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Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliLa storia dei grandi furti d’arte moderni comincia quasi inevitabilmente con un uomo che il 21 agosto 1911 esce dal Louvre portando sotto i vestiti quella che di lì a poco sarebbe diventata l’opera più famosa del mondo. Vincenzo Peruggia, italiano, già impiegato nel museo parigino, sottrae la Gioconda di Leonardo da Vinci convinto, almeno secondo la versione che offrirà successivamente, di riportare in Italia un dipinto illegittimamente sottratto dai francesi. Si sbagliava: Leonardo aveva portato con sé il quadro in Francia nel Cinquecento. Ma il furto ebbe un effetto inatteso. Per due anni la Monna Lisa rimase scomparsa, fino al tentativo di Peruggia di venderla a Firenze nel 1913; quando tornò al Louvre era ormai entrata definitivamente nell'immaginario globale. Il ladro, paradossalmente, aveva contribuito alla costruzione del mito.
Da allora il rapporto fra capolavoro, furto e celebrità è diventato una costante della cronaca culturale. Nel 1961 dalla National Gallery di Londra sparì il Ritratto del duca di Wellington di Francisco Goya, acquistato poco prima dallo Stato britannico. L'autore del furto, Kempton Bunton, pensionato ed ex autista di autobus, lo restituì alcuni anni dopo. Il caso sarebbe rimasto nella storia anche per la natura quasi politica del gesto: Bunton sosteneva di voler protestare contro il denaro pubblico speso per acquistare l'opera mentre agli anziani veniva chiesto di pagare il canone televisivo.
Molto più oscuro resta il destino della Natività con i santi Lorenzo e Francesco d'Assisi di Caravaggio, sottratta dall'Oratorio di San Lorenzo di Palermo nell'ottobre del 1969. Il dipinto non è mai stato recuperato. Attorno alla sua scomparsa si sono accumulate per oltre mezzo secolo testimonianze di pentiti, ipotesi mafiose, presunte trattative e racconti contraddittori: secondo alcune versioni sarebbe stato utilizzato come bene di scambio dalla criminalità organizzata, secondo altre sarebbe stato gravemente danneggiato o distrutto. Poche opere incarnano quanto quella tela il concetto di «patrimonio negato».
L'Italia conosce intanto altri colpi destinati a entrare nella storia. Nel 1975 dalla Galleria Nazionale delle Marche, nel Palazzo Ducale di Urbino, vengono sottratte la Flagellazione e la Madonna di Senigallia di Piero della Francesca insieme alla Muta di Raffaello. Il caso produce anche una delle provocazioni più intelligenti sulla sicurezza museale: Umberto Eco suggerisce di mettere i capolavori nei bunker e sostituirli nelle sale con riproduzioni perfette. Le opere di Urbino saranno fortunatamente recuperate l'anno successivo.
Un decennio più tardi, nel 1985, è il Musée Marmottan Monet di Parigi a subire un assalto quasi cinematografico. Uomini armati entrano durante l'orario di apertura, tengono sotto tiro guardie e visitatori e portano via nove dipinti impressionisti, tra i quali Impression, soleil levant, la tela di Claude Monet che diede indirettamente il nome all'Impressionismo. Le opere verranno recuperate cinque anni dopo in Corsica.
Ma il più grande enigma irrisolto della storia recente dei furti museali resta Boston. Nella notte del 18 marzo 1990, due uomini travestiti da poliziotti si presentano all'Isabella Stewart Gardner Museum. Immobilizzano il personale e trascorrono oltre un'ora nelle sale. Quando escono hanno con sé tredici opere, tra cui Il concerto di Vermeer, dipinti di Rembrandt, Degas e Manet. Il valore complessivo è oggi stimato nell'ordine delle centinaia di milioni. Nessuna delle opere è mai riapparsa. Il museo conserva ancora le cornici vuote, trasformandole involontariamente in uno dei monumenti più impressionanti all'assenza nella storia museale.
