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Gaspar van Wittel, «La città di Marino con la Rocca Frangipane (recto)», 1697

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Gaspar van Wittel, «La città di Marino con la Rocca Frangipane (recto)», 1697

Il futuro del collezionismo dipende da una risorsa: la conoscenza

L’autenticità di un’opera d’arte non si costruisce solo coi dati, ma con la fiducia. Una fitta relazione tra connoisseurship, diagnostica ed esperienza permetteranno a esperti e acquirenti del futuro di tenere il passo con i nuovi strumenti offerti dalla digitalizzazione e dall’IA?

Carolina Trupiano Kowalczyk

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La storia dell’arte è costellata di scoperte. Alcune hanno cambiato il corso della conoscenza, ad altre hanno fatto seguito vendite clamorose sulla base di valutazioni economiche straordinarie. Quando le attribuzioni sono corrette, suffragate da studi rigorosi e fonti certe (non è assicurato il parere concorde tra gli esperti), consentono ai capolavori di confluire nelle grandi collezioni, che sono spesso frutto del gusto e dell’appassionato desiderio del conoscitore. In altri casi le raccolte nascono dal lavoro di individuazione, selezione e talvolta costruzione sul piano critico da parte dell’occhio di fidati consiglieri. Alcune scoperte si basano su attribuzioni labili, successivamente smentite, riconducibili a un’insufficiente prudenza metodologica o alla consapevole abilità degli intermediari nel tentare di condizionare il mercato e il gusto. Ne emerge un quadro in cui la storia dell’arte e del collezionismo risultano indissolubilmente intrecciate, influenzandosi reciprocamente attraverso un continuo processo di revisioni critiche, riscoperte e ridefinizioni di valori storici, culturali ed economici. I protagonisti di questo quadro, che determinano la scelta finale, sono, escludendo ogni ruolo intermediario, l’esperto e l’acquirente. Non sono solo le qualità estetiche, storiche e materiali a dare valore a un’opera d’arte, bensì la fiducia di cui è depositaria: il bene più prezioso risiede nel patrimonio di conoscenze e di certezze che essa è in grado di trasmettere.

Tale affidabilità non deriva solo dalla reputazione dell’antiquario o dall’autorevolezza dell’esperto, ma si fonda sulla solidità della ricerca storico artistica, documentaria e attributiva che accompagna ogni manufatto. La qualità della conoscenza costituisce il vero valore aggiunto, poiché rende l’opera non solo economicamente più solida ma anche storicamente più credibile. L’autenticità non coincide con un semplice giudizio attributivo ma costituisce il punto di arrivo di un percorso nel quale convergono analisi diretta dell’opera, confronti, indagini sui documenti e sui passaggi di proprietà, come per primo riteneva Giovanni Morelli, fondatore di un metodo integrato per la definizione della paternità. Gli studi di provenienza sono indispensabili per restituire all’opera la continuità storica che costituisce parte integrante della sua identità. Sono inoltre, spesso, fonte di scoperte per gli studiosi: arricchiscono la storia di una collezione, forgiano la personalità di un proprietario, oltre a tutelare il nuovo acquirente. Siamo ancora immensamente grati a Frits Lugt per aver repertoriato tutti i marchi allora esistenti nei disegni e nelle stampe, fornendoci uno strumento insuperato, oggi in costante aggiornamento da parte della Fondation Custodia, da lui fondata. Tra i numerosi esempi, il marchio dell’antiquario e filologo di origine ebraica Ludwig Pollak è stato rintracciato su 5 disegni preparatori di Gaspar van Wittel, fornendo un ulteriore indizio per ricostruire l’eccezionale gusto e la natura della sua collezione romana (dispersa in seguito alla deportazione), composta da circa tremila fogli dal XV al XIX secolo. Davanti a un’opera grafica possiamo inoltre cercare la filigrana tramite la luce trasmessa, che incide sull’epoca di produzione della carta, non dell’esecuzione del disegno, ed eventuali pentimenti, iscrizioni e ritocchi grazie ai raggi ultravioletti o infrarossi, anch’essi strumenti d’indagine confermativi e informativi, ma non determinanti per l’attribuzione.

Gaspar van Wittel, «Studio di uomo con mantello (verso)», 1697

La tradizione della connoisseurship italiana ci ha insegnato che nessuna tecnologia può sostituire l’esercizio dell’occhio. Con Federico Zeri abbiamo imparato che il riconoscimento di una mano nasce da una straordinaria capacità di osservazione, sostenuta da una profonda conoscenza della cultura figurativa e da un costante dialogo con le opere. Questo patrimonio metodologico rimane il più valido, pur potendo contare su strumenti che ne ampliano molto le possibilità. Le analisi diagnostiche consentono di conoscere materiali, tecniche e interventi successivi: sono necessarie quando si tratta di studiare un dipinto in uno stato di conservazione precario o appartenente a un periodo meno noto di un artista. Un esempio eclatante è il dipinto giovanile di Rembrandt Harmensz. van Rijn, «Let The Little Children Come Unto Me», presentato come scuola olandese della metà del XVII secolo pochi anni fa a Colonia da Lempertz e venduto a Londra per 8 milioni di sterline da Sotheby’s lo scorso 1° luglio. L’opera si trovava coperta da una grossolana ridipintura, che voleva «aiutarne» la leggibilità dal momento che l’artista la lasciò inspiegabilmente incompiuta: solo la parte superiore, comprendente l’architettura e numerosi ritratti, è finita, mentre la parte inferiore è abbozzata. Quando fu rimosso il restauro, fu chiara l’autografia a occhio nudo. In seguito, l’analisi dei campioni di pittura ha mostrato la tipica doppia preparazione (rossa e grigia) dell’artista e della sua bottega; la radiografia a raggi X e la riflettografia all’infrarosso hanno completato il quadro. La notevole aggiunta al catalogo di Rembrandt, nonché una maggiore conoscenza del suo processo creativo, sono state possibili grazie all’utilizzo incrociato di questi elementi. Inoltre, con la digitalizzazione degli archivi e delle collezioni abbiamo accesso a fonti e immagini che fino a pochi anni fa richiedevano lunghe ricerche; l’intelligenza artificiale permette di elaborare grandi quantità di dati e di individuare connessioni prima difficilmente rilevabili. Si tratta di innovazioni preziose, che restano tuttavia mezzi di supporto, non potendo sostituire la capacità di interpretare un documento, valutare criticamente una fonte o cogliere quella qualità della forma che nasce soltanto dall’osservazione diretta dell’opera, dall’occhio allenato a guardare e dall’esperienza maturata negli anni. 

Se una ricerca è alla base della fiducia che un’opera è in grado di suscitare, l’expertise è il risultato di un’analisi critica costruita attraverso un metodo rigoroso e verificabile, oggi più rapido e trasparente. L’attribuzione rimane un’ipotesi scientifica, destinata a consolidarsi o, se necessario, a essere rivista alla luce di nuove fonti documentarie, di riscontri più convincenti o di nuove metodologie di indagine. Proprio questa disponibilità alla revisione garantisce la serietà della ricerca: poi ci sono le zuffe tra esperti, ma questa è un’altra storia.

Carolina Trupiano Kowalczyk, 07 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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