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Giuseppe M. Della Fina
Leggi i suoi articoliAndrea Monda ha raccontato sul quotidiano «L’Osservatore Romano» (nel numero del 21 aprile 2026), un episodio singolare: un giorno andò a trovare per lavoro papa Francesco e il pontefice, al termine del colloquio, gli consegnò un testo scritto a macchina dedicato al poeta Virgilio e all’Eneide. Pensò inizialmente che volesse pubblicarlo, ma il pontefice si schernì: «è solo uno scherzo giovanile, che ho scritto tanto tempo fa».
Gli fece capire che intendeva soltanto donarlo, un gesto che lo commosse e: «ancora lo fa ogni volta che ci penso». Ora, a un anno dalla scomparsa del pontefice e nel giorno tradizionale della nascita di Roma, la città «fondata» da Enea, ha deciso di pubblicarlo sul giornale che dirige, e di condividerlo.
Antonio Spadaro, nello stesso numero del quotidiano della Santa Sede, ha segnalato che l’interesse di papa Francesco per Virgilio era profondo e le riflessioni sulla sua opera lo hanno accompagnato a lungo e in occasioni diverse. Ricorda inoltre che nelle sue conversazioni richiamava con frequenza alcuni versi dell’Eneide. Un’opera che preferiva all’Iliade e all’Odissea. Su un verso tornava spesso, quello che chiude il secondo libro: «Cessi et sublato montis genitore petivi», ovvero «mi mossi, e avendo caricato il padre sulle spalle mi diressi verso i monti».
Su questo verso si sofferma anche nel saggio giovanile, appena reso noto. Enea, nella lettura di Jorge Mario Bergoglio, che quando scrive non era ancora pontefice, è stanco, incerto sul da farsi, privo di speranza, stanco di vivere: ha visto la sua città cadere e andare in fiamme, morire i difensori di Troia intorno a lui, ha perduto l’amata sposa Creusa. Vede sorgere la stella del mattino dietro il monte Ida, osserva gli uomini e le donne che sono intorno a lui in un numero maggiore rispetto a quello che avrebbe creduto, ma non si decide, non abbandona l’idea della morte.
In quel momento, Bergoglio, forse giovane sacerdote, osserva però che Enea fa appello al suo eroismo. Un eroismo particolare: «Capisce che gli eroi sono quelli che non temono di apparire codardi e cedere al volere degli dèi», che hanno, in altri termini, la fede e si affidano ad essa.
Enea comprende che lui è l’uomo attraverso il quale, nel progetto divino, Troia potrà rinascere seppure lontano nello spazio e nel tempo e, allora, si rialza, riprende il cammino scegliendo di portare con sé il passato e il futuro: il padre Anchise e il figlio Ascanio.
Bergoglio aggiunge: «Accettando la sua vocazione Enea si carica sulle spalle non solo il proprio destino, ma anche quello di Roma, quello del mondo». E osserva ancora: «non appartiene più a sé stesso».
Un’accettazione del volere divino che Enea ribadisce, sempre nell’interpretazione di Bergoglio, quando deve allontanarsi da Didone provando un dolore notevole: a lei deve spiegare il mistero di una vocazione, così la definisce, che lui stesso non comprende: «l’Italia non spontaneamente io cerco» (libro IV, verso 361).
Nel testo si sofferma anche sulle differenze tra l’Iliade, l’Odissea e l’Eneide. La prima, osserva Bergoglio, canta la distruzione di una città; la seconda il viaggio verso la casa paterna, la gioia, la pace; l’ultima la costruzione di un’altra città. L’Eneide, nella sua lettura, è: «l’inizio di un’era». Un’era prima pagana, poi cristiana.
Inoltre nell’Iliade e nell’Odissea vede quali protagonisti uomini più divini che umani, mentre nell’Eneide legge il protagonista come un eroe umano. All’opera di Virgilio andava il suo gradimento, come nel giudizio di un altro grande argentino: lo scrittore e poeta Jorge Luis Borges.
Può essere interessante richiamare che verso l’Iliade andava invece la preferenza di Simone Weil, che riflette sul poema nel saggio L’Iliade ou le poème de la force (L’Iliade o il poema della forza), la cui stesura risale probabilmente al periodo d’insegnamento a Saint-Quentin tra l’ottobre del 1937 e la metà di gennaio del 1938. Avanza una considerazione, che Bergoglio probabilmente avrebbe potuto condividere: «Il vero eroe, il vero soggetto, il centro dell’Iliade è la forza. La forza adoperata dagli uomini, la forza che sottomette gli uomini, la forza davanti alla quale la carne degli uomini si ritrae».
Il sacerdote Bergoglio, il futuro papa Francesco, guardava da un’altra parte.
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