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Redazione
Leggi i suoi articoliQuali lavori avete scelto di portare a Tefaf e quale ritenete esprima più chiaramente la cifra e l’identità della vostra galleria in questa edizione?
Per TEFAF Maastricht 2026 abbiamo concepito un progetto espositivo che mette in dialogo due momenti cruciali della tradizione europea: da un lato la cultura dello studiolo e della Wunderkammer tra XVII e XVIII secolo, con opere che esaltano il virtuosismo tecnico e la preziosità della materia; dall’altro la stagione neoclassica e ottocentesca, in cui la centralità si sposta sulla figura, sull’equilibrio formale e sulla costruzione di un linguaggio ideale. Tra le opere presentate spiccano il «Bacco» di Giuseppe Maria Mazza (1653-1741), la «Mädchen welches mit den Vögeln spielt» (1819) di Rudolph Schadow e una raffinata versione in terracotta dorata di due Angeli di Giuseppe Mazzuoli (1644 – 1725). Se dovessimo individuare un’opera che esprime con particolare chiarezza la cifra della galleria in questa edizione, indicheremmo la «Ragazza che gioca con gli uccelli» di Schadow: un lavoro inedito, firmato e datato «Roma 1819», che coniuga qualità museale, rilevanza storico-critica e una provenienza collezionistica di grande prestigio. In essa si riflette pienamente la nostra identità: attenzione alla ricerca, riscoperta di opere significative e volontà di proporre letture nuove della tradizione plastica europea.
Questa fiera è da sempre un luogo di incontro tra mercato, istituzioni museali e ricerca: che peso hanno oggi, nel vostro approccio, la storia, la conservazione e lo studio delle opere con cui lavorate?
Per noi storia, studio e conservazione non rappresentano un corollario dell’attività commerciale, ma il suo fondamento. Ogni opera che presentiamo nasce da un approfondito lavoro di ricerca archivistica, comparativa e critica, volto a chiarirne provenienza, contesto culturale e e collocazione nel percorso dell’artista. Lavoriamo con opere di qualità museale, che richiedono un approccio rigoroso sotto il profilo attributivo e conservativo. Questo significa collaborare con studiosi, restauratori e istituzioni, e garantire al collezionista non soltanto un oggetto d’arte, ma un tassello consapevole della storia europea. In una fiera come TEFAF, dove il dialogo con musei e fondazioni è costante, questo rigore diventa un elemento imprescindibile della nostra identità.
Giuseppe Mazzuoli, «Angelo». Courtesy of Brun Fine Art
Giuseppe Mazzuoli, «Angelo». Courtesy of Brun Fine Art
Il Summit di quest’anno, intitolato «Oltre l’impatto economico», pone l’accento sul valore culturale e sociale dell’arte: in che modo questa prospettiva orienta le vostre scelte e il modo di raccontare le opere in fiera?
Il valore dell’arte, per noi, supera ampiamente la sua dimensione economica. Le opere che presentiamo incarnano visioni del mondo, ideali di bellezza e mutamenti della sensibilità collettiva; sono testimonianze di un pensiero e di un’idea di uomo che si trasformano nel tempo. Raccontare queste opere in fiera significa restituire al pubblico la loro stratificazione culturale: le committenze aristocratiche, il dialogo con l’antico, la circolazione europea dei modelli, ma anche le tensioni spirituali, emotive e intellettuali che le hanno generate. Ogni scultura è il risultato di una storia complessa, che intreccia artisti, mecenati, contesti politici e culturali diversi. Crediamo che il valore culturale e sociale dell’arte risieda proprio in questa capacità di attraversare le epoche e di parlare ancora oggi dell’uomo, delle sue aspirazioni, della sua ricerca di armonia, della sua fragilità. In un contesto internazionale come TEFAF, il nostro impegno è offrire non solo opere di qualità museale, ma un racconto consapevole che metta in luce la continuità della tradizione europea e la sua attualità.
Al di là della partecipazione al prestigioso appuntamento di Maastricht, su quali filoni di ricerca siete attualmente concentrati e attraverso quali progetti o iniziative li condividerete con il vostro pubblico nei prossimi mesi?
Ci attende una primavera particolarmente intensa, ricca di progetti che riflettono la nostra volontà di mettere in dialogo epoche, linguaggi e materiali differenti, ampliando il concetto stesso di collezionismo. Nella nostra sede di Via Gesù presenteremo una mostra dedicata al dialogo tra l’opera di Corrado Cagli e la ricerca contemporanea sulla materia del nuovo brand di design ABI, che riporta al centro il simbolo come forma espressiva e culturale. Il progetto mette in relazione la forza del Novecento italiano con una visione attuale della materia, intesa come luogo di permanenza, memoria e qualità. In concomitanza, saremo presenti con uno stand al Salone del Mobile, partecipando al nuovo progetto curatoriale «Raritas», con allestimento curato da Formafantasma, che introduce il design da collezione all’interno della fiera e ne sottolinea la dimensione culturale oltre quella produttiva. Parallelamente, stiamo lavorando, insieme a Matteo Allemandi, a una collaborazione con La Bottega Collective e con lo studio londinese Campbell-Rey, nata dall’incontro tra la cultura dell’accoglienza e quella dell’oggetto come parte integrante dell’esperienza di viaggio. In occasione della Milano Design Week, il progetto si tradurrà in una curatela di memorabilia del Grand Tour, selezionate per provenienza, qualità e densità narrativa, poste in dialogo con una capsule contemporanea dedicata all’arte del viaggio. Il percorso si svolgerà nella casa milanese di La Bottega Collective, in Via della Spiga 46, come un lavoro sul tempo e sulla formazione dello sguardo. Siamo particolarmente entusiasti e onorati di prendere parte a queste nuove iniziative, che confermano la nostra visione di galleria come luogo di ricerca, di confronto e di continuità tra tradizione e contemporaneità.
Giuseppe Maria Mazza, «Bacchus». Courtesy of Brun Fine Art
Ridolfo Schadow, «Mädchen welches mit den Vögeln spielt». Courtesy of Brun Fine Art
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