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Iván Argote, «Piazza del Chafleo», allestimento.

Credits Andrea Guermani.

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Iván Argote, «Piazza del Chafleo», allestimento.

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Iván Argote trasforma una rotonda in una piazza da reinventare

Con «Piazza del Chafleo», terzo capitolo del progetto Radis a Bene Vagienna, l’artista colombiano ripensa lo spazio pubblico attraverso sculture, gioco e immaginazione, affidando alla comunità la possibilità di attribuire nuovi significati a un luogo condiviso

Chiara Turconi

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Il primo capitolo del Diario della prima edizione di Radis si apriva con le parole di Werner Herzog, citate da Giulia Cenci per spiegarmi cos’era per lei un monumento: «Dopo che gli hai sparato, un elefante si regge sulle zampe per altri dieci giorni prima di crollare». Il monumento come un animale in fin di vita, grande ma vulnerabile, mi era sembrato, e mi sembra ancora, il punto di partenza migliore per ripensare l’opera d’arte permanente nello spazio pubblico. Per il secondo capitolo di Radis, ambientato nelle Langhe, ho cercato un artista che, come nella prima edizione, non imprimesse un marchio indelebile su un ambiente già così profondamente segnato dalla presenza dell’essere umano. Cercavo un artista che restituisse profondità e leggerezza, memoria e vulnerabilità insieme, e l’ho trovato in Petrit Halilaj.

Così scrivevo lo scorso anno, alla vigilia dell’inaugurazione dell’opera del secondo capitolo di Radis. A questo servono i diari, credo, per verificare se, nel tempo, le proprie idee rimangono sempre coerenti o cambiano forma e intenzione, a volte contraddicendosi.

Per la terza edizione, sulle tracce di Nuto Revelli e della mappa da lui delineata in «Il mondo dei vinti» per raccontare la provincia di Cuneo nel secondo dopoguerra – montagna, Langa, collina e pianura – ho indirizzato lo sguardo sulla pianura e la sua campagna coltivata, in cui sorge, dai tempi dell’antica Roma, la cittadina di Bene Vagienna, all’epoca chiamata Augusta Bagiennorum.

Nella prima edizione, con Giulia Cenci, avevo lavorato in montagna e con la tradizione e il folklore locali, innestando nel contesto boschivo del Chiot Rosa le masche, sculture in alluminio che si mimetizzano tra le betulle. L’anno successivo, con Petrit Halilaj, mi ero confrontata col paesaggio della Langa, con un intervento leggero e trasparente come un disegno tracciato nell’aria. «Abetare (un giorno a scuola)» è una scuola immaginaria popolata da creature inventate dalla fantasia dei bambini che le avevano incise sui propri banchi. Per quest’anno cercavo un’area radicalmente diversa: non più un paesaggio naturale, ma una città; non più un intervento figurativo con un’opera d’arte in senso stretto, ma una riconfigurazione del tessuto urbano cNella prima edizione, con Giulia Cenci, avevo lavorato in montagna e con la tradizione e il folklore locali, innestando nel contesto boschivo del Chiot Rosa le masche, sculture in alluminio che si mimetizzano tra le betulle. L’anno successivo, con Petrit Halilaj, mi ero confrontata col paesaggio della Langa, con un intervento leggero e trasparente come un disegno tracciato nell’aria. «Abetare (un giorno a scuola)» è una scuola immaginaria popolata da creature inventate dalla fantasia dei bambini che le avevano incise sui propri banchi. Per quest’anno cercavo un’area radicalmente diversa: non più un paesaggio naturale, ma una città; non più un intervento figurativo con un’opera d’arte in senso stretto, ma una riconfigurazione del tessuto urbano che desse vita a un nuovo spazio pubblico. L’artista che ho invitato nel 2026, Iván Argote, ha trovato nella rotonda di Bene Vagienna, posta sul perimetro dell’antica cinta muraria, lo spazio ideale per realizzare per la prima volta un progetto che porta avanti da dieci anni: la «Piazza del Chafleo».

