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Guglielmo Gigliotti
Leggi i suoi articoli«Non è più tempo di archistar»: Lorenza Baroncelli, dal gennaio 2023 direttrice di MaXXI Architettura, conosce la temperatura dell’architettura mondiale, perché la studia da un osservatorio privilegiato, uno dei maggiori musei esistenti sul tema: «Con il Pompidou e il Canadian Centre for Architecture di Montreal, il MaXXI Architettura è senza dubbio tra le realtà museali più importanti», riconosce. «Stiamo vivendo una grande stagione di sfide», dichiara inoltre, e anche in questo settore è una specialista: si è laureata all’Università di Roma Tre con una tesi sulla progettazione urbana in Colombia, nello specifico sulla crescita di Bogotà in una stagione di conflitti armati. Dopo un’esperienza presso lo studio di Stefano Boeri a Milano, è tornata in Colombia, dove ha collaborato con Giancarlo Mazzanti in progetti architettonici ispirati all’idea che si può combattere la violenza con la bellezza. È tornata poi in Europa, collaborando con Hans Ulrich Obrist alla curatela del Padiglione svizzero alla Biennale di Architettura a Venezia nel 2014, per poi operare a stretto contatto con lo stesso curatore, per tre anni, in progetti espositivi della Serpentine Gallery di Londra. Torna poi in Italia, perché a Mantova la vogliono assessore alla rigenerazione urbana. Seguirà la direzione artistica della Triennale e infine la nomina, nel gennaio 2023, da parte dell’allora presidente della Fondazione MaXXI Alessandro Giuli, a direttrice del Dipartimento di Architettura e Design contemporaneo.
Architetto Broncelli, lei è subentrata a Margherita Guccione, che il MaXXI, assieme ad Anna Mattirolo, ha fatto nascere e crescere.
Il lavoro di Margherita è stato fondamentale per il MaXXI e quando sono arrivata ha fatto un magnifico passaggio di testimone, guidandomi nella conoscenza di tutti gli aspetti di questa grande istituzione, tra cui il suo grande lavoro di acquisizione dei fondi archivistici di molti dei maggiori architetti e ingegneri italiani degli ultimi 80 anni. Io sto invece cercando di spostare la riflessione sul XXI secolo.
A proposito, a che punto siamo?
Il problema è proprio, questo, è difficile individuare i punti fermi. Il mondo corre più veloce di qualsiasi pianificazione architettonica e urbanistica. La concezione e la progettazione architettoniche necessitano di tempi lunghi, ma il mondo è in turbinosa mutazione. L’architettura è lenta, la società rapida. La globalizzazione è stata messa in crisi dalla regionalizzazione, gli equilibri geopolitici si stanno riassettando su nuovi presupposti. Tenteremo di dare una lettura della situazione con la mostra «La geopolitica dell’architettura», dal 18 dicembre al 25 aprile, a cura di Pippo Ciorra e Dario Fabbri, giornalista e studioso di geopolitica. L’instabilità globale e il ridisegno geopolitico, tra dazi, tensioni Usa-Europa, nuove competizioni tecnologiche, grandi disuguaglianze e cambiamenti climatici, hanno messo in crisi la cultura dei grattacieli, predominante fino all’altro ieri, e affossato definitivamente il mito dell’archistar.
Cosa succede alle archistar?
È finita l’epoca delle archistar, epoca che ha coinciso con la fine delle riviste, luogo di creazione e veicolo di promozione di queste figure mitiche e mitologiche, mediante la loro spettacolarizzazione. Anche il ruolo delle riviste d’architettura è cambiato. Da centri di elaborazione ad archivio delle informazioni. Non c’è più modo di battezzare nuove stelle, perché tutti oggi si possono autopromuovere sul web.
Quali principi muovono un museo di architettura in questa fase di transizione?
La sostenibilità prima di tutto. Tema enorme è lo spreco dei materiali da allestimento. Per la mostra su Alvar Aalto, tra 2023 e 2024, ho chiesto di progettare un allestimento a base di mattoni laterizi, che al termine della mostra sono tornati in circolo. Anche per la grande installazione temporanea progettata dallo studio HPO nel piazzale del MaXXI, i blocchi di cemento adottati sono stati riciclati da altre strutture. Pure l’installazione dello studio spagnolo Takk, per l’entrata del museo, è fatta con materiale naturale o con elementi che, come in un lego, saranno utilizzati anche successivamente.
