’effetto vibratile. Ebbene, il pittore, ma scultore nell’animo, secondo i restauratori non può che averle realizzate con pennelli a più punte, raggiungendo così i risultati che nella lavorazione delle superfici del marmo si ottengono con la gradina. Sono effetti di grande raffinatezza espressiva e senso plastico-atmosferico, irriproducibili anche dal miglior copista. Come Marcello Venusti, che nel 1549 realizzò la celebre copia del «Giudizio» michelangiolesco, ora a Capodimonte (NA). Il tema dell’irriproducibilità è esplorato da Francesca Parrilla nel suo saggio. Per la studiosa «la complessa trama di sottili pennellate incrociate generano una vibrazione luminosa sui corpi, mettendone in evidenza i volumi e producendo un effetto di fremito, impercettibile a distanza, ma straordinariamente intenso nella visione ravvicinata». Un’affermazione che fa riflettere: Michelangelo dipingeva dettagli non visibili dal basso, perché il suo confronto era con l’assoluto, intendendo quindi anche l’opera d’arte come realtà ed esperienza non declinabili.

A segnalare nel libro la presenza nel «Giudizio» sistino di un autoritratto dell’autore è Fabrizio Biferali. Lo definisce «cripto-autoritratto», perché nascosto tra i panneggi di un’allegoria della morte, in un gruppo posto in basso a sinistra della grandiosa scena, nella parte dove è rappresentata la resurrezione dei corpi. Il curatore del Reparto per l’Arte dei secoli XV-XVI collega questa sorta di firma figurata al grave incidente occorso all’allora 65enne artista, il quale cadde rovinosamente dal ponteggio ad inizio 1541, ad affresco quasi terminato. Grazie alla sua fortissima tempra (che ha contribuito alla creazione del mito Michelangelo), l’artista si riprende in poche settimane, e torna sui ponteggi a terminare il capolavoro della sua vita. Scrive Biferali: «L’autoritratto ci rivela come egli dovesse sentirsi non solamente dopo gli oltre 5 anni di fatica trascorsi su un ponteggio in penombra, illuminato da fioche torce e dalla luce che filtrava dalle finestre della cappella, ma anche come dovesse ritenere sé stesso quasi un miracolato dopo la caduta dall’impalcatura.Dovette sentirsi come un morto che ritornava alla vita (…)». D’altronde, in una lettera a Giorgio Vasari del 22 giugno del 1555, l’allora ottantenne artista (ancora in piena attività, morirà 9 anni dopo), scrisse «Non nasce in me pensiero che non vi sia dentro sculpita la morte (…)».

A ringraziare, nel libro, i Musei Vaticani per l’impresa della manutenzione straordinaria dei 180 metri quadrati di superficie, che vede 391 figure incastonate, senza inquadramenti architettonici, nel lapislazzuli del cielo dell’ultimo giorno, è Papa Leone XIV: «Grazie per questo splendido lavoro sull’Ultimo Giudizio. L’arte ci aiuta a scoprire la bellezza della creazione e della vita umana».

Città del Vaticano, Cappella Sistina, Michelangelo, «Giudizio Universale» dopo la manutenzione

Guglielmo Gigliotti, 03 novembre 2026 | © Riproduzione riservata

Guglielmo Gigliotti

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