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Populonia, il gruppo dei partecipanti del I Convegno Nazionale Etrusco

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Populonia, il gruppo dei partecipanti del I Convegno Nazionale Etrusco

Cent’anni fa nasceva l’Etruscologia come la conosciamo oggi

Il 27 aprile 1926, a Palazzo Vecchio a Firenze, si aprivano i lavori del primo Convegno Nazionale Etrusco con l’avvio di una rivista, di un ente di ricerca e di un comitato permanente dedicati a far luce sulla civiltà etrusca

Giuseppe M. Della Fina

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Il 27 aprile 1926, alle ore 16, nel Salone dei Duecento in Palazzo Vecchio, a Firenze, si apriva il I Convegno Nazionale Etrusco. Non un congresso qualsiasi, ma l’occasione legata alla nascita dell’Etruscologia per come noi la intendiamo oggi: una disciplina con un taglio storico, attenta all’elaborazione artistica e alla produzione artigianale, aperta al contributo di altre scienze. Da quelle giornate di studio scaturì inoltre l’idea di pubblicare una rivista, «Studi Etruschi», che desse conto puntualmente dell’avanzamento degli studi e della promozione della stampa di monografie sulle principali città-stato e su aspetti diversi della civiltà etrusca. Come pure dell’organizzazione di un convegno internazionale, che si aprì esattamente due anni dopo. In considerazione di tale fervore d’iniziative, venne istituito, a breve distanza di tempo, l’ente di ricerca che è denominato oggi Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici.

Torniamo al pomeriggio del 27 aprile 1926, i lavori furono aperti da vari interventi, tra cui quello di Antonio Minto, lo studioso che aveva voluto quell’iniziativa più di ogni altro, nella piena consapevolezza che avrebbe potuto dare un impulso importante alla ricostruzione della storia antica della penisola italiana segnando «un risveglio tutto nuovo nel campo degli studi e delle ricerche per la conoscenza di quelle più antiche civiltà dell’Italia nostra». Minto, nei mesi precedenti, si era battuto per la costituzione del Comitato Permanente per l’Etruria: lo ricorda Ranuccio Bianchi Bandinelli in pagine dense e commosse dal titolo Un tempo lontano, pubblicate inizialmente proprio in «Studi Etruschi» (24, 1956, pp. XI-XIV).

I lavori del congresso durarono sino a mercoledì 4 maggio e videro l’intervento dei maggiori archeologi del tempo e di alcune giovani promesse della disciplina come era, al tempo, Bianchi Bandinelli, nato nel 1900. A lui, è una curiosità, si deve anche il disegno della copertina degli Atti e delle pubblicazioni collaterali. Le relazioni portanti furono quelle di Luigi Pareti, dedicata al tema delle origini etrusche, di Bartolomeo Nogara, incentrata sulle problematiche della lingua etrusca, e di Pericle Ducati che offrì un inquadramento dell’arte e della civiltà etrusche alla luce delle conoscenze del suo tempo. Si potrebbe pensare a un incontro scientifico riservato agli addetti ai lavori, ma non fu così ed è sorprendente. I congressisti, insieme ad alcuni giornalisti delle maggiori testate italiane, inglesi e tedesche del tempo, nella mattina del 2 maggio, alle ore 5, a bordo di «sei rapide autovetture», partirono per un’«escursione» nell’Etruria settentrionale. Dovunque furono accolti con entusiasmo, a Vetulonia, ad esempio: «Il suono della banda civica e lo scampanio gioioso del campanile della chiesa accompagnarono la comitiva nel giro del paese, tutto pavesato a festa». Non fu un caso isolato, manifestazioni simili si ebbero anche negli altri centri raggiunti. Verrebbe da scrivere che uomini e donne, che si sentivano eredi orgogliosi del passato etrusco, accoglievano chi andava alla scoperta delle loro radici.

I partecipanti del I Convegno Nazionale Etrusco davanti all’ingresso del Museo archeologico di Fiesole

Giuseppe M. Della Fina, 27 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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