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Luca Cesari, 63 anni, è docente di Estetica e direttore dell’Accademia di Belle Arti di Urbino.

Foto Giada Gaia Trudu

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Luca Cesari, 63 anni, è docente di Estetica e direttore dell’Accademia di Belle Arti di Urbino.

Foto Giada Gaia Trudu

Il futuro delle Accademie di Belle Arti

La riforma 508 del 1999 è ancora in parte inattuata, ma il tema dell’equiparazione dei titoli Afam a quelli universitari è all’attenzione del Governo. Intervista a Luca Cesari, direttore dell’Accademia di Urbino

Guglielmo Gigliotti

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Le venti pubbliche Accademie di Belle Arti italiane vivono in un limbo: non sono istruzione secondaria (ci si iscrive dopo aver conseguito il diploma di maturità), ma neanche del tutto Università. La riforma 508 del 1999 è ancora in parte inattuata, anche se le Accademie e i Conservatori sono inquadrati nel Ministero dell’Università e Ricerca (Mur), in cui figurano nella sezione Afam (Alta formazione artistica, musicale e coreutica). Intervistiamo a riguardo Luca Cesari (Pesaro, 1960), docente di Estetica e direttore dell’Accademia di Belle Arti di Urbino.

In una recente interrogazione parlamentare, incentrata sull’equiparazione delle carriere dei docenti Afam a quelle universitarie, e dunque sull’equiparazione dei titoli rilasciati, la ministra del Mur Anna Maria Bernini ha risposto che il tema è all’attenzione di questo Governo. Dopo quasi un quarto di secolo, si scorge all’orizzonte il completamento del percorso?

Sembra la costruzione di un edificio non finito, con la «grua ancora ritta in cima», parafrasando Melville, il cui compimento è lasciato sempre «all’avvenire». Ma il cantiere non è fermo. Passi indietro e passi avanti. Forse sono meno stressato istituzionalmente dei colleghi direttori più storici di me. Questo cammino legislativo ha avuto i suoi sostenitori e i suoi detrattori nei Governi che si sono succeduti. Mi pare che la ministra Bernini faccia parte della classe dei sostenitori. Vede Università e Alta Formazione Artistica come un unicum, un solo fiume culturale e formativo. Più sollecita a unire che a dividere.

Il travagliato dibattito sul regolamento di reclutamento, che ha visto impegnati negli ultimi mesi il Governo, le Accademie e i sindacati, sembra aver fatto prevalere l’opzione dell’abilitazione artistica nazionale (seguita da concorsi in sede), anziché quella limitata ai soli concorsi in sede. Lei che cosa preferisce?

Quello del reclutamento è uno dei punti più dolenti o più sensibili (fra i tanti) con cui le nostre istituzioni si devono confrontare. Quel che si deve scongiurare è ogni stallo e ogni fuga all’indietro. Ciò detto, l’abilitazione artistica nazionale mi sembra uno dei passi necessari di avvicinamento al modello universitario. A quello si deve mirare.

Per lei, le Accademie sono scuole d’arte o «politecnici delle arti», dove oltre alle discipline tradizionali s’insegnano anche altre materie inerenti all’immagine (moda, cinema)?

La definizione di «scuola d’arte» usata per le Accademie (parlo naturalmente per me) è di sapore vetusto: gentiliano e, successivamente, arganiano. Quella di «politecnico» traccia la rotta da seguire e il respiro poli/trans/disciplinare. Si tratta anche di una vecchia impasse, interna ed esterna alle istituzioni d’Alta formazione, che dura dagli anni in cui Giulio Carlo Argan e Luciano Caramel (eravamo nel lontano 1979) si confrontavano su posizioni e passioni opposte. Malinconiche, aprioristiche, post/neo/bauhausiane, quelle di Argan. Ariose, progressive, sistemiche quelle di Caramel. Io propendo per l’atteggiamento arioso e sistemico.

Qual è il futuro professionale di uno studente di Accademia?

Sono un laureato in Filosofia a Bologna nel 1985. Quante probabilità oggi ha un laureato in Lettere e Filosofia o in Storia di trovare occupazione, rispetto a un diplomato/laureato nelle Accademie italiane? Se si pensa a quanti percorsi professionalizzanti produciamo con i nostri curricoli, nei più vari settori del sistema di produzione dell’arte, dello spettacolo, della progettazione (al di là dell’artista puro che costituisce sempre un’eccezione e non una «programmazione»), io credo che i diplomati nelle Accademie abbiano molte più possibilità di negoziare con il mondo del lavoro. Come suggerisce da sempre il sociologo Domenico De Masi, la difficoltà è l’alleato potenziale della creatività. 

Quale tipo di Accademia sogna?

Le arti e le tecniche furono insegnate come discipline «libere» prima che nascessero le Università. Se ipotizziamo che Accademie e/o Politecnici, mutatis mutandis, proseguano l’eredità di quelle, le istituzioni d’Alta formazione artistica sono le sorelle maggiori delle Università. L’insegnamento delle «Arti liberali» era già in sé stesso enciclopedico. Il mio ideale di Accademia è una Università delle Arti multidisciplinare, enciclopedica (non solo politecnica!). Faccio un esempio: il prossimo 2024 realizzeremo ad Urbino, assieme all’Università degli Studi Carlo Bo, la prima Scuola Superiore della Cancellatura diretta da Emilio Isgrò. La cancellatura di Isgrò riflette questo ideale multidisciplinare, «enciclopedico». Isgrò è accademico d’onore dell’Accademia di Belle Arti di Urbino. All’artista siciliano conferiamo in questi giorni il «Sigillo delle Arti» 2023, cioè la prima onorificenza, nel nostro Paese, condivisa da un’Accademia di Belle Arti e da un’Università. 

Guglielmo Gigliotti, 17 maggio 2023 | © Riproduzione riservata

Guglielmo Gigliotti

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