Benché lei sia dietro a tutte le mostre allestite da quasi quattro anni a questa parte al MaXXI Architettura, nessuna porta la firma della sua curatela. In genere capita il contrario, i direttori curano tutto. La sua è una scelta di stile?
Più che di stile è una scelta che nasce dal modo in cui intendo il mio ruolo. La curatela di una mostra richiede tempo e studio approfondito, mentre il direttore ha una responsabilità più ampia e trasversale sui progetti: è chiamato a seguire e coordinare l’intero processo, dalla genesi alla realizzazione dei progetti, e a confrontarsi non solo con i curatori, ma con tutte le diverse professionalità coinvolte.
Quale ruolo svolgono gli archivi in un museo d’architettura?
Ne sono le fondamenta. Oggi noi possediamo oltre 120 fondi, curati dal Centro, tra cui quelli di Aldo Rossi, Carlo Scarpa, Pier Luigi Nervi, Studio Bbpr, Carlo Aymonino, Luigi Moretti, Alessandro Anselmi, Sergio Musmeci, Enrico Del Debbio, Paolo Soleri, Maurizio Sacripanti, Studio Passarelli... Abbiamo oltre 70mila elaborati grafici e oltre 70mila materiali fotografici, oltre a riviste, carteggi e modelli, che sono stati restaurati, inventariati, digitalizzati: tutto materiale consultabile nella Sala Studio o sul web. Ora stiamo lavorando all’ordinamento del grande archivio di Paolo Portoghesi.
Come è arrivato al MaXXI?
È stato ceduto nel 2017 dallo stesso Portoghesi, sei anni prima della sua scomparsa, e dalla moglie Giovanna Massobrio, con un primo consistente versamento. Nel luglio 2025 è stato ceduto un secondo nucleo di materiali, fino al completamento della donazione avvenuto in agosto 2026. Tutti i materiali erano conservati nella casa e nello studio dell’architetto a Calcata, presso Viterbo. L’archivio raccoglie disegni, progetti, documenti, fotografie e modelli relativi all’attività professionale di Paolo Portoghesi svolta nel campo dell’architettura e della progettazione dagli anni Sessanta al 2019. Il fondo è stato interamente ordinato a livello di unità archivistiche ed è strutturato in sei serie, ovvero: Attività professionale (634 progetti), Taccuini e schizzi, Attività di ricerca, di studio e culturale, Materiali fotografici, Corrispondenza, Poster e manifesti. La consistenza globale, al termine di tutto l’ordinamento, è di 589 tubi, 27 modelli, 506 faldoni, 115 taccuini, oltre a una scatola di schizzi.
È tutto materiale consultabile sul web?
Per ora solo attraverso il database. La digitalizzazione, con tanto di fotografie ad alta risoluzione, avverrà al termine dei lavori, attualmente in corso, di manutenzione degli elaborati grafici contenuti nei tubi, prevedendo ricognizione conservativa, condizionamento e operazioni di messa in sicurezza. Sui modelli saranno invece effettuati progetti di restauro specifici volti a ripristinare l’integrità dei supporti e la leggibilità dei manufatti nei loro valori storici e artistici. Verranno inoltre predisposte nuove casse idonee alla conservazione a lungo termine dei modelli.
A proposito di Portoghesi, e ricollegandosi a quanto da lei detto sull’architettura lenta e il mondo veloce, l’architetto maestro del Postmoderno ha perorato negli ultimi anni della sua vita una decrescita felice dell’architettura, un rallentamento, invitando a far tesoro della natura, delle leggi che la governano, ma anche della storia sedimentata dei luoghi. Potrebbe essere una soluzione?
Io sono figlia di un ricercatore di fisica del Cern di Ginevra, sono quindi vissuta nella positività delle scienze e del progresso. Stiamo vivendo una stagione di grande trasformazione e di rinnovamento dei processi, la natura va ascoltata con grande attenzione, ma la soluzione non sta nel fermarsi, e non credo che stiamo andando verso una catastrofe. Anzi, sono convinta che le nuove generazioni, che sono molto più consapevoli di quanto non si creda, troveranno i modi di interpretare un mondo che cambia, e che mio figlio, che oggi ha quattro anni, vivrà in un mondo che ha ritrovato i suoi equilibri. Credo molto nell’intelligenza umana come in quella della natura, unendo le quali si troverà la strada giusta.
Una veduta dell’installazione «Con-vivere DivanoCollettivo» dello Studio Takk al MaXXI di Roma fino al 27 ottobre