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Chiara Turconi
Leggi i suoi articoliIn Via Roma 125, la via principale di Bene Vagienna, sorge Palazzo Lucerna di Rorà, un’elegante dimora storica che ospita il Museo Civico Archeologico della città. Tra le sue sale sono custoditi i reperti dell’antica città romana di Augusta Bagiennorum, tracce che restituiscono la memoria storica di un territorio profondamente segnato dal passato.
Salendo al secondo piano del museo, entriamo nelle due sale che accolgono la mostra La mano sinistra del buio, a cura di Marta Papini. Parte della terza edizione di Radis, la mostra riunisce opere di Francesco Cavaliere, Patricia Domínguez, Regina de Miguel, Aleksandra Mir, Isadora Neves Marques e Diego Perrone, provenienti dalle collezioni della Fondazione Arte CRT e della Fondazione CRC con l’intento di restituirle alla visione della collettività piemontese.
La mostra prende il titolo dal celebre romanzo di fantascienza di Ursula K. Le Guin pubblicato nel 1969, i cui versi più noti recitano:
«La luce è la mano sinistra del buio,
e il buio la mano destra della luce.
Due sono uno, vita e morte,
e giacciono insieme come amanti in kemmer,
Come mani giunte,
come la meta e la strada». [ Le Guin, U. K. (1969). The Left Hand of Darkness. Ace Books, pp. 233-234 (trad. it. dal testo originale)].
La vicenda è ambientata sul pianeta ghiacciato di Gethen, i cui abitanti non hanno un genere fisso e, in cicli di fertilità, assumono caratteristiche maschili o femminili solo temporaneamente. Il protagonista, Genly Ai, è in missione sul pianeta per conto dell’Ekumen, una federazione interplanetaria che cerca di instaurare relazioni diplomatiche con Gethen. Durante questo viaggio, Genly impara a comprendere la società getheniana e a mettere in discussione le proprie idee su genere, identità, amicizia e alterità.
La mano sinistra del buio racconta la vita di ciò che risiede oltre i confini del tangibile e del classificabile. Sottoterra o sottacqua, nel futuro o nel passato, nello spazio o sul nostro pianeta, le opere in mostra esplorano un modo non binario di leggere il mondo, in rapporto dialettico con il Museo Civico Archeologico che le ospita, luogo in cui ogni reperto è invece classificato, ordinato e catalogato. Superando le dicotomie tra natura e cultura, conosciuto e inesplorato, umano e non umano, biologico e transgenico, le opere in mostra ci invitano a scoprire un mondo in cui ogni binarismo viene scardinato. Il linguaggio della fantascienza speculativa è adottato dalle artiste e dagli artisti in mostra come strumento per indagare il presente, rileggere le storie della colonizzazione e immaginare futuri alternativi.
La mano sinistra del buio, a cura di Marta Papini, veduta della mostra
La mostra si apre con un’opera video di Isadora Neves Marques. In YWY, a androide (2017), l’artista mette in scena il dialogo tra YWY, un’androide indigena interpretata dall’attrice e attivista Zahy Guajajara e una piantagione di mais transgenico in un futuro Brasile dominato da monocolture e industrie estrattive. YWY è l’unica in grado di comprendere il linguaggio del mais transgenico: percepiamo il loro scambio come uno straniante monologo, rimanendo esclusi dalla conversazione.
Immersi in un’atmosfera di penombra incontriamo il calco in vetro Senza titolo (2011) di Diego Perrone e gli acquerelli di Regina de Miguel.
Perrone reinterpreta la struttura dell’orecchio umano partendo dall’elaborazione di immagini digitali per poi tradurla, attraverso la tecnica della fusione a cera persa, in vetro colorato traslucido. Non riconducibile per forma, dimensione o colore all’anatomia umana o animale, la scultura di Perrone diventa un simulacro sospeso tra passato e futuro, sfuggendo a ogni classificazione.
Arbustos de nervios como bosques de coral (2021) e Audax Viator (2020) di de Miguel nascono da un racconto di fantascienza scritto dall’artista nel 2020, in cui una biologa confinata su un pianeta intermedio a causa di una pandemia osserva forme di vita ibride nate dal collasso della Terra: olobionti che fondono coralli, funghi e insetti in “arbusti di nervi simili a foreste di corallo”. Ispirandosi alle teorie di Donna Haraway, de Miguel costruisce un’ecologia affettiva delle intimità interspecie.
Da sinistra a destra: Regina de Miguel, Arbustos de nervios como bosques de coral 05, 09, 10 (2021) e Audax Viator (2021). Collezione Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo. Courtesy l’artista. Foto: Andrea Guermani
Diego Perrone, Senza titolo (2011). Proprietà della Fondazione Arte CRT in comodato presso Castello di Rivoli, Museo d’Arte Contemporanea. Courtesy l’artista. Foto: Andrea Guermani
Isadora Neves Marques, YWY, a androide [YWY, l’androide] (2017). Proprietà della Fondazione Arte CRT in comodato presso Castello di Rivoli, Museo d’Arte Contemporanea. Courtesy l’artista; Galleria Umberto di Marino. Foto: Andrea Guermani
Veniamo attirati dalle frequenze sonore emesse da Sàbanas II (2023), parte della serie Creature degli Abissi di Francesco Cavaliere: una scultura in vetro soffiato di Murano che evoca forme abissali, animali trasparenti e piante sconosciute, come un fondale che si apre e collassa su sé stesso, un vaso senza fondo né fine. Cavaliere sceglie le due materie trasparenti per eccellenza – il vetro, rigido e cristallino, e il suono, elemento intangibile – per dare vita a una scultura attraversata da continue vibrazioni.
Il nostro sguardo viene poi catturato dall’opera di Patricia Domínguez intitolata Planta, conéctame de vuelta a ti, a través del cuarzo del tiempo de vuelo del neutrón n_TOF (2022). Domínguez intreccia etnobotanica sperimentale e rituali di guarigione, fondendo l’invocazione spirituale rivolta al mondo vegetale con il vocabolario della fisica contemporanea.
Da sinistra a destra: Patricia Domínguez, Planta, conéctame de vuelta a ti, a través del cuarzo del tiempo de vuelo del neutrón n_TOF (2022). Collezione Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo. Courtesy l’artista. Francesco Cavaliere, Sàbanas II (2023). Proprietà Fondazione Arte CRT in comodato presso GAM Torino. Courtesy l’artista; Galleria Colli. Foto: Andrea Guermani
A dominare l’intera parete antistante è la monumentale opera World Map of Underworlds (2009) di Aleksandra Mir. Realizzato in negativo con pennarello bianco e argento su carta nera, il disegno fa parte di una serie di mappe del mondo che riflettono, come ha dichiarato l’artista, “le più grandi paure per la nostra civiltà, tra cui le imminenti catastrofi ambientali, la corruzione politica e la digitalizzazione di ogni sfera della vita sociale”. Per Mir, apolide di origine polacca, la cartografia naïf è un modo per allontanarsi dall’era del GPS, verso una dimensione in cui esistono ancora territori sconosciuti e punti non collegati.
Aleksandra Mir, World Map of Underworlds (2009). Proprietà della Fondazione Arte CRT in comodato presso GAM, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino. Courtesy l’artista. Foto: Andrea Guermani
La mano sinistra del buio ci spinge ad abitare territori ancora inesplorati. Guardare oltre il tangibile e il classificabile diventa una pratica necessaria per esercitare la capacità di immaginare, aprendo il presente a visioni alternative e a forme inedite di convivenza e memoria comune.
Chiara Turconi
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