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Arianna Scinardo
Leggi i suoi articoliIn un’epoca frammentata da nazionalismi, guerre culturali e spinte individualiste, esistono realtà che celano una vibrante energia fatta di riti e tradizioni, la cui sopravvivenza rappresenta un autentico atto di resistenza culturale contro la minaccia dell’oblio. In questo solco si inserisce la testimonianza di Sophie Green sulla Gran Bretagna, una nazione intessuta di contraddizioni ed eccentricità che rivendicano il proprio spazio nel presente.
Dal 4 giugno al 6 settembre, la Martin Parr Foundation di Bristol ospiterà la personale «Tangerine Dreams: rituals of belonging in contemporary British life». Il progetto, che ha già conosciuto il successo editoriale con un fotolibro pubblicato lo scorso anno, è il frutto di un’immersione profonda iniziata dalla fotografa documentarista Sophie Green (1991) oltre dieci anni fa. Il suo sguardo cerca di salvare dall’oblio comunità minacciate dalla gentrificazione, dai pregiudizi e dal passare del tempo. «In un’epoca in cui l’amore e l’appartenenza possono sembrare sfuggenti, spiega l’artista, le comunità che fotografo offrono potenti esempi di unione, forgiando connessioni che trascendono l’individuo per creare un significato collettivo».
Le sue fotografie rifuggono ogni stereotipo da cartolina. Nei suoi scatti pulsa l’adrenalina dei piloti di banger racing impegnati a distruggere auto preparate con meticolosa cura; si avverte il caos vitale delle fiere equine dei travellers e il calore delle congregazioni africane Aladura, tra inni e profumi della cucina nigeriana. Il racconto si snoda poi tra festival di auto modificate, club di danza irlandese e improbabili raduni di cowboy britannici. Ciò che unisce mondi così distanti è proprio l’atto di trovarsi e riconoscersi in una comunità.
Esteticamente, Green opera una vera e propria rottura con la tradizione documentaria dalle tinte sobrie. La sua cifra stilistica si distingue per un uso audace e ipersaturo del colore, una palette che trasmette energia e ottimismo senza mai sottrarre serietà all’indagine sociale. L’artista costruisce le sue narrazioni bilanciando ritratti intimi e nature morte quasi stilizzate, in cui ogni dettaglio grafico contribuisce a svelare la profondità del soggetto.
I suoi progetti, organici e stratificati, si sviluppano nell’arco di anni, evolvendo insieme alle comunità che raccontano. Questa dedizione emerge anche in una sezione speciale della mostra, più raccolta e profondamente toccante, che fa da controcanto alla vitalità di «Tangerine Dreams».
In una vetrina dedicata sarà presentata un’anteprima del suo prossimo lavoro sui rituali funebri nel Paese. Qui il funerale è osservato come estremo prolungamento del senso di comunità, un momento di solidarietà collettiva e rispetto condiviso. Il progetto nasce da una conversazione avvenuta nel 2024 con il celebre fotografo britannico Martin Parr, che le fece notare la quasi totale assenza della fotografia funebre nella cultura visiva contemporanea, spronandola con un semplice invito: «Scatta di più». In un cerchio narrativo tanto poetico quanto doloroso, dopo la scomparsa di Parr nel 2025, Green è stata invitata a documentare proprio il funerale del maestro. Quegli scatti intimi entrano oggi in mostra all’interno della Fondazione che porta il suo nome e ne custodisce l’eredità.
Accompagnata dalla seconda edizione dell’omonimo fotolibro autoprodotto, «Tangerine Dreams» è molto più di una mostra fotografica. È un manifesto visivo che ricorda come, ai margini delle narrazioni dominanti, persista una Gran Bretagna complessa, ostinata e profondamente umana.
Sophie Green, «Emily, New Brighton Beach, Liverpool, UK», dalla serie «Beachology», 2020. © Sophie Green
Sophie Green, «Horsey Hat, Ascot Racecourse, Ascot, UK», dalla serie «Pedigree Power», 2016. © Sophie Green. Courtesy Martin Parr Foundation