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David Ekserdjian
Leggi i suoi articoliAlmeno nel Regno Unito, è sempre più difficile imbattersi in un direttore di museo che continui a essere uno storico dell’arte e non un mero amministratore interessato solo a raccogliere fondi. Sembra ormai prassi consolidata affermare di non aver tempo di pubblicare articoli, tantomeno libri, ma talvolta si ha il sospetto che in queste persone manchi la voglia o la capacità. Fortunatamente, vi sono ancora delle eccezioni: un modello esemplare di non molto tempo fa è sicuramente Duncan Robinson (1943-2022). Robinson ha cominciato la sua carriera come curatore al Fitzwilliam Museum di Cambridge, per poi trasferirsi nel 1981 negli Stati Uniti a New Haven, nel Connecticut, come direttore dello Yale Center for British Art e assumere l’incarico di Chief Executive del Paul Mellon Centre for Studies in British Art a Londra. Nello stesso tempo, come già a Cambridge, a Yale insegnava presso il Dipartimento di Storia dell’arte dell’Università. È rimasto a New Haven fino al 1995; poi è tornato a Cambridge per assumere il ruolo di direttore del Fitzwilliam fino al pensionamento nel 2007. Per molti di questi anni fu contemporaneamente preside del Magdalene College, iniziando nel 2002 e rimanendoci fino al 2012. Come sempre, ma in maniera eccezionale dati i suoi molteplici impegni amministrativi, continuava a insegnare, perché spinto dal bisogno di condividere le sue passioni e conoscenze con le future generazioni. È stato specialista della pittura britannica del Sette e Ottocento e alla sua morte ha lasciato un libro quasi pronto da poco dato alle stampe con il titolo: Pen & Pencil: Visual and literary culture in Georgian England (introduzione di Brian Allen, 378 pp., 229 ill. col., Pallas Athene, Londra 2025, £ 60). Il volume è una versione più ampia e rivista delle Paul Mellon Lectures fatte nel 2009 e nello stesso tempo una specie di summa di una vita di studi sul soggetto.
Dalla prospettiva dell’Italia, dove la pittura domina anche il panorama europeo già nel Trecento e continua a salire nel Quattro e Cinquecento, un Paese dove si deve aspettare fino a dopo il Settecento per veder crescere una scuola locale di vera qualità può sembrare non solo bizzarro, ma anche un po’ triste. In verità, ci sono alcuni grandi artisti operanti in Inghilterra prima, Holbein nel XVI secolo, Rubens e Van Dyck nel secolo successivo, ma sono stranieri. Inoltre, l’arte che conta di più nel Paese di Shakespeare e di tanti altri scrittori geniali, forse ancora oggi, è la letteratura.
Nel libro Robinson si concentra su sei pittori preminenti della seconda metà del Sette e della prima metà dell’Ottocento, Hogarth, Reynolds, Gainsborough, Blake, Constable e Turner, focalizzandosi sui loro rapporti notevolmente diversi con la letteratura. A ogni artista è riservato un capitolo, ma giustamente l’autore sottolinea il modo in cui non solo Reynolds e Gainsborough, ma ugualmente Constable e Turner, rappresentano due coppie di gemelli mal assortiti.
Per quanto riguarda Hogarth, che diceva «My picture was my stage» (Il mio dipinto era il mio palco), è stato il rapporto con il teatro a contare più di ogni altra cosa, in particolare nelle serie narrative come «La carriera di un libertino» («The Rake’s Progress») e «Marriage-à-la-Mode», che raccontano drammaticamente, ma anche giocosamente, le vite tragiche dei loro protagonisti. Ciò non significa che Hogarth non leggesse poesie e romanzi: Robinson, infatti, si è ispirato per il sottotitolo del capitolo a lui dedicato a una frase tratta da Tom Jones di Henry Fielding, dove si legge: «O Shakespeare! Had I thy pen (penna), O Hogarth! Had I thy pencil (matita)».
Dopo Hogarth, è la volta di Reynolds e Gainsborough. Reynolds è stato un fenomeno metropolitano, nominato cavaliere per diventare Sir Joshua ed eletto primo presidente della Royal Academy, mentre Gainsborough si fissò per lo più in campagna nel suo Suffolk natale, sulla costa est dell’Inghilterra. Il libro più importante di Reynolds, che combina istruzione teorica e pratica, è Discourses on Art: discorsi fatti ai suoi studenti alla Royal Academy dal 1769 al 1790, ma anche pubblicati all’epoca per raggiungere un pubblico più vasto. Al contrario, Gainsborough finse di essere più rustico e ignorante, pur non essendolo affatto; sicuramente non aveva alcuna ambizione di scrivere libri. Il meglio della sua «pen» si ritrova nelle lettere incantevolmente informali, che ci restituiscono il vero senso del carattere della sua conversazione.
Per quanto riguarda Blake, non credo di essere l’unico a preferire le sue produzioni letterarie a quelle artistiche e, paradossalmente, forse per questo motivo è meno adatto al metodo di Robinson. Comunque sia, Constable e Turner sono amici/nemici ideali. Può darsi che il primo temesse il secondo, ma il suo spirito generoso lo conduceva a elogiare il rivale per la sua «wonderful range of mind» (straordinaria larghezza d’intelletto). Come il suo compaesano Gainsborough, la voce di Constable vive nelle lettere e nei ricordi biografici dei suoi aforismi. Per Ruskin, Turner fu «at once the painter and poet of the day» (nello stesso tempo il pittore e poeta del giorno), ma per noi le sue Fallacies of Hope sono un orribile disastro poetico. Per fortuna possiamo sempre tornare con gioia ai suoi dipinti e acquerelli, grati per l’illuminazione conferitagli dalla «pen» di Duncan Robinson.
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