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Frontespizio di «La Fiaba delle Fiabe» (1957) di Giambattista Basile, tradotto da e con note di Benedetto Croce. Editori Laterza

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Frontespizio di «La Fiaba delle Fiabe» (1957) di Giambattista Basile, tradotto da e con note di Benedetto Croce. Editori Laterza

Il dottor Divago: La Fiaba delle fiabe tra Micco Spadaro e Sofia Loren

Divagazioni letterarie e artistiche di Stefano Causa

Stefano Causa

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Messo a punto negli anni del Ribera maturo e di Pietro da Cortona il Pentamerone ha una capienza figurativa tale da porsi come chiave per spiegare l’interpretazione vernacolare del Barocco romano fuori di Roma. Chi voglia approfondire il mestiere della storia dell’arte dalla parte della questione meridionale non ponga tempo a immaginare un corrispettivo pittorico del capolavoro di Basile (1636). A suo tempo molti o tutti, disorientati o impauriti da un napoletano di tale agglomerazione e ricchezza da diventare una sorta di iper lingua, si erano tuffati nei cinque intrattenimenti del Cunto indossando i braccioli della traduzione di Croce che nel 1924 è, di per sé, un apice della letteratura tra le due guerre. 

Il Basile figurativo? I comparatisti, che continuano a frequentare la storia dell’arte con parsimonia, avevano chiesto consiglio ai colleghi. Però l’indagine era rimasta parziale, irrelata, a misura di assaggini. Cominciare a rosicchiare l’osso del tema partendo dalla copertine moderne è tanto giusto quanto ovvio. Ne fanno fede le recenti edizioni Laterza con prefazione di uno scrittore e critico interessato a questo inesauribile repertorio di temi, di gesti e di segni come Italo Calvino e dove l’onore tocca un pittore sivigliano come Murillo (scelta non rigorosa ma intelligente). Oggi si potrebbe calibrare in copertina un fotogramma della reinvenzione del gran libro fatta da Matteo Garrone.

Dieci anni fa il regista romano mi aveva inviato la sceneggiatura per qualche dritta sui luoghi e i colori di Basile; al che io gli avevo proposto un giro al secondo piano di Capodimonte dove, inutile dire, sarei stato soprattutto io ad avvantaggiarmi di uno sguardo non prevenuto. Poi Garrone ne ha tratto, nel 2015, un film cupissimo e geometrico, «Il racconto dei racconti», come gli spazi di Castel del Monte che ha servito da location; all’opposto della felicissima reinvenzione, solare e di pancia, fatta da Francesco Rosi in «C’era una volta» (1967) che, negli ambienti della Certosa di Padula, con Omar Sharif e Sofia Loren al diapason della loro carburazione fisica ed espressiva, a me continua a sembrare il più bell’omaggio del dopoguerra al ’600 napoletano.

Basile, ritratto a mezza figura da Battistello, accompagna il frontespizio dell’edizione Laterza con il testo tradotto da Croce. La data 18 novembre 1957 della prefazione di uno scrittore, storico e bibliofilo come Gino Doria (1888-1975) è da ritenere per varie ragioni. Una innanzitutto: il visitatore divagante (il migliore del mondo) avrebbe potuto trasformare il Cunto in una guida alla porzione seicentesca della Pinacoteca di Capodimonte appena aperta. Il volume è corredato da venticinque tavole a colori che si muovono tra Roma e Napoli lungo poco più di un secolo: Salvator Rosa, Micco Spadaro, Giuseppe Recco, Gaspar van Wittel, e diverse altre cose di respiro bambocciante, anche nordiche. Doria mette subito le mani avanti: se era difficile «un commento documentale della vita napoletana del Seicento (e si noti che tale iconografia è assai più rara di quanto si creda)…riferimenti precisi a passi del testo non erano naturalmente possibili…». Non è escluso che, per la selezione delle immagini, a tutt’oggi il miglior controcanto al Cunto, Doria avesse chiesto lumi a due giovani interlocutori di Roberto Longhi come Raffaello Causa e Ferdinando Bologna. Quando si dice la guida migliore. Anzi: basilare. 

Stefano Causa, 21 giugno 2024 | © Riproduzione riservata

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