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Redazione
Leggi i suoi articoli«Il Giornale dell’Arte» ha avviato un confronto con i direttori di alcune delle principali gallerie italiane per riflettere sui cambiamenti che stanno interessando il mercato. Al centro dell’indagine vi sono il tema del ridimensionamento delle strutture, la sostenibilità dei modelli di crescita che hanno caratterizzato gli ultimi decenni, l’evoluzione del ruolo delle fiere e le trasformazioni del collezionismo. Più che offrire risposte definitive, l’obiettivo è raccogliere prospettive ed esperienze diverse per comprendere come gli operatori interpretino una fase che potrebbe segnare una ridefinizione degli equilibri del sistema dell’arte.
Corrado Gugliotta, direttore della galleria Laveronica, Modica (RG)
Secondo lei, cosa cambierà nel sistema dell’arte nei prossimi cinque anni?
Finirà l’idea che crescere significhi necessariamente diventare più grandi. Più sedi, più artisti e più fiere non hanno prodotto un sistema più solido e soprattutto più interessante. Molte gallerie dovranno tornare a scegliere cosa essere davvero, invece di limitarsi a occupare tutte le caselle del calendario.
Il ridimensionamento di Pace è un episodio isolato o il segnale di una trasformazione strutturale?
Non è una realtà, quella di Pace, che conosco a fondo per poterla giudicare. Più in generale, penso che se una struttura costruita per espandersi continuamente deve fare marcia indietro, significa che il modello si è inceppato. Per anni aprire una sede è stato considerato un successo e chiuderla una sconfitta. Ridimensionarsi, invece, può essere un atto di intelligenza.
Il modello della mega-galleria globale è ancora sostenibile?
È sostenibile per alcune mega-gallerie, non per il sistema. Concentra artisti, denaro e potere nelle mani di pochi. Il mondo dell’arte dovrebbe parlare di pluralità, una galleria non è migliore perché assomiglia a una multinazionale.
Le fiere internazionali restano indispensabili oppure sono diventate troppo pesanti?
Per una galleria che lavora da Modica, le fiere sono state uno straordinario strumento di emancipazione geografica. Sarebbe ipocrita demonizzare.
Ma il rapporto è ormai squilibrato: le gallerie pagano tutto e assumono quasi interamente il rischio. Se la fiera funziona, il merito è del sistema; se non si vende, la perdita è soltanto della galleria. Molti non possono più permettersi di partecipare, ma temono ancora di più di non esserci.
Qual è oggi il vero punto debole del sistema?
Ognuno pretende che sia un altro a pagare. Le fiere scaricano i costi sulle gallerie, le istituzioni chiedono produzioni e trasporti gratuiti, alcuni collezionisti trattano lo sconto come un diritto. E anche le gallerie, a volte, dimenticano che gli artisti non sono fornitori di merce. Nel sistema italiano Italiano pesa soprattutto la debolezza delle istituzioni, sia economica che politica.
I nuovi collezionisti cercano ancora status oppure esperienze e contenuti?
Lo status non è scomparso: oggi si fa chiamare esperienza, relazione, accesso. Esistono però anche dei collezionisti realmente interessati ai contenuti e più disponibili verso opere che non siano decorative. Una galleria deve costruire relazioni, ma non trasformarsi in un’agenzia di viaggi o in un club privato. Se l’opera diventa il pretesto per la cena e per l’accesso esclusivo, qualcosa non funziona.
Quanto incide il passaggio generazionale della ricchezza?
Negli anni abbiamo capito che la ricchezza si eredita più facilmente della passione di collezionare arte ed in generale della cultura. E' triste vedere alcune collezioni che sono state il progetto di una vita, fare una certa fine. Le nuove generazioni di collezionisti invece, sono forse più sensibili alle questioni ambientali e di genere, ma la loro sensibilità è spesso vanificata dal grande interesse che hanno per la finanziarizzazione delle opere.
Quale cambiamento dovrebbe avvenire subito per rendere il sistema più sostenibile?
Bisogna redistribuire costi e rischi: fiere con tariffe proporzionate alle dimensioni delle gallerie, le istituzioni dovrebbero avere delle risorse per costruire collezioni pubbliche che diventino patrimonio della comunità ed infine collezionisti che paghino correttamente le opere. Ma soprattutto occorre liberarsi dall’ossessione della crescita. La sostenibilità non consiste nel diventare tutti più grandi, magari, come si usa fare adesso, piantando qualche albero per compensare i tanti aerei che siamo costretti a prendere per fare questo lavoro.
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