Gli anni Novanta dimostrano che la spettacolarità del furto non dipende necessariamente dalla sofisticazione tecnica. Nel 1994 una versione dell'Urlo di Edvard Munch viene sottratta dalla National Gallery di Oslo in pochi minuti. I ladri lasciano persino un messaggio sarcastico: «Mille grazie per la scarsa sicurezza». L'opera viene recuperata pochi mesi dopo. Dieci anni più tardi, nel 2004, un'altra versione dell'Urlo, insieme alla Madonna, viene nuovamente rubata, questa volta dal Munch Museum e sotto gli occhi dei visitatori; entrambe saranno ritrovate nel 2006.
Nel frattempo, il Ritratto di signora di Gustav Klimt scompare nel 1997 dalla Galleria Ricci Oddi di Piacenza. Per più di vent'anni sembra essersi volatilizzato. Nel 2019 viene sorprendentemente ritrovato nello stesso museo, nascosto dentro un sacco nero in un'intercapedine esterna dell'edificio: uno dei finali più improbabili dell'intera storia dei furti d'arte.
Nel 1998 la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma perde invece in una sola notte due Van Gogh e un Cézanne. Il colpo dura pochissimo, ma questa volta l'indagine è altrettanto rapida: Il giardiniere, L'Arlésienne e Le Cabanon de Jourdan vengono recuperati meno di due mesi dopo.
Poi arriva il caso Cellini. Nel maggio 2003 qualcuno approfitta dei ponteggi del Kunsthistorisches Museum di Vienna, raggiunge una finestra, entra nell'edificio e sottrae la Saliera di Francesco I, straordinario capolavoro di Benvenuto Cellini in oro, ebano e smalto. L'allarme scatta, ma viene inizialmente interpretato come un falso segnale. Tre anni dopo l'autore del furto, ironicamente un esperto di sistemi di sicurezza, conduce la polizia in un bosco vicino a Vienna dove aveva sepolto l'opera.
È una dinamica che ricorre sorprendentemente spesso nella storia dei furti d'arte: l'allarme esiste, la tecnologia funziona almeno parzialmente, ma la componente umana introduce la falla decisiva. Nel 2010 il Musée d'Art Moderne de Paris offre un'altra dimostrazione. Vjeran Tomic, soprannominato in seguito «Spider-Man» per le sue capacità di arrampicatore, entra da una finestra e scopre che il sistema d'allarme non reagisce. Era arrivato per prendere un'opera. Esce con cinque: Picasso, Matisse, Braque, Modigliani e Léger. I dipinti, nonostante l'arresto dell'autore del furto, non sono mai stati recuperati.
In Italia il caso che più si avvicina alla dimensione del recente furto di Messina è probabilmente Castelvecchio. Nel novembre 2015 tre uomini entrano nel museo veronese poco dopo la chiusura e portano via diciassette dipinti, tra Tintoretto, Rubens, Mantegna, Pisanello e Caroto. Anche in quel caso la precisione dell'azione suggerisce una conoscenza molto dettagliata dell'istituzione. Le opere verranno recuperate alcuni mesi dopo in Ucraina.
La cronaca degli ultimi due anni dimostra quanto il problema sia tutt'altro che consegnato al passato. Nell'ottobre 2025 il Louvre è stato teatro di un clamoroso furto nella Galerie d'Apollon: una banda è riuscita a sottrarre in pochi minuti otto gioielli appartenuti alla famiglia imperiale francese, per un valore stimato intorno agli 88 milioni di euro. E nel marzo 2026 alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo sono stati trafugati un Cézanne, un Renoir e un Matisse, per oltre 9 milioni di euro. In quel caso l'intervento del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ha portato al recupero delle tre opere nell'agosto successivo.
Ora Antonello da Messina. Tre tavole del Polittico di San Gregorio e la Tavoletta bifronte sono state sottratte al MuMe nella notte di Ferragosto. Il caso entra immediatamente in questa genealogia perché presenta molti degli elementi ricorrenti dei grandi furti museali: rapidità estrema, obiettivi selezionati, conoscenza degli spazi, opere praticamente impossibili da collocare sul mercato legale e una domanda inevitabile sulla capacità dei sistemi di sicurezza di contrastare gruppi che preparano l'azione con largo anticipo.
