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Carlino Corezzi
Leggi i suoi articoliIl labirinto è una delle immagini più antiche con cui l’uomo ha raccontato il rapporto con la conoscenza e il mistero. Dal mito greco del Minotauro ai percorsi simbolici medievali, alla letteratura del Novecento, è un luogo in cui errore, deviazione e perdita dell’orientamento sono parte del processo di scoperta. Jorge Luis Borges ne fece una metafora dell’infinito e dei percorsi imprevedibili dell’esistenza. E nel 1977, durante una passeggiata con lo scrittore argentino, Franco Maria Ricci (1937-2020) gli promise che un giorno avrebbe costruito il labirinto più grande del mondo. È nato così il Labirinto della Masone, inaugurato nel 2015 a Fontanellato, su progetto di Pier Carlo Bontempi e Davide Dutto, grande 8 ettari, con oltre 300mila piante di bambù. È il luogo in cui Ricci ha raccolto le diverse traiettorie della propria vita: l’editoria, la grafica, la bibliofilia e una collezione d’arte di circa mezzo migliaio di opere dal Cinquecento al Novecento. Un luogo complesso che riflette lo sguardo libero e trasversale che ha guidato tutta l’attività di Ricci, appassionato di sculture seicentesche, opere neoclassiche, Vanitas, nature morte di autori come Adolfo Wildt, Antonio Ligabue e Francesco Hayez, grafica, arti applicate e libri intesi anche come oggetti preziosi.
Il Labirinto della Masone supera il confine tra arti maggiori e arti applicate come fece anche la grande rivoluzione di Erté (1892-1990), pseudonimo di Romain de Tirtoff, artista russo naturalizzato francese che dalla moda al teatro, dall’illustrazione alla scenografia, contribuì alla costruzione di uno stile unico che ne fece uno dei protagonisti dell’Art Déco internazionale. Erté trasformò la figura umana in un’immagine totale in cui corpo, abito, decorazione e scenografia erano parti di una stessa visione. Figure allungate, quasi irreali, dove l’abito non si limita a vestire il corpo ma ne prosegue la linea: una manica, un mantello, una piuma contribuiscono a trasformare l’intera silhouette. Gioielli e ornamenti concorrono a definire il ritmo e la geometria della composizione e anche il movimento sulla scena teatrale seguiva la stessa ricerca formale. Dalle copertine realizzate per Harper’s Bazaar ai costumi delle Folies Bergère e del cinema hollywoodiano, il suo segno contribuì a costruire uno degli immaginari più riconoscibili dell’Art Déco internazionale, come racconta la mostra «Erté. Lo stile è tutto», visibile fino al 13 settembre, curata da Valerio Terraroli. Un focus sugli anni Dieci, Venti e Trenta, quando Romain de Tirtoff lasciò San Pietroburgo per Parigi e costruì il linguaggio che avrebbe identificato un’intera stagione dell’Art Déco internazionale. Sono gli anni dell’incontro con Paul Poiret, il grande couturier che stava liberando la moda femminile dalle costrizioni ottocentesche, e dell’inizio della collaborazione con Harper’s Bazaar: dal 1915 al 1937 Erté realizzò per la rivista oltre 200 copertine, trasformando la pagina stampata in un luogo di sperimentazione tra moda, grafica e immaginario. Disegni, bozzetti, pochoir, litografie, fotografie d’epoca e materiali cinematografici seguono l’evoluzione di un segno che attraversa supporti e linguaggi diversi. Dalle serie Alphabet e Numerals, dove lettere e numeri diventano esercizi di sintesi tra segno grafico e figura, ai figurini di moda e ai costumi teatrali, la mostra racconta una visione vicina a quella di Franco Maria Ricci, per cui grafica, libro, illustrazione e arti applicate appartenevano allo stesso universo capace di superare i confini tradizionali dell’opera d’arte.
Carlino Corezzi
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