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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliIl colore guida tutto. Nel lavoro di Harry Gruyaert la fotografia non parte mai da un soggetto, ma da un equilibrio tra elementi che condividono lo stesso peso visivo. Persone, oggetti, superfici e luce stanno sullo stesso piano, senza gerarchie. «È come una volontà filosofica in cui metto sullo stesso piano gli esseri umani, gli animali, le forze della natura, le luci... tutta la potenza e la bellezza del nostro mondo». Perché l’immagine, per Gruyaert, non si costruisce attorno a una storia, ma attorno a una tensione cromatica che orgnaizza la visione. Alla mostra ospitata da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia a Torino (e sostenuta da Cegeka, uno dei principali player europei nei servizi IT e cloud) questo principio viene ricostruito attraverso l’intero percorso di Harry Gruyaert. L’insieme delle opere non è letto come una successione di fasi, ma come una lunga continuità in cui il colore diventa progressivamente il vero soggetto della fotografia.
Nato ad Anversa nel 1941, Gruyaert si è formato tra fotografia e cinema a Bruxelles, esperienza che ha lasciato un'impronta nella sua gestione della luce e della composizione. L'incontro con la Pop Art a New York alla fine degli anni ‘60 è stato determinante: lo ha spinto a riconoscere nel colore una dimensione espressiva indipendente, in grado di nobilitare anche i soggetti più «ordinari». Wilco Versteeg, analizzando la sua opera, osserva che Gruyaert «esplora costantemente le potenzialità del colore in un mondo urbano apparentemente incolore», sottolineando come la sua ricerca sia un atto di interpretazione piuttosto che di documentazione.
Il suo ingresso a Magnum Photos nel 1981 ha rappresentato un momento di rottura per l'agenzia, storicamente legata al bianco e nero. Gruyaert ha introdotto una metodologia basata sull'osservazione non interventista, in cui la soggettività prevale sulla narrazione. Questa visione è supportata dalla sua convinzione che il colore sia più fisico del bianco e nero – che è invece «più intellettuale». «Con il bianco e nero vado dritto alla persona. A colori, sono più preoccupato per la luce, i vestiti, l'ambiente». La sua fotografia non cerca infatti di raccontare storie, ma di comporre relazioni cromatiche in cui l'essere umano è solo uno dei tanti elementi presenti nel campo visivo.
Harry Gruyaert, Parigi, Francia, 2012 (dettaglio). ©Harry Gruyaert/Magnum Photos
Questa visione democratica e anti-gerarchica dello sguardo si riflette nell'organizzazione della mostra. Qui i diversi nuclei tematici emergono come capitoli di un'unica esplorazione visiva. La prima tappa è il confronto con il mezzo tecnologico.
Con la serie «TV Shots» (1972) la prima frattura è già evidente. Lo schermo televisivo non viene osservato come «finestra sul mondo», ma come materia luminosa disturbata. Gruyaert ha ricordato quel periodo sottolineando come la limitatezza tecnica abbia paradossalmente favorito la creatività: «Se avessi avuto più mezzi tecnici a mia disposizione all'epoca, ho l'impressione che le immagini non sarebbero state così belle o così fresche». Le interferenze, le distorsioni del segnale e la perdita di nitidezza trasformano l’immagine in un campo cromatico instabile. Non c’è più contenuto da leggere, ma solo una superficie che vibra. E la realtà si sposta dal racconto alla percezione pura. Il viaggio diventa poi la forma principale di costruzione del linguaggio. Tra Francia, Belgio e Mediterraneo, il paesaggio non è mai sfondo. È una struttura che cambia con la luce. In questi lavori il colore non si appoggia alle cose, ma le ridefinisce. Le insegne, le architetture, le strade, la presenza umana: tutto entra in un equilibrio in cui nessun elemento domina. È la luce a decidere la gerarchia dell’immagine, e spesso a cancellarla.
Nel Sud questa condizione si estremizza. La luce intensa non illumina soltanto, ma modifica la percezione stessa degli oggetti. Le forme diventano più nette, i contrasti più duri, i colori più autonomi. L’immagine non registra un luogo: lo costruisce come esperienza visiva. Con «East/West» e con i cicli industriali, il campo si sposta verso strutture più rigide. Centrali, impianti, architetture produttive diventano griglie visive in cui il colore lavora per differenza. «Quale contrasto cromatico potrebbe essere maggiore della super-saturazione della California – l'Ovest – e della tavolozza prosciugata di un'Unione Sovietica esausta – l'Est?». Non illustra ideologie, ma lascia emergere distanze attraverso la densità dell'aria e della luce. Ciò che resta è una variazione di tonalità e di atmosfera: una politica implicita dello sguardo che passa attraverso la superficie delle cose. Nelle serie dei litorali («Rivages») infine, il linguaggio si riduce ulteriormente. Mare, cielo, orizzonte. Pochi elementi che si ripetono senza diventare identici. Qui la fotografia si avvicina a una forma di sospensione, esplorando i confini dove la terra incontra l'oceano. Non accade nulla, ma qualcosa cambia continuamente. Il colore diventa quasi impercettibile, però decisivo. Ed è proprio questa minima variazione a sostenere l’intero sistema. In tutto il lavoro di Gruyaert rimane una tensione costante: vedere senza gerarchie. Non c’è centro, non c’è figura dominante, non c’è storia che organizza l’immagine dall’esterno. Solo un insieme di presenze che si stabilizzano nel colore. E in questa stabilità provvisoria, la fotografia smette di raccontare il mondo. E lo lascia semplicemente apparire.
Harry Gruyaert, Berck, Francia. ©Harry Gruyaert/Magnum Photos