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Roberta Bosco
Leggi i suoi articoliA fine novembre, con 7 mesi di ritardo (nonostante la pandemia), Manuel Borja-Villel, direttore del Museo Reina Sofía, ha inaugurato il nuovo allestimento della collezione permanente, che illustra lo sviluppo dell’arte mondiale, concentrandosi sulla Spagna. Con il titolo «Vasi comunicanti» si espongono 2mila opere, di cui circa il 70% inedite, che ora occupano oltre 15mila metri quadrati su 6 piani.
La principale novità sono le 22 nuove sale destinate all’arte creata dal 1990, che sono costate 1,7 milioni di euro, situate nell’ala sud del Palazzo Sabatini, inutilizzata dagli anni Ottanta. «Il percorso espositivo non offre una visione lineare della Storia, ma si articola attraverso molteplici microstorie. Abbiamo cercato di “decolonizzare” il pensiero e mettere in discussione le categorie e i parametri tradizionali», spiega il direttore, che ha aumentato sensibilmente la presenza delle artiste, oltre ad accentuare il ruolo della fotografia e del video e introdurre l’architettura in forma trasversale.
Con le nuove opere nel museo sono entrati anche nuovi temi e problemi: la crisi del 2008, la decolonizzazione, le questioni di genere, gli attentati, le migrazioni, l’ecologia e la pandemia. Tutto è stato spostato meno «Guernica» di Picasso e il suo contesto (un’area di 1.500 metri quadrati), che però è stato illuminato con un’innovativa tecnologia sostenibile.
Manuel Borja-Villel, che guida la nave ammiraglia dell’arte contemporanea spagnola dal 2008, ha rinnovato il contratto nel 2018 ed essendo il primo direttore nominato secondo il Codice di Buone Pratiche, non potrà restare in carica più di 15 anni, cioè solo sino alla fine del 2022.
La sala al piano secondo dell’ala Sabatini con la scultura «Bañista» (1925) di Mateo Hernández e la grande tela «El descanso» (1930-31) di Alfonso Ponce de León. © Museo Reina Sofía
Manuel Borja-Villel
Una veduta della sala di «Guernica»
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