Centoquindici anni separano Vincenzo Peruggia dai ladri entrati al MuMe. Nel 1911 era possibile uscire dal Louvre con la Gioconda nascosta sotto un indumento; oggi musei e capolavori sono sorvegliati da telecamere, sensori, sistemi biometrici e centrali operative. Eppure i furti continuano. È forse questa la costante più interessante della loro storia: la sicurezza evolve e con essa evolvono i ladri. Cambiano invece le ragioni per cui un capolavoro viene sottratto. Esistono furti destinati al mercato criminale, altri legati a richieste di riscatto, altri ancora nei quali l'opera diventa garanzia finanziaria o strumento di scambio tra organizzazioni. La figura romantica del miliardario che commissiona un Vermeer per contemplarlo clandestinamente nel proprio caveau appartiene soprattutto al cinema; nella realtà le dinamiche sono molto più opache e spesso molto meno eleganti.
Rimane un paradosso. Più l'opera è famosa, più diventa apparentemente assurdo rubarla: un Caravaggio, un Antonello o un Vermeer non possono essere venduti pubblicamente senza essere immediatamente riconosciuti. Eppure proprio la loro irripetibilità attribuisce a questi oggetti un valore diverso da quello del normale mercato. Il capolavoro rubato esce dall'economia trasparente dell'arte ed entra in una zona dove il valore può coincidere con il potere di possederlo, nasconderlo, scambiarlo o negoziarne la restituzione.
I colpi in Italia (di Stefano Luppi)
In Italia, vanno almeno ricordati due furti di grande clamore, avvenuti non in musei ma in chiese. La «Natività» di Caravaggio sparì dall’oratorio di San Lorenzo di Palermo nel 1969 e da allora non se ne sa più nulla, mentre nel 1993 la «Madonna dell’Orto» di Giovanni Bellini fu rubata dall’omonima chiesa veneziana. L’11 agosto 2011, dalla chiesa di San Vincenzo di Modena è sparita una grande «Madonna con il Bambino» di Guercino. Tante ruberie anche nei musei italiani: il «Tribunale della Mercanzia» di Simone Martini scomparve, ad esempio, da Siena nel 1944. Nel luglio 1974 dal museo del Broletto di Novara sparì l’«Ecce Homo» di Antonello da Messina, mentre nel ’75 dalla Galleria d’arte moderna di Milano vennero rubati quadri di Van Gogh, Gauguin e Renoir (ritrovati). Clamore nel 1975 per il furto al palazzo Ducale di Urbino: i ladri portarono via la «Madonna di Senigallia» e la «Flagellazione di Cristo» di Piero della Francesca, per fortuna recuperate in Svizzera l’anno seguente. Tra gli altri dipinti rubati ricordiamo un Cézanne scomparso a Roma dalla Gnam nel 1992. Nello stesso anno, il 23 gennaio, un commando della Mafia del Brenta, guidata da Felice Maniero, rapinò a mano armata dalla Galleria Estense di Modena un bottino composto dal celebre ritratto di «Francesco I» di Velázquez, il «Trittico» di El Greco e quadri di Correggio e Guardi: nel 1995 venne ritrovato il Velázquez, e successivamente le altre opere, grazie al pentimento della mente del furto. Nel 1997 il «Ritratto di signora» di Klimt venne sottratto nella Galleria Ricci Oddi di Piacenza e da allora se ne sono perse le tracce, mentre a Roma, il 19 maggio 1998, due Van Gogh, «Il giardiniere» e «L’Arlesiana», e un Cézanne, il «Cabanon de Jourdan», vennero trafugati dalla Gnam (ritrovati il 6 luglio successivo). Nel 2004 dalla Palazzina di Caccia di Stupinigi (To) sparirono preziosi mobili di Piffetti e Bonzanigo, ritrovati meno di un anno e mezzo dopo nei campi del Torinese.
Lavinia Trivulzio
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