Nel 2018, attraverso un video, l’artista aveva immaginato i molti significati del verbo «chafleare», da lui inventato. «Chafleareù» è un neologismo la cui definizione rimane volutamente aperta: invece di installare un monumento per celebrare una figura o un evento del passato, Iván Argote trasforma «la rotonda» in una piazza intitolata a una parola nuova, destinata ad acquisire senso lentamente, a seconda di come le persone useranno questo luogo. Se ci si verrà a baciare, «chafleare» significherà baciarsi; se ci si verrà a manifestare, significherà manifestare. L’opera ribalta la logica del monumento tradizionale, che decide una volta per tutte chi e cosa ricordare, e la restituisce a chi abita e la attraversa, trasformando la piazza in una domanda aperta su come, simbolicamente e fisicamente, scegliamo di stare insieme.
 

Iván Argote, «Piazza del Chafleo», allestimento. Credits Andrea Guermani.

La «Piazza del Chafleo» è composta da tre elementi scultorei in cemento rosa: una scala monumentale che permette di contemplare il paesaggio da una nuova prospettiva; una struttura curva che ricorda i resti del vicino anfiteatro romano, concepita come un dispositivo di incontro; una fontana in cui l’acqua è presente solo se si riesce a immaginarla. Tre placche rotonde, sistemate sull’erba come i tradizionali tombini, stimolano l’immaginazione suggerendo le istruzioni per un gioco a distanza. Tre piccole iscrizioni sulle panchine – «Ti ricordi la prima volta che abbiamo chafleato qui?» – invitano ciascuno a interpretare, a modo suo, il significato del verbo «chafleare».

Iván Argote, «Piazza del Chafleo», allestimento. Credits Andrea Guermani.

Iván Argote, «Piazza del Chafleo», allestimento. Credits Andrea Guermani.

In «Piazza del Chafleo» è possibile nascondersi tra gli alberi, condividere momenti di gioco e di riflessione e contemplare il paesaggio circostante, e, come in tutte le piazze, ci sono i piccioni. A loro è dedicata la scultura dorata di un piccione fuori scala, che riposa con un atteggiamento rilassato tra gli alberi della piazza. Il piccione è un soggetto caro a Iván Argote, che lo ha eletto a simbolo di riscatto per ogni soggettività ai margini. In questo caso, è il primo abitante della piazza e suggerisce a chi la visita un possibile uso dei suoi dispositivi.

Iván Argote, «Piazza del Chafleo», allestimento. Credits Andrea Guermani.

Tutti gli elementi che compongono la «Piazza del Chafleo» funzionano come il verbo inventato «chafleare», e invitano a esplorare il potenziale dell’immaginazione come forza concreta per il cambiamento. È un intervento profondamente trasformativo, che ha molti riferimenti nella storia dell’arte e dell’architettura, come l’esperienza utopica dell’architettura radicale fiorentina, i playground progettati dallo scultore americano di origine giapponese Isamu Noguchi, e le cromie e i volumi dell’architetto messicano Luis Barragán

Iván Argote, «Piazza del Chafleo», allestimento. Credits Andrea Guermani.

Iván Argote, «Piazza del Chafleo», allestimento. Credits Andrea Guermani.

Far spazio all’immaginazione nello spazio pubblico significa esercitare una forma di resistenza alle narrazioni dominanti, nello stesso modo in cui le masche di Giulia Cenci appaiono ai visitatori della radura del Chiot Rosa, e le fantasie dei bambini hanno popolato la scuola disegnata nell’aria di Petrit Halilaj. Con l’ironia, la leggerezza e la «tenerezza radicale» che contraddistinguono la pratica di Argote, «Piazza del Chafleo» invita le cittadine e i cittadini a reimmaginare e risignificare lo spazio condiviso, trovando in esso un nuovo luogo di aggregazione e di comunità.

Iván Argote, «Piazza del Chafleo», allestimento. Credits Andrea Guermani.

Chiara Turconi, 11 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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