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Pasquale Ruocco
Leggi i suoi articoliCivita di Bagnoregio è uno di quei luoghi in cui la geologia e la storia sembrano procedere insieme. Arroccata su uno sperone di tufo e argilla nella Valle dei Calanchi, tra il lago di Bolsena e la valle del Tevere, la frazione viterbese conserva una struttura urbana di origine antica e un profilo medievale che la lunga erosione del terreno ha progressivamente isolato dal paesaggio circostante. La sua immagine è ormai globale, ma la sua materia continua a essere fragile. È qui che si concentra il paradosso di Civita. La stessa conformazione che ne determina la forza visiva è anche ciò che da secoli ne minaccia la sopravvivenza.
Fondata in età etrusca lungo una delle direttrici che collegavano il Tevere al lago di Bolsena, Civita ha attraversato secoli di trasformazioni, terremoti, frane e arretramenti della rupe. L’insediamento che oggi vediamo è il risultato di una progressiva sottrazione. Porte, edifici, porzioni dell’abitato e antichi percorsi sono stati inghiottiti dal dissesto, mentre il borgo continuava a riorganizzarsi sulla parte superstite dello sperone. La sua storia architettonica è quindi anche una storia di perdita. La porta di Santa Maria, la chiesa di San Donato, Palazzo Alemanni, il Palazzo Vescovile, le case medievali e rinascimentali, le tracce etrusche scavate nella roccia e il cosiddetto Bucaione appartengono a un organismo urbano che per secoli ha dovuto convivere con la propria instabilità.
La formula coniata da Bonaventura Tecchi, «la città che muore», ha finito per diventare inseparabile dal luogo. Era una definizione efficace perché coglieva un dato reale: Civita sorge su un sistema geologico in continua trasformazione. Gli strati tufacei superiori poggiano su una base argillosa più vulnerabile all’erosione, mentre precipitazioni, corsi d’acqua, movimenti franosi e fenomeni sismici agiscono da secoli sulla rupe. Eppure oggi quella formula appare quasi insufficiente. Civita continua a perdere materia, ma ha guadagnato una presenza mediatica e turistica enormemente superiore alle sue dimensioni. La città che muore, da questo punto di vista, è diventata una delle immagini più vive e riprodotte del patrimonio italiano. Il passaggio decisivo avviene nel Novecento, quando l’isolamento fisico del borgo viene progressivamente compensato da nuove infrastrutture e da una crescente attenzione alla sua tutela. Il ponte pedonale in cemento armato costruito nel 1965 ha ridefinito l’accessibilità del sito e, nel lungo periodo, anche il suo destino economico. Quel collegamento, oggi parte integrante della sua iconografia, ha trasformato l’ingresso a Civita in un gesto quasi rituale: attraversare il ponte significa lasciare alle spalle la città contemporanea e raggiungere un insediamento sospeso, separato dal resto del territorio. La soglia fisica ha finito per produrre una soglia simbolica.
È su questa relazione tra fragilità e accessibilità che si è costruita una parte importante del successo turistico di Civita. Il borgo è diventato una meta internazionale, set cinematografico, sfondo pubblicitario, immagine da social network. La sua conformazione è particolarmente adatta alla riproduzione fotografica: il ponte, la rupe, il tessuto compatto dell’abitato e il paesaggio dei calanchi compongono una scena immediatamente riconoscibile. È un luogo che sembra già inquadrato. In questa trasformazione, la città reale e la sua rappresentazione hanno iniziato a divergere. A una comunità residente ridottissima corrisponde una massa di visitatori che ogni anno raggiunge il borgo in numeri completamente sproporzionati rispetto alla sua scala urbana. Qui entra in gioco il tema dell’overtourism, che nel caso di Civita assume una forma particolare. Per decenni il problema principale era stato lo spopolamento. Oggi il rischio è che la sopravvivenza economica del borgo dipenda in misura crescente dalla sua funzione turistica, con una progressiva trasformazione delle abitazioni e degli spazi storici in strutture ricettive, attività commerciali e servizi. Il recupero degli edifici e l’afflusso di risorse possono produrre effetti positivi sulla conservazione, ma pongono una questione più complessa: fino a che punto un centro storico può essere preservato se perde progressivamente la propria funzione urbana e quotidiana?
La decisione di introdurre dal 2013 un biglietto di accesso ha reso Civita un caso quasi unico nel panorama italiano. Il provvedimento ha fornito nuove risorse per la gestione e la tutela del sito, ma ha anche portato in primo piano un interrogativo che riguarda sempre più luoghi del patrimonio: un borgo può essere amministrato come un museo? Il ponte crea un perimetro naturale, gli accessi sono controllabili, la fragilità del luogo impone forme di regolazione. Ma Civita resta un insediamento urbano, per quanto ridotto. La sua trasformazione in destinazione culturale pone quindi il problema di trovare un equilibrio tra conservazione, vivibilità e consumo turistico. Sul fronte della tutela, Civita è ormai diventata un vero laboratorio scientifico. La storia del sito è segnata da secoli di interventi contro l’erosione, dalle canalizzazioni antiche alle opere di consolidamento moderne. La stessa candidatura del Paesaggio culturale di Civita di Bagnoregio alla lista del Patrimonio mondiale Unesco insiste sulla natura evolutiva del luogo e sulla lunga relazione tra attività umana e trasformazione geologica. Il valore non risiede soltanto nella permanenza degli edifici, ma nella capacità di leggere la città come un sistema continuamente modificato dall’interazione tra natura, infrastrutture e interventi di tutela.
Negli ultimi anni questa dimensione si è rafforzata attraverso rilievi, fotogrammetria, monitoraggi e modelli tridimensionali della rupe. Il lavoro del geologo Claudio Margottini, al quale il Comune ha conferito la cittadinanza onoraria, si inserisce proprio in questa prospettiva: studiare Civita significa comprenderne il comportamento geologico e intervenire prima che i processi di degrado diventino irreversibili. Il punto è rilevante perché sposta il discorso sulla conservazione dal restauro dell’oggetto architettonico alla gestione di un intero paesaggio instabile. Civita costringe quindi a ripensare anche il concetto stesso di patrimonio. La tutela viene generalmente associata alla permanenza, alla conservazione della forma, alla possibilità di mantenere nel tempo un bene quanto più possibile vicino alla propria condizione storica. Qui, invece, il cambiamento è strutturale. La rupe arretra, i calanchi si trasformano, l’assetto morfologico continua a modificarsi. Conservare Civita significa intervenire dentro un processo che non può essere completamente arrestato, ma solo controllato, rallentato e reso compatibile con la sopravvivenza dell’insediamento. La «città che muore» oggi rischia meno di scomparire dalla memoria che di essere trasformata definitivamente in una scenografia. È questo il suo paradosso più attuale. La sfida non consiste più soltanto nel consolidare la rupe, preservare gli edifici o controllare le frane. Consiste nel capire quale Civita si vuole salvare: il borgo storico, il paesaggio dei calanchi, la comunità residua, la sua funzione abitativa, la sua capacità di produrre ancora vita reale oltre l’immagine che milioni di visitatori vengono a cercare.
Pasquale Ruocco
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