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Margherita Panaciciu
Leggi i suoi articoliQuando si pensa a un deposito, viene naturale immaginare uno spazio chiuso, marginale, destinato alla conservazione più che alla visione. È proprio questa idea a essere messa in discussione dalla riapertura del Deposito della Galleria Christian Stein a Pero, alle porte di Milano, eccezionalmente visitabile dal 10 aprile al 6 giugno in occasione dei sessant’anni di attività della galleria. Qui il deposito non è un retro della mostra, né un semplice luogo di accumulo. Gli ampi spazi ex-industriali di via Vincenzo Monti 46, situati nell’area a nord-ovest della città, a breve distanza da Fiera Milano Rho e dall’ex sito di Expo 2015, oggi riconvertito in MIND – Milano Innovation District, si presentano come un ambiente in cui le opere continuano a essere attive, disponibili a nuove configurazioni. Conservazione ed esposizione coincidono, ma soprattutto si contaminano.
Il Christian Stein Deposito assume così la forma di un archivio dinamico: un luogo in cui le opere entrano in relazione secondo una logica mobile, fatta di accostamenti, stratificazioni e ritorni. Il tempo non è organizzato cronologicamente, bensì si deposita per livelli, rimanendo operativo. Ne deriva una sorta di antologia in divenire, in cui ogni lavoro mantiene la propria autonomia ma si ridefinisce continuamente nel confronto con gli altri e con lo spazio.
Questa modalità non è un esito recente ma affonda le sue radici nella storia stessa della galleria, fondata a Torino nel 1966. Fin dalla prima sede di via Teofilo Rossi, la Galleria Christian Stein si configura come un luogo di sperimentazione, in cui giovani artisti italiani, talvolta in dialogo con figure internazionali, trovano uno spazio di ricerca aperto. È qui che, nel 1967, Alighiero Boetti tiene la sua prima mostra personale, segnando l’inizio di un percorso destinato a incidere profondamente sulla scena artistica contemporanea. Con il trasferimento nel 1972 in Piazza San Carlo, sempre a Torino, la galleria assume una forma ancora più peculiare: quella della casa-galleria. La dimensione privata e quella espositiva si sovrappongono dando luogo a una condizione in cui l’opera entra a far parte della quotidianità: non solo oggetto da osservare ma presenza con cui convivere. Gli interventi si dilatano nel tempo, trasformano gli ambienti, li abitano. È il caso di progetti come «Le stanze» di Michelangelo Pistoletto o delle «Italie» di Luciano Fabro, che incidono direttamente sull’architettura dello spazio.
Interno del deposito della Galleria Stein. Courtesy of Galleria Stein
Intervento site specific di Remo Salvadori. Courtesy of Galleria Stein
Il successivo approdo a Milano, tra gli anni Ottanta e Novanta, segna un cambio di scala. Nella sede di via Lazzaretto, di matrice proto-industriale, trovano spazio le grandi installazioni di artisti come Jannis Kounellis, Mario Merz e Gilberto Zorio, in una fase ormai matura del loro lavoro. A questa si affianca lo spazio di Corso Monforte, ancora oggi attivo, che continua a ospitare progetti concepiti in relazione diretta con l’ambiente. I capannoni di Pero si inseriscono in questa traiettoria come una naturale estensione. Già tra il 2014 e il 2019 avevano accolto mostre antologiche di carattere museale; oggi, con la riapertura, la loro identità si definisce con maggiore chiarezza rendendo accessibile il luogo in cui esse lavori importanti vengono custoditi, movimentati, riletti, sorta di « backstage» della galleria normalmente invisibile.
È proprio questa compresenza tra dimensione operativa ed espositiva a costituire uno degli aspetti più significativi del Deposito. Le opere non arrivano qui per concludere il proprio percorso ma per continuarlo sotto altre forme. Nel percorso si incontrano lavori di Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Jannis Kounellis, Mario Merz, Marisa Merz, Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, accanto a figure come Mimmo Paladino, Remo Salvadori, Marco Bagnoli, Domenico Bianchi, fino alle generazioni più recenti rappresentate, tra gli altri, da Stefano Arienti ed Elisabetta Di Maggio. L’insieme non costruisce una narrazione lineare quanto un campo di possibilità in cui le opere continuano a interrogarsi reciprocamente.
In questo contesto si colloca anche «Si sedes non is» (2017) di Marco Bagnoli, il cui titolo, costruito come un palindromo, introduce una riflessione sulla posizione, sullo stare o sul muoversi, invitando a prendere posizione all’interno dello spazio. Parallelamente alla riapertura, il Deposito si propone come un luogo attivo di produzione culturale, aperto a iniziative, incontri e momenti di approfondimento. L’obiettivo è quello di sfruttare appieno le potenzialità di uno spazio atipico, capace di accogliere non solo esposizioni ma anche forme di ricerca e condivisione.
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