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La «Bellezza di Palmira», ritratto funerario in pietra calcarea, 200-250 d.C.

© Foto Anders Sune Berg-Ny Carlsberg Glyptotek

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La «Bellezza di Palmira», ritratto funerario in pietra calcarea, 200-250 d.C.

© Foto Anders Sune Berg-Ny Carlsberg Glyptotek

La Ny Carlsberg Glyptotek si arricchisce di una nuova sezione dedicata a Palmira

Dal 5 febbraio la Gliptoteca danese presenta l’ala incentrata sulla metropoli del deserto, dal 1980 Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco e dal 2013 considerata sito in pericolo, con 100 rilievi funerari scolpiti su pietra calcarea e originariamente dipinti

Elena Franzoia

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Dal 5 febbraio una nuova sezione interamente dedicata all’antica metropoli siriana di Palmira, dal 1980 Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco e dal 2013 considerata sito in pericolo a causa delle distruzioni compiute dall’Isis, arricchisce il percorso espositivo della Ny Carlsberg Glyptotek. Il museo danese vanta infatti la più importante collezione di ritratti funerari palmireni al di fuori della Siria, costituita alla fine dell’Ottocento grazie agli acquisti sul mercato antiquariale siriano e libanese, aree all’epoca appartenenti all’Impero Ottomano, e ampliata tra le due guerre mondiali grazie agli scavi condotti dagli archeologi danesi. I reperti sono 100, provenienti dalle monumentali tombe di famiglia dell’antica città, scolpiti su pietra calcarea e originariamente dipinti, in cui i defunti (uomini, donne e bambini) esibiscono grazie a gioielli, abiti lussuosi ed eleganti acconciature non solo il proprio status sociale (cui alludono anche simboli come chiavi, strumenti di scrittura o rami di palma), ma anche la straordinaria ricchezza di cui la città godette durante i primi tre secoli dopo Cristo. Grazie infatti alla nevralgica posizione geografica, in un’oasi del deserto siriano sulla Via della Seta, la città diventò una vera e propria metropoli commerciale, multietnica e cosmopolita, in cui si incrociavano identità locale e flussi globali. Il nuovo allestimento trae origine dalla mostra «The Road to Palmyra» organizzata dalla Gliptoteca nel 2019, basata sulle ricerche «Palmyra Portrait Project » e «Locally Crafted Empires» condotte dalla professoressa Rubina Raja dell’Università di Aarhus, che ha collaborato anche al progetto espositivo permanente. La mostra evidenzia anche il significato del ritratto nel mondo romano, di cui la città segnava il confine orientale. Parliamo della nuova sezione «Palmira. Metropoli del deserto» con la curatrice Anna Wirenfeldt Minor, archeologa della Gliptoteca. 

Quali sono le caratteristiche della nuova sezione?
Presentiamo per la prima volta in un allestimento permanente l’intera collezione di Palmira della Gliptoteca, consentendo di collocare i ritratti nella vita sociale, urbana e culturale dell’antica città. Oltre ai rilievi funerari, esponiamo oggetti di dimensioni più ridotte come segnaposto da banchetto in terracotta e decorazioni in stucco provenienti da contesti domestici. 

Uomo con cammello, Palmira, Siria, ca 150 d.C. © Getty Tahnee Cracchiola

Quali i reperti più significativi?
Spicca tra tutti la «Bellezza di Palmira», un ritratto funerario che cattura la potenza visiva della ritrattistica palmirena al suo apice. I tratti finemente scolpiti, i gioielli elaborati e le tracce della policromia originale offrono una vivida immagine di come questi ritratti fungessero da sorprendenti presenze all’interno delle tombe. L’uso di occhi intarsiati e superfici accuratamente trattate e dettagliate accresce l’impressione di verosimiglianza, restituendo agli osservatori moderni il ruolo di queste opere non solo come oggetti archeologici, ma anche come immagini destinate a essere viste e ricordate.

Può descriverci l’allestimento?
L’allestimento è volutamente sobrio e incentrato sulla collezione, concepito per favorire una visione ravvicinata dei reperti e insieme offrire vari livelli di lettura attraverso l’organizzazione spaziale e la selezione di alcuni elementi interpretativi. L’allestimento privilegia visibilità e scala dei reperti, consentendo di esporre gran parte della collezione, mentre su alcune opere chiave viene posta particolare enfasi. Il contrasto tra elementi espositivi scuri e l’ambiente architettonico completamente bianco offre uno sfondo visivo pacato, che consente ai ritratti di risaltare in modo netto. L’obiettivo è bilanciare chiarezza accademica e fruizione museale, consentendo ai ritratti di funzionare sia come opere d’arte sia come documenti storici.

Oltre a Copenaghen, dove si trovano i principali reperti palmireni?
Dal Seicento in poi, Palmira attirò un crescente interesse internazionale e oggetti provenienti dalla città entrarono nelle collezioni di tutta Europa attraverso viaggi, acquisizioni collezionistiche e successive ricerche archeologiche. Oggi importanti collezioni palmirene al di fuori della Siria sono conservate ad esempio al Louvre di Parigi, nei Musei Archeologici di Istanbul e all’Ermitage di San Pietroburgo. 

E quelli conservati in Siria?
La maggior parte dei monumenti e dei resti archeologici di Palmira si trova tuttora in Siria, sebbene molti siano stati danneggiati o distrutti durante il recente conflitto. Oggi i professionisti del patrimonio siriano, in collaborazione con partner internazionali, stanno lavorando per documentare, tutelare e stabilizzare ciò che resta. La ricerca su Palmira continua quindi sia attraverso il materiale conservato in Siria sia attraverso le collezioni conservate all’estero.

La collezione Palmira di Carl Jacobsen, la vecchia Glyptothek a Valby, ca 1885. © Glyptoteket

Elena Franzoia, 02 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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