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Studenti nelle aule all’Accademia di Belle Arti di Urbino

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Studenti nelle aule all’Accademia di Belle Arti di Urbino

Il segno di un’Accademia, quella di Belle Arti di Urbino, tra memoria e futuro

L’istituzione marchigiana ripercorre la stagione sperimentale inaugurata da Concetto Pozzati e riflette sul presente della formazione artistica

Nicoletta Biglietti

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«Il sogno di una cosa migliore» è il titolo dell’esposizione all’Accademia di Belle Arti di Urbino, un progetto che prende forma dentro la storia dell’istituzione, fondata nel 1967 e oggi rievocata attraverso la fase di innovazione intervenuta nella stagione sessantottesca ad opera del Dirigente e artista Concetto Pozzati. A lui si deve l’aver creato il volto di un’Istituzione di Alta Formazione assolutamente all’avanguardia per gli anni, chiamando all’insegnamento personalità quali Pier Paolo Calzolari, Vittorio Basaglia, Mario Ceroli, Rodolfo Aricò, Gianni Celati.

Come osserva il direttore Luca Cesari, le Accademie di Belle Arti sono «università delle arti», anche se il loro pieno riconoscimento come istituzioni universitarie arriva con ritardo rispetto ad altri Paesi europei. Un ritardo che continua a incidere sul piano delle risorse, dell’organizzazione e del posizionamento culturale. In questa prospettiva, l’Accademia di Urbino si colloca dentro una trasformazione più ampia del sistema formativo, tra autonomia disciplinare e integrazione universitaria.

La mostra si inserisce in questo contesto non come ricostruzione storica, ma come campo di relazioni. Al centro compare Marco Cavallo, il grande cavallo azzurro legato all’esperienza di Franco Basaglia e alla stagione della riforma psichiatrica italiana. «Il modello originale della scultura realizzata da Vittorio Basaglia (cugino di Franco) insieme ai pazienti del manicomio di Trieste nel 1973, riferisce il direttore, è stato replicato in 3D dalla Scuola di Scultura dell’Accademia di Belle Arti di Urbino». Realizzata dal laboratorio di scultura, è diventata il punto di avvio del percorso espositivo, attorno a cui si stratificano riferimenti alla fase fondativa dell’Accademia e agli anni della direzione di Concetto Pozzati, segnati da una forte apertura sperimentale.

Nel testo critico che accompagna il progetto, la mostra viene descritta come avant-propos, più che come una mostra storica compiuta. In questa ricostruzione, la figura di Marco Cavallo assume un ruolo simbolico più ampio. Non solo oggetto o opera, ma dispositivo culturale che attraversa il rapporto tra arte, istituzione e spazio sociale, fino a diventare emblema di una stagione in cui i confini tra pratiche artistiche, psichiatria e partecipazione collettiva risultano profondamente permeabili.

La riflessione si sposta così sul presente: cosa significa oggi formare un artista? In questa prospettiva si colloca anche il rinnovamento dell’offerta formativa dell’Accademia, che negli ultimi anni ha introdotto diversi corsi di nuova attivazione. Nei corsi di primo livello, accanto agli indirizzi storici di Decorazione, Pittura, Scultura, Scenografia e Grafica d’Arte e Illustrazione, si affiancano percorsi come Educazione al Patrimonio Artistico e Welfare Culturale (attivato dal 2025/26) e Human Centered Multimedia Art (dal 2026/27). Anche il secondo livello si è ampliato con nuovi corsi attivati dal 2025/26, tra cui Critical Game Art, Design per la Fiction, Grafica d’Arte per le Arti Visive, Scenografia per lo Spettacolo, Scultura nei linguaggi dell’arte visiva e tecnologie produttive, 3D per la Fiction e NTA (Nuove Tecnologie dell'Arte). Un insieme di percorsi che ridefinisce progressivamente il rapporto tra linguaggi tradizionali, progettazione e ambiti digitali.

In questo quadro la mostra non chiude la riflessione, ma la riapre. E lascia emergere un’idea di Accademia come spazio instabile, attraversato da continuità e trasformazione, dove la storia non è mai del tutto compiuta ma continuamente rielaborata.

L’Accademia fa rivivere il Marco Cavallo. © Gian Luca Proietti

Nicoletta Biglietti, 22 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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