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Giovanni Curatola
Leggi i suoi articoliTorniamo a Firenze e, dunque, al Bargello non con un’opera islamica, ma con una di quelle sculture per le quali il museo è celebre nel mondo. Il «David» in bronzo di Andrea del Verrocchio (1473-75); bellissimo giovinetto seminudo, la cui principale veste è un corto gonnellino ornato da una banda, replicata sulle spalle, con un’inequivocabile pseudoiscrizione (le lettere, arabe, non vogliono dire niente, ma non sono messe a casaccio; imitano una scritta musulmana).
Sorprendente? Mica tanto. Lo fanno anche Donatello (più volte!), Michelozzo, Ghiberti... La scrittura è il «top», l’essenza della decorazione islamica, ripresa anche in luoghi impensati (Basilica della Santissima Annunziata: cercate una vetrata con al centro lo stemma mediceo e intorno un’altra falsa scritta araba), certo per ragioni decorative. Ma ci possiamo accontentare di questa debole spiegazione in un’epoca nella quale molto, se non tutto, era simbolico? L’Islam in realtà ci accompagna da secoli, spesso discreto e dissimulato, altre volte con manifestazioni più estreme. Ma non è difficile conviverci, in pace, nel segno del linguaggio universale dell’arte.
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