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Iván Argote e Marta Papini durante un sopralluogo a Bene Vagienna. Foto: Margherita Borsano

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Iván Argote e Marta Papini durante un sopralluogo a Bene Vagienna. Foto: Margherita Borsano

L’artista di Radis 2026 | Iván Argote

Per la terza edizione di Radis, Iván Argote realizzerà a Bene Vagienna una piazza aperta all’incontro, al gioco e alla partecipazione

Marta Papini

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Mi ricordo bene la prima volta che ho visto un’opera di Iván Argote.
Era il 2009 e, non so come, mi era capitato sotto gli occhi il video in soggettiva di un ragazzo che entra in un ascensore affollato in metropolitana e chiede alle persone presenti di cantare per lui in coro “tanti auguri a te…” per il suo compleanno. Le persone sono colte di sorpresa, incerte se accontentare o meno quella stramba richiesta: la voce dell’artista fuori campo spiega di essere appena arrivato a Parigi e di non avere molti amici con cui festeggiare. Gli sconosciuti si convincono, gli chiedono il nome e iniziano a intonare il coro di auguri per lui, finché l’ascensore arriva al piano, le porte si aprono e le persone si disperdono, tornando alle proprie vite.

Quel video, così semplice e immediato, racconta con leggerezza e profondità la solitudine della città, la difficoltà delle persone migranti, il bisogno, umano e incomprimibile, di ricevere un gesto d'affetto e il desiderio di creare una comunità intorno al proprio abitare.
È questa capacità di tenere insieme leggerezza e profondità, poesia e spazio pubblico, che cercavo quando ho invitato Iván Argote a concepire un’opera per la suggestiva, quanto anonima, area verde sui bastioni della città di Bene Vagienna, fondata ex novo alla fine del I secolo a.C. per volere di Augusto nel territorio dei Liguri Bagienni.
Le prime due edizioni di Radis hanno preso forma fuori dalle città, attraverso il linguaggio della scultura per Cenci e del disegno per Halilaj. Entrambi gli artisti si sono confrontati col paesaggio in modi diversi, dando vita a opere che si integrano e si confondono con il panorama circostante, in contrapposizione alle forme classiche del monumento nello spazio pubblico. Per la terza edizione di Radis mi interessava confrontarmi con il tessuto urbano di una piccola cittadina, con l’idea di creare uno spazio pubblico dove non c’era, grazie all’esperienza decennale di Iván Argote.

Iván Argote durante il sopralluogo a Bene Vagienna. Foto: Margherita Borsano

Nato a Bogotá, in Colombia, nel 1983 e trasferitosi a Parigi per studiare all’École des Beaux-Arts, l’artista, a partire da quei primi video spontanei, quasi rubati, ha sviluppato negli anni una pratica che spazia tra scultura, installazioni pubbliche, video, pittura e performance. Pur nella molteplicità dei media, il fulcro concettuale delle opere rimane sempre lo stesso: la critica alle ingiustizie sociali e ai monumenti come simboli del passato coloniale, e la creazione di spazi e momenti pubblici alternativi che mettano al centro, invece della manifestazione del potere costituito, la tenerezza, l’umorismo e gli atti di ribellione poetica di chi è stato meno rappresentato nella Storia ufficiale.
Negli ultimi anni Argote ha portato la sua idea di spazio pubblico in molte città del mondo, intervenendo principalmente in due modi: da un lato, creando monumenti alternativi alle narrazioni ufficiali della Storia; dall’altro, spazi pubblici per le comunità locali. Per la quarta commissione dell’High Line Plinth di New York, ha realizzato Dinosaur (2024), una scultura in alluminio dipinta a mano in modo iperrealista raffigurante un piccione comune. Il titolo fa riferimento alla scala dell’opera: alta oltre cinque metri e appoggiata su un piedistallo che la solleva ulteriormente. Dinosaur celebra l’uccello più familiare e disprezzato della città con le modalità di solito riservate ai “grandi” uomini di potere e, rovesciando la gerarchia tra chi merita di essere ricordato e chi resta invisibile, ci ricorda che anche il piccione, come milioni di newyorkesi, è in fondo arrivato da altrove.

Iván Argote, Dinosaur, Fourth High Line Plinth commission, New York, 2024. Foto: Timothy Schenck. Courtesy: The High Line

Alla 60ª Biennale di Venezia, nella mostra Stranieri Ovunque curata da Adriano Pedrosa, Argote ha presentato Descanso (2024), la replica di una statua di Cristoforo Colombo, caduta a terra e progressivamente divorata da piante locali e alloctone: un anti-monumento concepito come un territorio di eterno riposo dall’eredità coloniale. Con Antipodo (Anversa 2023, Nantes 2025), figure antipode e anonime scalano facciate e colonne monumentali sfidando la gravità.

Iván Argote, Descanso, 60. Biennale di Venezia, 2024. Courtesy: Studio Iván Argote

Accanto alla critica dei monumenti, Argote costruisce spazi e occasioni per gesti di tenerezza collettiva e per la partecipazione. The Other, Me & the Others è una lunga piattaforma che oscilla soltanto quando più persone vi salgono insieme e ne assecondano i movimenti, come una gigantesca altalena saliscendi. L’opera, presentata in diverse varianti a Parigi, Lione e Riyadh fino al MASP di San Paolo, mette in equilibrio l’interdipendenza tra gli individui, trasformando lo spazio pubblico in un terreno di gioco aperto a tutti. In Un Chemin Commun, installazione permanente per la Biennale di Lione del 2024, un sentiero di cemento lungo cinquanta metri disegna anelli sul terreno e diventa una panchina: sulla sua superficie scorre un testo, in francese e in inglese, che parla di tenerezza e impegno e invita a immaginare insieme nuovi mondi. E in Dándole peso a los besos (2025), realizzato per la Biennale di Bogotá, accanto al piedistallo vuoto dove sorgeva la statua di Gonzalo Jiménez de Quesada, Argote installa un grande sasso di sei metri, che viene ricoperto di migliaia di baci impressi con il rossetto dall’artista e da chiunque voglia partecipare: un memoriale aperto che trasforma la durezza della pietra in un atto d’amore condiviso.

A Bene Vagienna, luogo in cui si intrecciano storie dell’epoca romana, del Medioevo e del presente, Argote lavorerà su un’idea che porta avanti da quasi dieci anni: una piazza dalle infinite funzioni, che acquisisce il proprio significato attraverso l’uso che la cittadinanza ne farà.
L’opera unirà tutti gli aspetti della pratica di Argote: lo spazio pubblico come luogo di incontro e di partecipazione, la dimensione del gioco, la rivisitazione dell’idea di piazza nel tessuto urbano, il monumento come luogo di racconto di storie non umane, ma soprattutto l’immaginazione e la poesia come motore della rivoluzione nella vita di ognuno.

Marta Papini, 28 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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