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Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliNel quartiere San Pablo de Tepetlapa, a sud di Città del Messico, sorge un edificio dall’architettura stravagante, con uno stile che fonde principalmente influenze maya e tolteche. Si tratta del Museo Diego Rivera Anahuacalli, inaugurato nel 1964, concepito come un tempio dell’arte dal muralista messicano, che non riuscì mai a vederlo ultimato perché morì nel 1957. Lo scopo di Rivera era costruire una «città delle arti», nonché un grande palcoscenico per lo sviluppo di espressioni artistiche quali il teatro, la danza, la pittura e la musica. Qui, avrebbe trovato casa la sua collezione di arte precolombiana per restituire «al popolo ciò che sono riuscito a salvare dal patrimonio artistico dei loro antenati».
Ai 39mila pezzi che costituiscono la collezione, di cui solo 2mila sono esposti al pubblico in modo permanente, ora si aggiungono circa 157.300 oggetti (tra cui ceramiche, manufatti in legno, tessuti, grafiche, fotografie e una biblioteca specializzata) grazie al nipote dell’artista, Juan Rafael Coronel Rivera, che ha donato al museo la propria collezione privata messa insieme nell’arco di quarant’anni. Come ha affermato in una conferenza stampa alla fine di marzo: «Non sono mai stato molto legato al museo né ho mai fatto parte del Trust (che Diego Rivera aveva costituito con il Banco de México, amministratore anche del poco distante Museo Frida Kahlo, in cui nacque e visse la moglie, Ndr)», eppure «questo ha voluto il destino».
Come riportato da Fabiola Palapa Quijas sul quotidiano messicano «La Jornada» il 22 marzo, per la direttrice del Museo Frida Kahlo, Perla Labarthe Álvarez: «Juan ha riunito una collezione che non solo documenta i processi artistici, ma riflette anche le relazioni, i contesti, le domande e i dibattiti che ruotano attorno all’arte messicana. Il Trust interpreta questa donazione come un’opportunità per ampliare le modalità di fruizione delle nostre collezioni da parte del pubblico. D’ora in poi, si apriranno nuove possibilità per generare interpretazioni, ricerche e forme di mediazione culturale».
Questo lascito ha anche un’importanza metaforica: far rivivere il museo come «centro di conoscenza» attivo, in continua crescita. Tra gli oggetti non vi sono però opere di Rivera o Kahlo, ma figurano 2mila stampe realizzate negli Stati Uniti dagli allievi di José Clemente Orozco, David Alfaro e lo stesso Rivera.
«L’Anahuacalli è uno spazio concepito da Diego Rivera come un luogo in cui arte, architettura e paesaggio dialogano costantemente, ha dichiarato invece la direttrice María Teresa Moya Malfavón. Fin dalla sua nascita, è stato immaginato come un centro di conoscenza, un luogo in cui i reperti precolombiani che ha raccolto nel corso della sua vita potessero essere studiati, compresi e condivisi con le generazioni future. Questa donazione è la continuazione di un’idea profondamente radicata: preservare, studiare e diffondere il patrimonio culturale come bene pubblico, un desiderio costante del muralista messicano».
Contestualmente l’architetto Mauricio Rocha ha comunicato l’avvio, tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, dei lavori per l’ampliamento del museo con nuovi edifici che sembreranno «galleggiare e rispettare l’ecologia del luogo (l’adiacente Spazio Ecologico ospita flora e fauna endemiche, Ndr)».
Cecilia Paccagnella
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